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L'IPERSENSIBILE
C'è un lato della nostra personalità - non sempre
il migliore - che, a volte, si fa largo dispotico e diventa con il passare
degli anni dominante, prende il sopravvento sugli altri (anche centomila
se crediamo a Pirandello) che convivono dentro di noi. Quando ciò
avviene, quel lato si arroga il diritto di condizionare la nostra vita
sospingendoci in quel fantasioso campionario di figure umane che portano
appellativi sintomatici (e caricaturali) come «il cinico»,
«il ribelle», «il menefreghista», «lo scettico»,
«il rubacuori», «lo sfaccendato», «il fatalista»,
«il solitario», «l'indifferente», «il generoso»,
«l'arrivista», «l'imbranato», eccetera eccetera.
Calogero Furlan era un tipo sensibile, uno dal cuore tenero,
una pasta d'uomo, forse anche troppo. Nel fantasioso campionario di figure
umane di cui sopra si sarebbe trovato alla voce: «l'ipersensibile».
Di quelli che le sofferenze del mondo sono tutte sulle proprie spalle,
al punto che quando, per strada, passava un'ambulanza a sirene spiegate,
per prima cosa (era una reazione più forte di lui) si metteva a
gridare tappandosi le orecchie, preso da uno sconforto irrefrenabile per
la poveretta o il poveretto che si erano sentiti male, poi scoppiava in
un pianto a dirotto, che qualcuno, vedendolo in quello stato, pensava:
«È un parente dello sfortunato sull'ambulanza!»
Nel suo podere, che si estendeva per una cinquantina di ettari
pianeggianti, aveva messo delle reti protettive, delle reti color arancione
come quelle che si usano, specie in certe zone della Liguria o dell'alta
Toscana, per la raccolta delle olive. Le aveva disposte intorno agli alberi,
a un metro circa di altezza, in modo che le foglie, in autunno, cadendo
a terra, non si facessero male. «Perché le foglie che si staccano
dai rami», sosteneva Calogero Furlan, «a differenza di quanto
comunemente si crede, non sono "morte", ma è come se andassero a
dormire, entrassero in letargo».
Calogero Furlan era fatto così, un tipo dalla commozione
facile, un romantico. Era così sensibile che a teatro, ogni volta
che l'orchestra e il coro attaccavano il «Va' pensiero» di
Verdi, lui scattava in piedi e nello sconcerto generale del pubblico gridava:
«Viva l'Italia!»
D'inverno, durante i giorni freddi di gennaio (i giorni della
merla che uno, in campagna, se ne sta volentieri al calduccio, sprofondato
in poltrona con i piedi a sfiorare le fiammelle scoppiettanti del caminetto),
quando si formano delle lastre di ghiaccio lungo i viottoli di campagna,
nei dislivelli del terreno dove ristagna l'acqua piovana che, di notte,
si trasforma in ghiaccio, Calogero Furlan, allarmato, correva ai ripari.
Ben coperto, con un passamontagna tirato giù fino al collo, sfidando
il freddo, prendeva una prolunga elettrica e il fon, e si metteva ginocchioni
davanti alle lastre di ghiaccio che affioravano intorno alla sua casa colonica,
e a una a una le riscaldava con il soffio benefico del fon, in modo che
il ghiaccio non si crepasse di schianto, non si ferisse procurandosi laceranti
irritazioni, ma si sciogliesse gradatamente, piano piano, in maniera indolore.
Dappertutto nel podere di Calogero Furlan, là dove spuntavano
fuori delle ragnatele, queste erano ricoperte di stracci, per lo più
ricavati da vecchi maglioni sdruciti, messi lì a proteggerle dal
gelo invernale. Viste da lontano, quelle bizzarre imbracature, in prevalenza
lanose, specie quelle imprigionate fra i rami disarticolati degli alberi,
sembravano piccoli aquiloni andati distrutti, traditi dalle raffiche scomposte
del vento.
Zappettando due giorni di seguito dietro casa, nello spiazzo
umido che lambiva un boschetto di noci, fra un impegno di lavoro e l'altro
(faceva il rappresentante per una ditta di elettrodomestici di Milano),
Calogero Furlan aveva costruito delle piste «preferenziali»,
affiancate da muretti a secco alti quasi trenta centimetri, per la circolazione
esclusiva delle lumache. Le aveva tracciate con estrema precisione «onde
evitare deplorevoli spappolamenti» - spiegava ai curiosi che attraversavano
il suo podere e notavano quegli incomprensibili solchi disseminati qua
e là di bandierine di carta con su stampata l'immagine di una lumaca.
Per invogliare quest'ultime a incamminarsi verso le piste riservate alle
loro lente escursioni, sparpagliava in giro per tutto il podere, fin dove
la radura ben lavorata prendeva la forma di un misterioso circuito, una
sorta di otto volante agreste, della lattuga tagliata a pezzettini di cui
le lumache, creaturine vegetariane, sono golose.
Anche Calogero Furlan era vegetariano, e disprezzava i sanguinari
che si nutrono di carne e ingrassano i loro cervelli di idee balzane, come
quella che la carne sia un nutrimento indispensabile per crescere sani
e forti. Balle! Era da una vita che lui mangiava solo verdure crude e si
era trovato benissimo: bollirle o cuocerle in padella neanche a pensarci,
per non farle soffrire, ma anche perché, una volta cotte, le verdure
perdono gran parte del loro potere vitalizzante.
Un'altra stranezza di Calogero Furlan, che aveva origine dal
suo cronico stato di «ipersensibile», riguardava i vini. Quando
comprava del vino sceglieva solo quello confezionato in bottiglie con il
tappo di metallo, da svitare con un semplice movimento della mano, poiché
inorridiva all'idea di dover trafiggere un tappo di sughero sbriciolandone
atrocemente il corpo con la punta sinuosa, implacabile del cavatappi. Si
sentiva male al solo pensiero di adoperarsi in un atto così violento,
gratuito, e allo stesso tempo sproporzionato rispetto all'obiettivo finale.
Fra le molte azioni che gli spezzavano il cuore, e che perciò
si rifiutava di compiere, senza per questo sentirsi un eroe, c'era in primo
luogo l'affettare il pane, dissezionarlo con un coltello-bisturi ben affilato,
tanto che si era ridotto a mangiare solo grissini, fette biscottate, toast
(evitando di abbrustolirli) e cracker; e poi ancora si guardava bene dallo
strizzare i panni dopo il lavaggio; odiava profondamente spremere gli agrumi;
sbattere le uova; segare la legna, cosa che gli impediva di eseguire -
che orrore! - la potatura delle piante; dormire su cuscini di piume d'oca,
per non schiacciarle (le piume) con il peso del proprio corpo; preparare
il battuto triturando cipolla, prezzemolo e altri ingredienti (la mezzaluna
era uno dei numerosi strumenti di tortura banditi dalla sua cucina);
togliere i semi dai pomodori o gli acini dall'uva, gesti che ai suoi occhi
apparivano «abominevoli operazioni di squartamento».
Calogero Furlan fu uno dei primi (un precursore nel suo piccolo)
a lavare l'insalata con il sistema del mulinello. Poiché gli ripugnava
- sempre per via della sua smodata ipersensibilità - l'antiquato,
grossolano metodo di asciugare l'insalata strizzandola (strozzandola!)
con le proprie mani, o ficcandola in un panno e sbatacchiandola ripetutamente
su una superficie piana, si era costruito, con la complicità di
un amico fabbro, un marchingegno simile ai sofisticati «asciuga insalata»
di plastica che si usano oggi.
In pratica il marchingegno era così concepito: dentro
una pentola aveva messo uno scolapasta di alluminio che capovolto, a parte
i forellini, assomigliava a un elmetto militare, di quelli usati dai tedeschi
durante la prima guerra mondiale; poi aveva applicato al coperchio della
pentola una manovella, presa da un macinino del caffè. Una barretta
tonda di acciaio collegava la manovella allo scolapasta in modo che, azionando
la prima, si metteva in moto il secondo che a sua volta, ruotando a forte
velocità, consentiva di asciugare l'insalata senza torcerle una
foglia.
Di quell'oggetto, che mai aveva pensato di brevettare (a testimonianza
della passione disinteressata che lo animava), concepito solo per sottrarre
l'insalata all'umiliazione di un sadico maltrattamento, Calogero Furlan
andava orgogliosissimo. C'era così affezionato che, quando gli amici
lo invitavano a cena, se lo portava dietro in una sporta di tela. «State
bene a guardare», esclamava prima di mettersi a tavola sollevando
in aria la sua invenzione, impaziente di farne vedere il funzionamento.
«Ora assisterete al riscatto dell'insalata!»
aprile 2005
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