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IL CASO
Due gemelli maschi ungheresi, che vivevano insieme nella città
di Debrecen, in un vecchio edificio vicino al tempio calvinista, non sopportavano
più la loro condizione di gemelli, di essere cioè uguali,
identici in tutto e per tutto, nei minimi dettagli fisici, indistinguibili
a tal punto che, vedendone uno per strada o al caffè, nessuno era
in grado di riconoscerlo, nel senso di capire se si trattava dell’uno o
dell’altro gemello.
«Ciao, Jozsef, come stai?», «No, guardi, si
sbaglia: io sono György», e viceversa.
Fin da piccoli, i genitori li avevano portati a spasso su un’unica
carrozzina a due posti, li avevano vestiti allo stesso modo, fatti dormire
nella stessa cameretta e mangiare le stesse cose, li avevano dato in lettura
gli stessi libri di fiabe, regalato gli stessi giocattoli, preparato per
loro le stesse sorprese sotto l’albero di Natale, ecc.
Un giorno, all’età di ventiquattro anni, i due
gemelli decisero, l’uno all’insaputa dell’altro, di mettere in atto qualcosa
di eclatante, di forte per differenziarsi nell’aspetto fisico, che per
il resto invece - cibo, modo di vestire, gusti culturali, amicizie, ecc.
- avevano già scelto strade diverse. Con ciò pensavano di
porre fine una volta per tutte alla loro insopportabile, odiosa somiglianza.
Così uno dei due, Jozsef, una domenica mattina si chiuse
nel bagno, prese un rasoio, di quelli ripiegabili con il manico di radica,
e si procurò un taglio profondo e vistoso sotto lo zigomo sinistro.
«In questo modo tutti mi riconosceranno, senza scambiarmi più
per György », pensò.
Sfortunatamente il caso volle che anche György, quando il
gemello se ne stava chiuso nel bagno a compiere quel gesto inconsulto,
si procurasse un ampio taglio proprio sotto lo zigomo sinistro, anche lui
usando un rasoio con il manico di radica, perché i due gemelli avevano
due rasoi identici, della stessa marca, un regalo di compleanno di uno
zio paterno che aveva l'abitudine di regalare ad entrambi, fin da piccoli,
lo stesso oggetto-ricordo.
febbraio 2008
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Pubblicato su il Caffè
illustrato, 40, gennaio/febbraio 2008, p. 10.
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