LE MACCHINE
PER SCRITTORI IN CRISI
Nella visita alla Grande Accademia di Lagado, capitale dell'isola
di Balnibarbi, il medico Lemuel Gulliver incontra, fra gli altri scienziati,
un professore che in una grande aula, circondato da quaranta scolari, illustra
le proprietà di una macchina composta di vari pezzetti di legno
grossi come dadi, congiunti da esili fili di ferro, in cui è travasato
l'intero vocabolario della lingua di Balnibarbi. Grazie a quella macchina
la persona più ignorante, con poca spesa e uno sforzo muscolare
minimo, può scrivere libri di filosofia, poesia, politica, legge,
matematica e teologia, senza alcun bisogno di genio o di studio.
È uno dei primi esempi (prototipi) rintracciabili in letteratura
di «macchina per fabbricare libri», uno strano marchingegno
che, per altro, muove da un dato reale: le affascinanti proprietà
combinatorie del linguaggio umano che fa uso infinito di mezzi finiti (una
manciata di lettere).
Un caso interessante, che ricorda l’invenzione swiftiana, è
quello dell’orologiaio francese Absalon Amet che, nel Settecento, fabbrica
il Filosofo Meccanico Universale, un apparecchio, grande come un’intera
stanza, in grado di produrre una quantità quasi infinita di frasi,
combinando una serie di vocaboli (sostantivi, avverbi di ogni sorta, congiunzioni,
negazioni, verbi sostantivati, ecc.) scritti su delle targhette disposte
a loro volta su ruote dentate caricate a molla e regolate nel loro movimento
da uno speciale congegno a scatto che periodicamente ferma l’ingranaggio.
Ne parla Rodolfo J. Wilcock ne La sinagoga degli iconoclasti (1972).
Muovendo dalla «potente verità» che «la grammatica
inglese è governata da regole pressoché matematiche nel loro
rigore», un giovane intraprendente che sogna di fare lo scrittore,
Adolph Knipe, inventa una macchina in grado di produrre qualsiasi tipo
di storia uno desideri. È ciò che Roald Dahl racconta ne
«Lo scrittore automatico» (1953).
All’inizio degli anni sessanta Nanni Balestrini compose delle poesie
con l’ausilio di un calcolatore elettronico. Il procedimento usato da Balestrini
per creare le sue poesie combinatorie si basava sulla divisione
in «elementi», cioè in gruppi di poche parole legate
sintatticamente, di tre brani presi a campione. Immagazzinate particolari
istruzioni, il calcolatore era capace di combinare le frasi dei tre testi
di partenza in modo da generare poesie di senso preciso.
Di un fenomeno analogo - la «produzione meccanica di poesie»
effettuata da un cervello elettronico in California partendo da 3500 parole
e da 128 modelli sintattici - riferisce Gabriel Zaid nell’articolo «Esplorazioni
d’ingegneria letteraria» apparso su il Caffè (5-6,
1968).
L'esperimento di Balestrini fa venire in mente il racconto in
forma teatrale di Primo Levi «Il Versificatore» (1966). Qui
il protagonista è un poeta che sgobba senza «mai un momento
di libera ispirazione» per comporre carmi nuziali, poesia pubblicitaria,
inni sacri, ecc. Un giorno il poeta acquista da un rappresentante di nome
Simpson il Versificatore, una macchina per comporre versi munita
di tastiera simile a quella degli organi e delle Linotype. Basta impostare
l'argomento, il tono, lo stile, la forma metrica, ecc., e la macchina compie
veri prodigi. Il racconto di Levi, che riporta alcuni esempi di poesie
create dal Versificatore, si conclude con queste riflessioni del
protagonista: «Posseggo il Versificatore ormai da due anni. Non posso
dire di averlo già ammortizzato, ma mi è diventato indispensabile.
Si è dimostrato molto versatile. […] Gli ho insegnato a comporre
in prosa, e se la cava benissimo. Il testo che avete ascoltato, ad esempio,
è opera sua».
L’io narrante de «Lo scrittore robot» (1988) di Luigi
Malerba è un ingegnere progettista che si è dato alla letteratura
e vuole «robotizzarsi» il più possibile, affidando a
un computer la stesura del suo nuovo romanzo. Perciò si attiva per
inserire nella memoria del computer i dati sulle sue intenzioni letterarie,
e cioè sul tipo di romanzo che intende scrivere, sulle emozioni
che vuole provocare nei lettori, sulle idee generali alle quali intende
ispirarsi.
Così come accade in quasi tutti i racconti citati, una
«macchina per fabbricare libri» nasce dall’esigenza di contrastare
la fiacca creativa di uno scrittore. Allora, in quanto oggetto letterario,
una «macchina per fabbricare libri» non è nient’altro
che la proiezione fantasiosa del travaglio che investe uno scrittore a
corto d’idee (condizione sofferta oggi - ci sembra - da non pochi scrittori).
il Caffè Illustrato, 48, maggio/giugno 2009, p. 12.
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