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IL FRIGORIFERO
La cosa che lo faceva soffrire di più in quel periodo era
vedere il suo frigorifero vuoto.
Era una grande desolazione ogni volta che trovava il frigorifero
vuoto, completamente sguarnito, senza la minima traccia di cibo come se
fosse stato nuovo di zecca. Quando l’apriva e vedeva che era vuoto, gli
veniva una tale tristezza, uno sconforto che si sarebbe messo a piangere.
Non sempre tuttavia il frigorifero di Gino Marinai era mestamente e
squallidamente vuoto. Qualche volta, in piena solitudine, poteva esserci
rimasta una scatoletta di pomodori pelati aperta con una linea di muffa
galleggiante sullo strato sottile di polpa, ricordo dell’ultimo spaghetto
al sugo cucinatosi, oppure una o due foglie d’insalata appassite, o ancora
uno yogurt scaduto, una tazza di latte ingiallito, una burriera con il
coperchio di plastica senza il minimo indizio di burro, una carota annerita
e grinzosa, o soltanto un vasetto con un filo appena di marmellata sul
fondo o una crosta di parmigiano reggiano avvolta nella pellicola trasparente.
Insomma se per caso c’era qualcosa in uno scomparto del frigorifero,
in genere era un avanzo, un residuo malconcio e putrefatto, una testimonianza
del passato, che come spettacolo visivo era ancora più deprimente
che trovarsi di fronte al nulla, al vuoto, alla mancanza di tutto.
Quando Gino Marinai, che viveva da solo, pensava al suo frigorifero
vuoto gli veniva il mal di stomaco dal nervoso, la nausea, e allora, per
farsi passare il nervoso, mangiava un quadratino di cioccolata fondente
o un biscotto integrale.
Marinai aveva una coppia di amici, marito e moglie, che abitavano vicino
a Fiesole, alle Caldine, entrambi molto bravi in cucina, dei cuochi provetti,
che, al contrario del suo, possedevano un frigorifero sempre pieno di ogni
bendiddio, stracolmo di roba, infilata dentro il frigorifero a forza, pigiata,
ammassata dappertutto, che faticavano a chiuderlo il frigorifero dalla
quantità di beni gastronomici che conteneva.
Di certo - s’immaginava Marinai - lo chiudevano a spallate il frigorifero
oppure tenendo le braccia premute sullo sportello finché non sentivano
il clic della chiusura.
Ogni quindici giorni circa gli amici del Marinai erano soliti fare
una spesa pantagruelica alla Coop; riempivano fino all’inverosimile un
paio di carrelli e se ne tornavano a casa con sette, otto sacchetti gonfi
di prodotti alimentari, che Marinai con quella roba lì ci avrebbe
mangiato almeno due anni di seguito, a dir poco.
Sotto questo aspetto, Marinai li invidiava molto i suoi amici
delle Caldine, perché per lui rappresentavano il simbolo stesso
dell’abbondanza, dello stare bene in salute, della liberazione dal bisogno
di procurarsi del cibo e quando li andava a trovare la prima cosa che faceva,
buttandola sullo scherzo, era di aprire il loro frigorifero e di riempirsi
gli occhi con quello spettacolo di ricchezza inaudita, di benessere superlativo.
La visione del frigorifero aperto dei suoi amici era per il Marinai
un godimento immenso, straordinario, come osservare un quadro cubista o
un'installazione per un amante dell’arte contemporanea, una scena esemplare,
al limite del sensuale.
Tutto ciò accadeva perché Gino Marinai, poco socievole
di natura, odiava profondamente i supermercati, i centri commerciali, i
grandi magazzini, le ipercoop e tutto quanto assomigliava a quelle super
strutture infernali, odiava il rito del mettersi in fila davanti a una
cassa e detestava ogni forma di caos riconducibile a un assembramento di
consumatori, e perciò si guardava bene dal fare la spesa in quei
non-luoghi assurdi, confuso fra quelle deliranti concentrazioni di braccia
che si protendono freneticamente a carpire, smaniose, ogni tipo di mercanzia
dagli scaffali.
Ragione per cui, alla fine, il risultato era che il suo frigorifero
rimaneva quasi sempre vuoto per lunghi periodi, cosa che lo gettava in
uno stato di cupa afflizione.
Quando in tarda età Gino Marinai morì, che alla
fine pesava poco più di sessanta chili, la sorella minore che non
lo frequentava ormai da tempo, pur vivendo nello stesso quartiere, solo
due isolati più avanti, rimise piede nell’appartamento del fratello
e trovò dentro il suo frigorifero - un Whirlpool ancora perfettamente
funzionante, con tutte le lampadine e le spie accese - un accumulo disordinato
di oggetti che nel vederli la sorella minore di Marinai si spaventò
e ebbe come un mancamento.
Messi lì alla rinfusa dentro il frigorifero c'erano:
- una serie di pile di diversa grandezza nel posto solitamente
riservato alle bottiglie;
- un gomitolo di lana azzurra;
- una sveglia;
- dei barattoli di vernice;
- un ferro da stiro piccolo, da viaggio;
- una sporta contenente delle mollette per i panni;
- un’enciclopedia e un vocabolario della lingua italiana;
- una radiolina;
- una sciarpa ben ripiegata;
- una scatola piena di candele;
- una risma di carta ancora intatta;
- un ventaglio spagnolo;
- un mazzo di carte;
- una boccetta di profumo da uomo;
- un tubetto di dentifricio;
- dell’acqua ossigenata;
- un vasetto di vetro con delle chiavi dentro;
- un portafotografie;
- delle ricevute di bollette pagate;
- un paio di occhiali con la montatura di tartaruga;
- un sellino di bicicletta;
- un calendario con la pubblicità di una marca di orologi.
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