LE FRASI FATTE
DEGLI SCRITTORI

 
  Nel vasto assortimento di frasi fatte che gli scrittori spesso ci rifilano nei contesti più diversi, frasi che mi mandano letteralmente in bestia, ce n’è una in particolare che supera ogni limite di tollerabilità umana. Divento una iena quando sento uno scrittore, e negli ultimi tempi ne ho sentiti molti alla radio, in tv o sui giornali (ultimo in ordine cronologico Antonio Pennacchi vincitore del premio Strega 2010), che dichiara: «Non sono stato io a scegliere la storia che ho raccontato, ma è stata la storia a scegliere me».
    Ma come cazzo si fa, mi domando io, a pronunciare una frase tanto ridicola? Uno, in quel momento, mentre apre la bocca e gli escono fuori le parole, è cosciente di quello che sta dicendo?
    Ora ve l’immaginate voi la scena?
    Se l’affermazione di quello scrittore fosse vera allora dovremmo berci la frottola che da qualche parte nell’etere, o in un altro luogo non ben precisato (chissà forse un archivio segreto delle storie non ancora raccontate o una biblioteca inaccessibile), ci sarebbe una storia che è alla ricerca affannosa dello scrittore giusto che la sappia raccontare come si deve, e gira, gira questa storia non ancora raccontata, volteggia  guardandosi attorno qua e là finché a un tratto non si accorge dello scrittore tal dei tali, lo squadra attentamente da capo a piedi, o meglio lo sente parlare magari con un altro scrittore, che parlano dei loro progetti letterari, delle loro ambizioni future e allora la storia non ancora raccontata, che per altro è stufa di continuare a girare a vuoto senza che nessuno l’abbia ancora tradotta in una combinazione di parole felicemente assortite, si ferma e gioisce esclamando: «Oh, basta tribolare. Ecco lo scrittore che fa per me!», e la sera stessa, mentre lo scrittore è alla scrivania, davanti allo schermo vuoto del suo computer che si sbattezza a trovare l’intreccio di una storia decente da narrare, la storia non ancora raccontata si presenta allo scrittore e gli dice un po’ emozionata: «Ho scelto te!»
    Mi sembra ovvio che nessuno crederebbe mai a una stupidaggine del genere.
   Forse allora, in aiuto degli scrittori che si abbandonano a quest'assurde dichiarazioni, potremmo ipotizzare un’altra dinamica per spiegare l’incontro fra la storia non ancora raccontata e lo scrittore giusto scelto per raccontarla, e restituire una qualche dignità di senso alla frase: «Non sono stato io a scegliere la storia che ho raccontato eccetera eccetera».
    La storia non ancora raccontata non dice nulla allo scrittore, al contrario rimane in silenzio, fa l'indifferente, ma non appena lo scrittore si distrae zac! la storia non ancora raccontata gli penetra dentro di nascosto, piano piano, smuovendogli i neuroni dell’ispirazione, il che significa che la storia non ancora raccontata viene assorbita dallo scrittore allo stesso modo in cui si tirano su con il naso i vapori di un infuso di erbe medicinali, modalità plausibile dato che quando uno pensa alla forma corporea di una storia non ancora raccontata se l’immagina di una sostanza aeriforme, impalpabile, fluttuante; dopo di che, una volta inalata, lo scrittore - miracolo! - si mette automaticamente a scrivere, senza nemmeno rendersi conto dell’accaduto; la storia gli viene fuori con estrema facilità, e la butta giù di colpo, in pochi giorni, come fece Stendhal con La certosa di Parma, travolto anche lui, il nostro scrittore come Stendhal, da un irrefrenabile impulso creativo, da un’eccitazione, una fregola nello scrivere mai sperimentati prima di allora, tanto che alla fine si meraviglia lui stesso di quest’improvviso stato di grazia e in cuor suo pensa, e successivamente lo dichiara anche in pubblico: «Non sono stato io a scegliere la storia che ho raccontato, ma è stata la storia a scegliere me».
    Voglio sperare che le cose siano andate a questa maniera, altrimenti che dire di uno scrittore che se ne esce con una frase simile?
    Un’altra frase che sento spesso in bocca agli scrittori e che mi manda letteralmente in bestia è questa: «Non appena finito e mandato in libreria, il mio libro non mi appartiene più».
    Bene, allora sapete cosa faccio? Ora scendo giù in strada, entro nella prima megalibreria che mi capita a tiro, di quelle che ormai sembrano dei supermercati, prendo una pila di copie dell’ultimo libro di Pennacchi, vincitore del premio Strega 2010, e a uno a uno in copertina gli cambio il nome dell’autore, ci appiccico sopra il mio nome stampato bello grande. Poi scrivo alla Mondadori e gli dico di mandare a me i diritti d’autore del libro di Pennacchi, di versarli con un bonifico sul mio conto corrente, gli fornisco anche il mio codice IBAN, che intanto Pennacchi, dico alla Mondadori, è dell'idea che il suo libro «non gli appartiene più». E vediamo un po’ a questo punto come reagisce Pennacchi, se continuerà a ripetere l’insulsa frase che il suo libro, una volta finito e mandato in libreria, non gli appartiene più.
    Voglio proprio vedere.

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