Paolo Albani

LA FELICITÀ

 

 

 

         La cosiddetta «aspettativa di vita sana» è uno degli indicatori più importanti sul piano economico-sociale per misurare il grado di felicità della popolazione umana. Su che cosa sia la felicità e su come misurarla non c’è accordo fra gli studiosi che si occupano di approntare indicatori significativi per lo sviluppo economico, in alternativa al sempre meno convincente PIL, prodotto interno lordo, le cui variazioni percentuali sono un dato asettico che, da solo, non ci dice gran che, non ci dice ad esempio (e qui sta il suo vero limite) che cosa si è prodotto (armi o fiori?) e soprattutto come questo incremento viene distribuito (in certi paesi a un aumento percentuale del PIL ha corrisposto un aumento delle diseguaglianze di reddito).

        Perciò negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi per creare un indicatore sostitutivo del PIL, studi che trovano una sponda positiva nella nascita di una vera e propria «economics of happiness» di cui l’economista inglese lord Richard Layard è un esponente di spicco: Layard parla degli studi sulla felicità come di una «nuova scienza», interdisciplinare (non solo economia, ma anche psicologia, sociologia, scienza politica, filosofia ecc.), che comporta «una radicale riforma della teoria su cui si basa la politica economica».

       La Felicità Interna Lorda o FIL (in inglese «Gross National Happiness» GNH) è il tentativo di definire uno standard di vita sulla falsariga del prodotto interno lordo: i criteri presi in considerazione sono la qualità dell'aria, la salute dei cittadini, l'istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali. Un altro indicatore è il Genuine Progress Indicator (GPI), letteralmente «indicatore del progresso autentico», che integra nella sua analisi i fattori ambientali e l'inquinamento creato e/o limitato e/o evitato a causa, o grazie, all'attività d'impresa.

           Il Dalai Lama è un convinto sostenitore del FIL. Al riguardo ha dichiarato:

 

«Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso a una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità».

 

     Su questi temi – l’individuazione di una misura attendibile della felicità umana – arriva ora dagli Stati Uniti il rapporto di un’indagine condotta da alcuni ricercatori dell’Università dell’Iowa, la più antica università dell’omonimo stato americano.

       I ricercatori di quella università hanno lavorato su un campione di 15.000 individui di entrambi i sessi, di vario livello culturale e condizione sociale, tutti compresi tra un’età variabile fra i 70 e i 95 anni, sottoponendo loro una serie di quesiti miranti a individuarne il livello di non coinvolgimento nelle vicende altrui. Il dato più interessante, incrociando le risposte ottenute dall’indagine in questione, mette in luce che esiste una correlazione positiva fra la longevità (fattore che, come abbiamo visto, è sempre presente nelle misurazioni della felicità umana) e un particolare comportamento che gli individui intrattengono con i propri simili, comportamento definito dai ricercatori con l’espressione «farsi i cazzi propri» (nell’originale: to mind your own fucking business). In altri termini la ricerca ha scoperto che in linea di massima il fattore «farsi i cazzi propri» è cruciale nel determinare un sensibile allungamento della durata della vita e che perciò alla fine dei conti vive più a lungo chi si fa i cazzi propri. Nello specifico la domanda-chiave contenuta nel questionario dei ricercatori americani è stata: «How often do you mind your own fucking business?» (Con quale frequenza ti fai i cazzi tuoi?).

     Che cosa significhi «farsi i cazzi propri» e come si articoli questo tipo di comportamento sociale nel concreto, si deduce da alcune sintomatiche risposte evidenziate dai ricercatori nella relazione che illustra la loro indagine:

 

     John P., Davenport, 84 anni: «Durante tutta la mia vita ai miei amici che m’informavano di essere in procinto di traslocare mi sono sempre guardato bene di chiedere: “Avete bisogno di una mano?”».

 

     Gracie M., Dubuque, 79 anni: «Una volta, avrò avuto circa quarant’anni, il mio vicino Robert, un sessantenne che lavorava nel campo delle assicurazioni, venne a trovarmi a casa, mi portò un piccolo mazzo di fiori e dei cioccolatini, poi cominciò a fare il cascamorto con me, a guardarmi in modo voglioso, a dire frasi carine, e a raccontare barzellette con doppi sensi a sfondo sessuale, insomma era chiaro che ci stava provando, ma non si era accorto che il parrucchino sulla fronte gli si era leggermente spostato: io continuai a parlare con lui tranquillamente, senza dirgli nulla».

 

     Hunter F., Ames, 81 anni: «Nel settembre del 1975 transitavo nella centralissima Lincoln Way, saranno state circa le quattro del pomeriggio, vidi un gruppetto di studenti attraversare la strada, scherzavano divertiti lanciandosi l’un l’altro un grosso libro come fosse un pallone da rugby, senza accorgersi che una Lincoln continental coupè stava venendo verso di loro a grande velocità. Avrei potuto avvertire gli studenti del pericolo che incombeva su loro, ma per un senso di riservatezza cui mi sono sempre attenuto nella vita mi guardai bene dal farlo».

 

     Charlotte D., Waterloo, 82 anni: «Tempo fa, rientrando a casa, in Baltimora street, angolo Mitchell avenue, nell’ingresso, dove c’è sempre poca luce (più volte mi sono lamentata di questo fatto con l'amministratore del condominio), sono inciampata in un ostacolo rigido e sono caduta a terra, per fortuna senza rompermi niente; quando mi sono rialzata ho visto che sul pavimento c’era la Signora Smith, immobile, pallidissima, gli occhi sbarrati, credo non respirasse; accanto a lei vari oggetti fuoriusciti da un sacchetto della spesa, fra cui una confezione di uova. “Meno male non ho pestato le uova” mi sono detta; poi sono corsa a casa per vedere la mia fiction preferita in tv che stava per iniziare».

 

     Preston G., Des Moines, 77 anni: «Per tutta la nostra lunga convivenza io e mia moglie siamo rimasti due perfetti estranei e questo, credo, ci ha permesso di vivere l’uno accanto all’altro in modo sereno. Dormivamo in camere separate; a colazione, pranzo e cena stavamo sempre in silenzio, leggendo il giornale (Margaret, mia moglie, leggeva solo riviste femminili), per non disturbarci a vicenda, questa era la regola. Per il resto della giornata ognuno era occupato nelle proprie faccende. Nel giorno dei nostri reciproci compleanni o in quello dell’anniversario del nostro matrimonio (ci siamo sposati per corrispondenza) entrambi facevamo in modo di trovarci in luoghi diversi a festeggiare. Ogni tanto facevo dei piccoli regali a mia moglie che le spedivo per corriere presso l’abitazione di una sua zia paterna. Per ringraziarmi lei mi mandava dei bigliettini presso la Compagnia dei telefoni dove lavoravo».



giugno 2017

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