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LA CUCITURA
L'intervento riuscì perfettamente. Era la prima volta che
un intervento del genere veniva eseguito, non solo in un ospedale italiano,
ma nel mondo. Ne parlarono diffusamente i giornali e le televisioni. Un
articolo in terza pagina del New York Times mise in risalto, da
un lato, l'estrema ricercatezza della tecnica chirurgica impiegata (per
vari aspetti innovativa, precorritrice), dall'altro si soffermò
sulle conseguenze imprevedibili, specie sul piano psicologico, cui possono
andare incontro i pazienti sottoposti a simili operazioni, senza dimenticare
- aggiungeva l'articolista - gli interrogativi etici che tali imprese sollevano,
rendendo ancor più problematica la loro accettazione da parte degli
ambienti scientifici e dell'opinione pubblica.
Fu un intervento complesso, che durò 34 ore, e, per quanto
ben riuscito, mise a dura prova la capacità professionale, ampiamente
riconosciuta a livello internazionale, dell'equipe del professor Carlo
Smuraglia, primario della Clinica Chirurgica I dell'Ospedale Niguarda Ca'
Granda di Milano.
All'inizio, quando Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi, lei originaria
di un paesino della Basilicata, lui torinese puro, entrambi maestri di
scuola elementare, conviventi da più di vent'anni, senza figli,
in una villetta di loro proprietà nella periferia di Vigevano, si
presentarono nello studio del professor Smuraglia, questi rimase interdetto.
La richiesta era insolita, sbalorditiva.
- Spero ci abbiate riflettuto bene, è una scelta difficile,
direi drammatica - esordì il professor Smuraglia, fugato il primo
attimo di sconcerto. - Una volta effettuato l'intervento, dando per scontato
che sia fattibile, cosa su cui nutro forti dubbi, le possibilità
di tornare indietro, voglio dire di riacquistare lo stato iniziale, sono
quasi nulle, troppo pericolose. E poi, non siete più giovani, -
proseguì assumendo un'aria impensierita - e questo complica non
poco la faccenda, capite no?
Seduti su delle poltroncine imbottite di stoffa rossa, vestiti
con una certa eleganza, particolare che, nel caso di Giuliano Brogi, contribuiva
ad addolcirne i lineamenti spigolosi del volto, i due insegnanti ascoltavano
in silenzio, con l'aria di chi è sereno, tranquillo, e allo stesso
tempo fortemente motivato, risoluto, di chi ha effettuato una scelta ormai
irremovibile e non si lascia smontare facilmente.
Da tempo, con un candore quasi infantile, disarmante, che rasentava
la paranoia, i due insegnanti avevano deciso di mettere in pratica un loro
«progetto esistenziale», se così possiamo chiamarlo,
e si erano convinti a tal punto della bontà di quel progetto, che
ormai niente sembrava in grado di farli cambiare idea, nemmeno i rilievi
critici del professor Smuraglia che pure, nel suo campo (i trapianti),
era una celebrità.
Per Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi la soluzione da loro stessi
indicata al primario dell'ospedale Niguarda, era alla fin fine la più
ragionevole, l'unica che, a livello di pelle, sentivano capace di tradurre
in realtà quel progetto. Che poi, ridotto ai minimi termini, si
riassumeva nel desiderio (che non era un affare da poco, bensì un'aspirazione
temeraria) di chiudere con il passato, di voltare pagina e proiettarsi
in avanti verso il raggiungimento di un «nuovo stile di vita»,
l'attuazione di un sogno - con quel briciolo di utopismo velleitario che
spesso i sogni si portano dietro condannandoli al limbo delle ambizioni
fallite - accarezzato fin dal giorno in cui erano andati a vivere insieme.
Di quel «nuovo stile di vita», pieno di buone intenzioni,
di sani ideali nutriti di solidarietà, di aiuto reciproco, di sostegno
affettivo, da sperimentare - dicevano - in primo luogo all'interno del
rapporto di coppia, ne avevano parlato a lungo, giornate e notti intere,
nella villetta comprata alla periferia di Vigevano, dimenticandosi a volte
anche di mettersi a tavola, andando avanti solo a caffè e pasticcini,
tanto erano presi dall'euforia della discussione.
Di fronte allo scetticismo del medico, alle sue riserve, i due
insegnanti si limitarono a sorridere; lanciandosi delle occhiatine ambigue,
uniti da una complicità che, a momenti, sembrava sprizzare un che
di diabolico, di perverso.
A un certo punto, mentre il professor Smuraglia, impettito dietro
una fratina restaurata del seicento, continuava ad ammucchiare le sue obiezioni,
una sopra l'altra, in un cumulo poderoso di dubbi, e a scrutarli diffidente,
pensando tra sé: «Ma questi, chi me li ha mandati?»,
Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi, candidi come due fidanzatini, dissero
quasi all'unisono:
- Per quanto ci riguarda, noi siamo pronti.
- La vostra vita cambierà radicalmente, - riprese il professor
Smuraglia, che non si dava per vinto e insisteva, da medico scrupoloso,
nella sua opera di dissuasione, sotto sotto anche un po' infastidito dall'atteggiamento
serafico, al limite della sfrontatezza, dei suoi interlocutori. - Ne saranno
sconvolte le vostre abitudini. Non potrete più insegnare in classi
diverse, ci avete pensato? E avete pensato anche al fatto che sarà
più facile trasmettervi le malattie? E gli abiti? Quanto vi costerà
farli su misura? Sembra una sciocchezza, ma... Dovrete imparare a gestire
i movimenti del vostro corpo, anche i più elementari, i più
banali, in modo nuovo, artificioso. Tutto diventerà più complicato
e finirà per crearvi seri problemi. Del resto non abbiamo esperienze
di vita di altre coppie da cui trarre insegnamento, di coppie nella vostra
condizione, cioè in quella... - e qui il professor Smuraglia ebbe
come un attimo di sbandamento, s'ingarbugliò nell'esposizione -
si capisce... in quella futura... ipotetica... da voi desiderata, sempre
che sia tecnicamente realizzabile.
Le puntigliose argomentazioni del professor Smuraglia caddero
nel vuoto. Il terzetto si lasciò con una vaga promessa. Nulla di
stabilito. La questione era troppo delicata, ardua, e non soltanto dal
punto di vista chirurgico, per essere risolta in fretta, al termine di
quel colloquio.
Ci vollero circa due anni al professor Smuraglia per studiarsi
attentamente il caso, insieme ai suoi collaboratori. Dopo interminabili
riunioni, prove di laboratorio, test sulla base di modelli matematici e
simulazioni, l'equipe del professor Smuraglia giunse infine a individuare
una soluzione chirurgica affidabile, quella che, sotto il profilo della
sicurezza, offriva i margini più ampi.
Poiché Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi appartenevano
allo stesso emogruppo (del resto avevano preso la loro decisione anche
sulla base di questa circostanza), non si pose il problema di rendere compatibile,
di omogeneizzare il loro sangue, questione che, come si può ben
intuire, avrebbe impedito l'intervento. Dopo di che i medici stabilirono,
fra le altre cose, che la connessione migliore, cioè la linea della
saldatura che implicava i rischi minori sul piano emorragico, rischi legati
a un possibile distacco dei collegamenti introdotti a livello dei tessuti
e delle vene, e che al contempo garantiva la più alta flessibilità
motoria, avrebbe dovuto investire, secondo i calcoli effettuati, gran parte
dell'estensione delle braccia e delle gambe contigue dei due soggetti,
incluso un piccolo segmento dei rispettivi fianchi, in un tratto situato
fra la cresta iliaca e l'area del coccige.
L'operazione fu un capolavoro di ingegneria chirurgica. Dopo un
lungo periodo di convalescenza, trascorso in un centro di riabilitazione,
costantemente seguiti dai medici dell'Ospedale Niguarda e personalmente
dal professor Smuraglia che prese a cuore il loro caso, Alfonsina Lotti
e Giuliano Brogi iniziarono con entusiasmo la loro nuova vita, in quel
nuovo stato di apparentamento corporeo.
E lo fecero contenti di poter assolvere finalmente insieme -
all'inizio con qualche inevitabile impaccio, però senza mai perdersi
d'animo - tutte le funzioni che prima dell'intervento svolgevano da soli,
separati, in tempi e in luoghi diversi, l'uno indipendentemente dall'altro.
Adesso qualsiasi cosa avessero in mente di fare, li obbligava
a uno sforzo comune, a un tempo condiviso; ogni decisione - anche la più
semplice come passeggiare in un giardino pubblico, prendere una penna,
defecare, fare la spesa in un supermercato, andare al cinema o mettersi
a letto - coinvolgeva entrambi, implicava un livello assoluto di mutua
corresponsabilità. Non esisteva più, fra loro, una divisione
dei ruoli, una situazione per la quale uno dei due si sarebbe potuto abbandonare
a un «Pensaci tu, che io sono impegnato in un'altra cosa»,
oppure a un «Ciao, me ne vado, ci vediamo stasera a cena».
D'altronde era questo che avevano sempre teorizzato, l'unione
della coppia (anche in senso fisico), una simbiosi perfetta quale premessa
indispensabile alla realizzazione del «nuovo stile di vita»
su cui avevano speso tante belle parole.
Con una manovra non troppo difficile, piegando leggermente il
collo di lato e facendo ruotare all'indietro le braccia trasformate in
un unico arto, erano persino in grado, nonostante l'incollatura laterale,
di darsi ancora dei baci, e di scambiarsi tenerezze, di palpeggiarsi su
tutto il corpo - effusioni che battezzarono, scherzandoci su, il «nostro
tenero zig zig».
Una sola contrarietà, dopo l'intervento, venne a turbare
l'esistenza di Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi, che per il resto procedeva
in modo affiatato, armonioso. Un gesto che li ferì profondamente,
e fu il rifiuto da parte dell'«International Siamese Twins Association»
di accettare la loro domanda di adesione, rifiuto motivato con un ragionamento
ineccepibile sotto il profilo strettamente scientifico, ma un tantino capzioso,
privo di elasticità, sulle caratteristiche acquisite fin dalla nascita,
sul primato indiscutibile della natura, e poi ancora sui legami di sangue
e storie simili.
Loro ci tenevano molto ad essere accettati in quel gruppo, per
un fatto di appartenenza, di identità, di sintonia cosmica
(valori irrinunciabili al «nuovo stile di vita» che avevano
abbracciato), e quando arrivò la lettera dell'«International
Siamese Twins Association» che respingeva la loro richiesta, ci rimasero
male.
dicembre 2004
Apparso anche su il Caffè illustrato, 23, marzo-aprile
2005, p. 9.
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