Paolo Albani
MICHAEL DOUGLAS

 

   Oggi ho preso una decisione drastica, l’ho presa per il mio bene fisico e mentale: voglio farla finita con le seghe. Scusate per la brutalità della confessione, ma preferisco parlare in modo chiaro e non usare mezzi termini, perciò ribadisco: da oggi ho giurato a me stesso che non voglio più farmi seghe.

     È da alcuni anni – per l’esattezza da quando non sto più con Marisa – che mi consumo, mi sfinisco dalle seghe. Questo, dello sfinimento masturbatorio, non vuol dire che nel frattempo mi sia dimagrito, al contrario, ho messo su qualche chilo di troppo, una pancetta in fuori che sono dovuto passare alla 56, come taglia dei pantaloni, che è una cosa che mi avvilisce. Non avrei mai pensato di indossare una taglia 56, ma c’è sempre una prima volta per tutto nella vita, anche per la taglia 56, dovrò farmene una ragione.

      Ma torniamo alle seghe. Fino a ieri mi bastava vedere una ragazza con delle belle forme, magari con una minigonna irresistibile o una scollatura generosa, che mi veniva subito voglia di masturbarmi, di andare in un posto appartato ‒ una toilette, lo spogliatoio di un grande magazzino, un portone ‒ e infilarmi una mano dentro gli slip, era una forza interiore travolgente, un demone che mi possedeva, cui non sapevo resistere. 

    A dire il vero mi bastava anche meno: mi bastava (mi basta) l’ancheggiamento esibizionista di una ragazzina procace; un suo gesto innocuo per rassettarsi i capelli; una signora ancora piacente in gonna (magari una gonna nera che il nero mi attizza da morire) che accavalla le gambe al tavolino di un bar; un maglione che fascia un seno prosperoso, mettendo in mostra due coppette appariscenti protese in avanti verso la perdizione cosmica, o un bluejeans strettissimo (che mi domando sempre: ma come fanno le donne a infilarsi quei bluejeans così stretti?), o ancora un filo di carne femminile rosea nuda, un ombelico fra la maglietta e il pantalone, strettissimo anche quest’ultimo, che mi scatta furibondo l’impulso di masturbarmi, non in pubblico si capisce (mica sono a questi livelli), ma da solo, meglio se a casa mia, in privato, cercando di riprodurmi mentalmente i fotogrammi della scena eccitante a cui ho assistito.

       Non so se avete visto il film Don Jon, diretto e interpretato da un bravissimo Joseph Gordon-Levitt e con una fenomenale Scarlett Johansson, sensuale come non mai in questo film. Il protagonista è uno che si accompagna con donne strepitose, degli schianti da far girare la testa, compresa la Johansson, e però continua a masturbarsi senza sosta, forsennatamente, davanti a un computer, anche subito dopo aver avuto un rapporto sessuale con una di quelle strafighe di cui vi dicevo prima. Ecco, fatte le debite distanze, mi riconosco un po’ in quel personaggio del film Don Jon; non che abbia avuto donne strepitose nella mia vita, però, ad esempio, anche quando stavo con Marisa, che non è male fisicamente, prima che lei mi lasciasse (ma su questo stendiamo un velo pietoso), io ho continuato a masturbarmi come un ossesso, appena potevo, sfruttando ogni occasione buona, tant’è che a un certo punto Marisa, senza sospettare nulla della mia attività solitaria, ha cominciato a lamentarsi che i nostri rapporti intimi erano sempre più sporadici e meno passionali.

       Un mio amico, Alfio Caccini, soprannominato Misura perché fa il geometra, uno sbruffone patentato cui piace sparare cazzate a raffica (gli voglio bene anche per questo lato pittoresco del suo carattere), quando gli ho raccontato della mia debolezza, mi ha detto con una voce seria:

        ‒ Tu sei malato, devi metterti nell’ordine di idee che sei malato.

        ‒ E con questo? ‒ gli ho detto io.

      ‒ Con questo ‒ mi risponde lui, il Misura ‒ devi curarti, dovresti andare in quelle cliniche in cui trattano i problemi sessuali, una clinica come quella in cui si è ricoverato l’attore Michael Douglas. Ti ricordi Michael Douglas? Confessò pubblicamente che era malato di sesso e andò in una clinica specializzata a curarsi.

     ‒ E cosa ti fanno in quelle cliniche lì? ‒ domando al Misura, tanto per dire.

     ‒ Secondo me ‒ risponde lui ‒ ti mettono in una stanzina da solo, una stanzina confortevole, con frigobar, televisore con due soli canali, uno sportivo (ma non con il tennis femminile, che potresti cadere in tentazione a vedere le gonnelline che si alzano delle tenniste) e uno di carattere religioso, con un predicatore che parla di continuo della morte, della fine del mondo, dell’imperfezione degli uomini e della bellezza dell’al di là e roba del genere, senza interruzioni pubblicitarie, che anche in certe pubblicità ci sono delle modelle rizza cazzo, e tu devi scordartele le modelle perché sei lì, in quella clinica, per disintossicarti dalla fica.

   Avrete capito che il mio amico non fa sconti sul piano espressivo del linguaggio, parla come uno scaricatore di porto (con tutto il rispetto per questa encomiabile categoria di lavoratori).

      ‒ Poi, ogni tanto, ‒ prosegue serio il Misura guardandomi con i suoi occhietti vispi da topo ‒ quando meno te l’aspetti (sono furbi, giocano sull’effetto sorpresa), entra nella stanza un’infermiera con i capelli castani, molto carina, comincia a spogliarsi; sotto il camice bianco ha una lingerie mozza fiato, bianca, mutandine bianche a filo che davanti si vede il cespuglietto biondo del pube, reggicalze bianche, calze bianche con il pizzo a altezza di coscia, reggiseno bianco trasparente che lascia intravedere il cerchio marrone dei capezzoli; l’infermiera si spoglia, piano piano, muove il culo e tutto il corpo in modo provocante mentre nella stanza si diffonde una musichetta da striptease; appena vedono (perché nella stanza, dimenticavo di dirtelo, c’è una telecamera nascosta che riprende la scena) che hai un’erezione, che il cazzo ti è diventato duro, entra un infermiere, un maschiaccio di colore, un fisico da culturista, due spalle larghe, enormi, un armadio che ti tira una martellata sul cazzo, naturalmente è un martello con la capocchia di gomma. Ecco come fanno, questo è il loro metodo, un metodo infallibile secondo me. Tu rimani traumatizzato e ti passa la voglia di masturbarti appena vedi una donna nuda o solo un po’ spogliata.

    ‒ Ma dai, coglione ‒ gli dico al Misura ‒ hai sempre voglia di scherzare. Comunque il fatto che io sia malato è vero, non ti sbagli. Anzi è proprio questo che mi salva, almeno in parte: il fatto che so di essere malato.

      ‒ Allora vedi che ho ragione io ‒ incalza il Misura sfoderando un sorrisetto stronzo, come di uno che sa bene come vanno le cose a questo mondo. ‒ Devi andare in una di quelle cliniche lì, dove è andato anche Michael Douglas, che lui, dopo che è stato in quella clinica, ha rilasciato un’intervista a un giornale di New York e ha detto che è guarito, e ora non pensa più al sesso, o meglio ci pensa, ma di rado, e con cautela, che gli viene sempre in mente (questo lo aggiungo io) il martello di gomma agitato dall’infermiere di colore, e allora, stai sicuro, che i bollori gli si spengono di colpo.

       La storia del martello che si abbatte all’improvviso sul tuo pene in erezione è chiaramente una stupidaggine, una balla colossale che s’è inventato il mio amico, lo so perfettamente, però, è strano a dirsi, ha avuto  un effetto benefico su di me, una piccola goccia che ha contribuito a rafforzare il mio proposito che da oggi, senza tentennamenti, devo smettere di sfinirmi dalle seghe se voglio ristabilire un buon rapporto con me stesso.

 

       Fra un’ora in televisione danno la finale del torneo di tennis di Wimbledon fra Serena Williams e Angelique Kerber. A me la Williams fa letteralmente impazzire, e non solo come tennista; ha un corpo muscoloso di una sensualità straordinaria, che ti toglie il respiro. Una volta su Google immagini ho digitato: «Serena Williams nuda» e sono venute fuori delle foto di lei in costume da bagno o con dei vestiti succinti che le valorizzavano le splendide forme anatomiche. Una roba da rimanerci secco. Se fra un’ora mi metto davanti al televisore, come penso che farò, a vedere Serena Williams danzare sul campo da tennis, con quel suo corpo meraviglioso, quelle sue cosce portentose, tutte da baciare, quel suo culo maestoso e affascinante che potrebbe resuscitare un morto o ridare la parola a un muto, non so bene cosa può succedere. In ogni caso, nella peggiore delle ipotesi, vorrà dire che rimanderò di un giorno, di un giorno solo, lo prometto, il mio proposito di non farmi più travolgere dalle seghe.

      Cambierò, lo giuro solennemente su quello che ho di più di caro al mondo, che non è quello che state pensando, ma è la mia mammetta di 90 anni che vive insieme a me: se dovessi cadere in tentazione, cosa molto probabile, perché la carne è debole, quella che mi farò davanti alla tv, guardando giocare la Serena Williams con il suo gonnellino bianco svolazzante che quando si alza ti lascia immaginare l'Eden nero della tennista, l'origine courbettiana del mondo che sta in mezzo alle sue gambe, non sarà come l’ultima sigaretta di Zeno Cosini.

        Da domani smetto, parola mia.

ottobre 2017

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