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LA GOVERNANTE DI JEVONS
Una storia delle idee bizzarre prodotte dalla fervida mente degli economisti
non è ancora stata scritta. Ed è un vuoto di cui rammaricarsi,
anche perché, a pensarci bene, gli spunti per raccogliere un’antologia
di stramberie economiche non mancherebbero di sicuro. Numerose sono infatti
le perle di analisi «balzane» che s’incontrano qua e là
fra le pagine dei trattati della dismal science, tali da formare
un libro di godibile lettura, il cui titolo potrebbe essere La futilità
marginale.
Basti solo pensare, fra gli esempi più conosciuti, alla teoria
dell’«ultima ora» di Nassau William Senior sulla quale ironizzò
Karl Marx nel primo libro del Das Kapital. Oppure ad alcune bislacche
speculazioni di Achille Loria, contenute nell’articolo «Le influenze
sociali dell'aviazione (Verità e fantasia)», apparso sul fascicolo
III della rivista Rassegna Contemporanea del 1 gennaio 1910, pp.
20-28.
L’articolo, osserva Gramsci, «è tutto un capolavoro di
“bizzarrie”: vi si trova la teoria dell'emancipazione operaia dalla coercizione
del salario di fabbrica non più ottenuta per mezzo della “terra
libera” ma per mezzo degli aeroplani che opportunamente unti di vischio,
permetteranno l'evasione dalla presente società con il nutrimento
assicurato dagli uccelli impaniati; una teoria sulla caduta del credito
fiduciario, sullo sfrenarsi delle birbonate sessuali (adulteri impuniti,
seduzioni, ecc.); sull'ammazzamento sistematico dei portinai per le cadute
di cannocchiali; un compendio della teoria altrove svolta, sul grado di
moralità secondo l'altezza dal livello del mare, con la proposta
pratica di rigenerare i delinquenti portandoli nelle alte sfere dell'aria
su immensi aeroplani, correzione di una precedente proposta di edificare
le carceri in alta montagna, ecc. ecc.» (Antonio Gramsci, Gli
intellettuali e l’organizzazione della cultura, Einaudi, Torino, 1955,
p. 170).
Per arrivare fino ai giorni nostri, alla pubblicazione sull’autorevole
Econimc
Journal (101, settembre 1991) di un paper scritto da tre economisti
americani - Don N. MacDonald, John H. Kagel e Raymond C. Battalio - dal
significativo titolo «Animals’ choices over uncertain outcomes: further
experimental results», in cui sono riportati «the results of
an experiment exploring rats choices over uncertain outcomes designed to
discriminate between various non-expected utility models of choice».
Certo, aggiunge Gramsci, «ogni periodo ha il suo lorianismo più
o meno compiuto e perfetto e ogni paese ha il suo».
Nell'Inghilterra del secolo XIX , un esponente che forse potrebbe ben
figurare nella categoria d'intellettuali tratteggiata dal fondatore del
partito comunista italiano, almeno per quanto riguarda la teoria delle
fluttuazioni economiche, è William Stanley Jevons (1835-1882), pioniere
della statistica descrittiva, logico ed epistemologo di notevole livello,
oltre che uno dei grandi ispiratori, insieme a Carl Menger e Marie-Esprit-Léon
Walras, della cosiddetta «rivoluzione marginalista» che sostituì
la dea-utilità al demoniaco-lavoro nella determinazione del valore
di scambio delle merci.
Come Loria, anche Jevons è «un uomo d'ingegno».
Lo testimonia il giudizio di Schumpeter che ritenne il Nostro «uno
degli economisti più genuinamente originali che siano mai esistiti»
(Joseph A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Torino, Boringhieri,
1968, p. 643).
Dopo anni di studi, verifiche e accurati riscontri, Jevons concepì
un’ipotesi audace, nota nella letteratura economica come «teoria
delle macchie solari», non molto diversa, a dire il vero, da quella
generativa dei cicli economici elaborata da Henry Ludwell Moore. Fuori
dagli schemi tradizionali egli stabilì una connessione tra il ritmo
dei raccolti, supposto determinato da periodiche fluttuazioni meteorologiche,
e l’andamento altrettanto ciclico del commercio, in ciò preceduto
da altri studiosi, fra cui William Herschel, Hyde Clarke e John Miles.
La «meravigliosa coincidenza» fra l’intervallo medio (circa
10,466 anni) con cui le principali crisi commerciali si susseguirono dall’inizio
del Settecento fino al 1878 ed il ciclo delle macchie solari (10,45 anni)
calcolato dall’astronomo britannico John Allan Broun (1817-1879), spinse
Jevons, in virtù dell’intensa passione che arde nell’animo degli
economisti per le «leggi fisiche» della società, a considerare
quel suggestivo parallelismo come «una prova evidente che i due fenomeni
sono collegati in rapporto di causalità». Anche se poco dopo
si affrettò a precisare che «non è possibile stabilire
l’esatta natura del rapporto» in questione.
Il nucleo di questa brillante intuizione è rintracciabile in
diversi scritti dell’economista inglese, fra cui The Solar Period and
the Prince of Corn (1875), The Periodicity of Commercial Crises
and Its Physical Explanation (1878) e Commercial Crises and Sun-Spots,
quest’ultimo apparso sul numero XIX del novembre 1878 della rivista Nature,
e recentemente (ottobre 1992) tradotto in italiano da Evelina Eroe per
una plaquette stampata in 140 copie a Firenze dalla casa editrice Wunderkammer.
La cosa singolare non è tanto che l’idea dell’influenza delle
macchie solari sui cicli economici si sia rivelata alla fine un fallimento
(come sostiene Eric Roll nella sua Storia del pensiero economico,
Boringhieri, Torino, 1967, p. 383), bensì che Jevons, quell’idea,
l’abbia potuta semplicemente architettare, plasmare nella sua mente per
tanto tempo, fino a darle una forma elegante, una parvenza di dignità
scientifica.
Altrettanto curioso il particolare che ora si apprende su questa
vicenda, dopo la pubblicazione a Londra di The letters of W. S. Jevons
to Mrs Laurie Bardeen, 1869-1871, a cura di John Felton, ovvero del
carteggio fra Jevons e Mrs Laurie Bardeen che fu per molti anni la sua
governante.
Dalla corrispondenza fra i due affiora in modo velato, ma chiaro che
l’ispiratore (e quindi in un certo senso l'ignaro precursore) della teoria
delle «macchie solari» fu un vecchio zio della Bardeen, un
certo Allan Gough, piccolo agricoltore nella contea del North Yorkshire,
che, tramite la nipote, mise al corrente il grande economista di alcuni
fenomeni che gli erano capitati, e di cui non sapeva darsi una ragione.
«Carissimo Professor Jevons», scrive il 6 ottobre 1869 la
Bardeen dalla sua casa di Plymouth, «mio zio Gough La saluta calorosamente
e mi chiede d’informarLa di quanto gli sta accadendo, per avere da Lei,
se possibile, delle delucidazioni in merito, sempre che ciò non
Le arrechi disturbo, cosa che lo zio non vorrebbe affatto. Da alcuni anni
il caro zio lamenta che ogni volta che si verificano dei danni nel suo
podere, ad esempio va male il raccolto delle patate, si seccano degli alberi
da frutta o cose simili, immancabilmente succede qualcosa di negativo ai
suoi risparmi. Due mesi fa, ad esempio, mi ha raccontato che tutte le sue
galline sono state sterminate da una terribile malattia, e, guarda caso,
nello stesso periodo è stato rapinato per strada da due malfattori
vestiti da spazzacamini. Lo zio ha notato che questi episodi delittuosi
si verificano quasi sempre in concomitanza di maree, provocate, come si
sa, dall’azione gravitazionale combinata della Luna e del Sole. Così,
il pover’uomo, si è messo in testa che l’assottigliamento del gruzzoletto
di sterline che ha messo da parte in anni di duro lavoro sia in qualche
modo causata dall’influsso nefasto di quegl’astri».
Il 15 dicembre dello stesso anno Jevons risponde telegraficamente alla
sua governante:
«Cara Mrs Bardeen, informi Suo zio che sto lavorando alla risoluzione
dei problemi che lo affliggono. Le notizie da lui fornitemi mi sono state
di grande stimolo. Una spiegazione c’è, e credo di averla individuata.
A presto, il Suo sempre affezionato William Stanley Jevons».
Con questo titolo La governante di
Jevons. Storie di precursori dimenticati è uscito un mio
libro nel 2007 presso Campanotto Editore.
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