Paolo Albani
IL BIGLIETTO DA VISITA
- «Uno dei primi
progetti della mia vita, ai tempi in cui
ero ancora studente alla Facoltà di Architettura di Milano,
riguardava
lo spostamento della Torre Eiffel».
- «La Torre Eiffel?» - dissi io, continuando a
sfogliare
il giornale come se niente fosse, sperando si accorgesse, dal mio
comportamento
taciturno, che le sue chiacchiere (era da mezz'ora che parlava,
parlava,
parlava) non m'interessavano affatto e che mi stava solo infastidendo.
- «L'idea» - disse l'uomo, il classico scocciatore
viaggiante - «era di spostare la Torre Eiffel nella periferia
ovest
di Parigi, in una grande aerea verde e lì costruirvi un museo
all'aperto
del ferro, un'esposizione permanente di opere d'arte in ferro, e poi,
intorno
al museo, un ampio giardino con panchine, lampioni, recinzioni per le
aiuole,
edicole, punti di ristoro, persino una serie di alberi e fiori finti:
tutto
tassativamente in ferro. Un monumento eccentrico alla ferrosità
del post-moderno».
A questo punto l'uomo s'interruppe e guardò, pensieroso,
fuori del finestrino. Non dava l'impressione di essere angustiato, o
triste;
più che altro sembrava immerso in ardite speculazioni mentali.
Il
treno stava entrando nella stazione di Bologna. Sperai avesse esaurito
gli argomenti o gli si fosse seccata la gola o, meglio ancora, fosse
giunto
a destinazione. Invece per mia sfortuna:
- «Il progetto non è mai stato realizzato, travolto
dall'inettitudine e dalla stupidità della burocrazia
amministrativa»
proseguì imperterrito l'uomo. «Ma non mi sono dato per
vinto.
Sapesse quante idee ho ancora dentro il mio cassetto, quante
opportunità
da cogliere per il futuro».
- «Ah», mi limitai a commentare, sempre con lo
sguardo
rivolto al giornale che tenevo prudentemente aperto davanti a me. Era
il
massimo che potessi esternare in quel disgraziato frangente:
monosillabi,
interiezioni, sospiri, grugniti, alzate di sopracciglia, smorfie,
impercettibili
contorcimenti boccali. Avrei potuto alzarmi e cambiare scompartimento,
ma non volevo abbassarmi a un espediente tanto meschino e
rinunciatario.
- «Due anni fa» riprese l'uomo «misi a punto
un progetto, di cui sono molto orgoglioso, per la costruzione di un
villaggio
turistico "nomade", una struttura itinerante, ricca di ogni comfort,
dove
far vivere un'insolita vacanza alle persone ospitate mettendole a
contatto
di popolazioni nomadi (beduini, abitanti della steppa mongolica e delle
aree desertiche sud-sahariane, zingari, pastori durante la
transumanza),
ma non ho ancora trovato i finanziamenti».
E qui attaccò una filippica contro gli sprechi di denaro
pubblico e privato, contro il lusso, le rendite parassitarie, i
banchieri
d'assalto, gli investitori d'oggi attratti solo dalle sirene dei
guadagni
facili e non, come un tempo, dalle idee innovative (e certo pensava
alle
sue, di idee innovative).
- «E non le starò a dire...»
- «...meno male» sbuffai a bassa voce.
- «...quello che vorrei fare nel campo dell'architettura
cosiddetta "destrutturante", progetti di case gonfiali salva spazio, di
appartamenti usa e getta per uomini d'affari, o in quello
dell'architettura
"di passaggio" dove, con buona pace dei Piano e dei Botta che ormai
sono
venuti a noia, ho ideato le finestre mobili, spostabili a piacere su
una
stessa parete; il pavimento inclinato per stimolare pensieri debordanti
in omaggio al Parco dei mostri di Bomarzo; le scale all'indietro; i
tetti
avvolgibili; le mattonelle da bagno di spugna; le porte marmoree
studiate
per ambienti classici particolarmente esposti al vento, onde evitare
che
sbattano; gli archi personalizzati a forma della silhouette del
committente;
le luci ad angolo retto; le poltrone vacillanti per individui
incerti...»
L'uomo s'interruppe di nuovo come se si fosse ricordato di un
ragionamento lasciato in sospeso, fece un lungo sospiro e restò
miracolosamente in silenzio fino al termine del viaggio.
Il caso volle che scendessimo entrambi a Roma. Accennando un
sorrisino cattivo, mi liberai dello scocciatore. Sgusciando fra la
gente
che affollava il marciapiede del binario 8, guadagnai in fretta
l'uscita
della stazione Termini, felice che l'incubo fosse finito. Ma purtroppo
mi sbagliavo.
L'uomo riuscì a bloccarmi nello spazio riservato ai taxi.
Ansimando, mi disse: «Scusi, ma non mi sono nemmeno
presentato»
e mi dette un biglietto da visita sul quale, insieme al nome,
l'indirizzo,
il recapito telefonico, il fax e l'e-mail, era specificata la sua
attività
professionale: «Frustrato».
settembre 2005
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