Paolo Albani
IL PRIMO ROMANZO-DELEGATO
NELLA STORIA DELLA LETTERATURA


Ho pensato di mettere qui di seguito una breve premessa che uno, se vuole, può anche saltare. La premessa dice così:

    Io non riesco a scrivere romanzi, lo ammetto tranquillamente, e la ragione è molto semplice: mi manca la stoffa del romanziere. Comunque sia non ci trovo nulla di sconvolgente in questo, non è mica un delitto essere incapaci di scrivere romanzi. Ci sono cose ben peggiori nella vita.
Anche Borges, del resto, tanto per citare un esempio illustre, e lo cito non per fare dei paragoni, figuriamoci, sarebbe una roba da matti, anche Borges, dicevo, ha scritto solo racconti, nemmeno uno straccio di romanzo, e però sappiamo tutti dov’è arrivato Borges con la sua scrittura, a che livelli di raffinatezza letteraria.
In ogni modo, a parte Borges che resta un grande scrittore anche se non ha scritto romanzi, il fatto è che per scrivere romanzi bisogna avere il respiro lungo, mettersi lì con calma alla scrivania per due, tre o quattro anni, ammesso che bastino, e non pensare ad altro, fare delle ricerche, se del caso, ovvero rinchiudersi in una biblioteca, documentarsi, prendere appunti, riempire schede di citazioni, e fermare ogni giorno su carta i propri pensieri, anche i più banali, che non si sa mai un domani possono sempre tornare utili alla stesura di un romanzo.
Insomma scrivere un romanzo è un lavoro impegnativo, estenuante, che ti cambia dentro. Non s’improvvisa dall’oggi al domani.
A rifletterci su, come soggetto scrivente, io non so bene di che stoffa sono fatto, è anche probabile che non abbia nessuna stoffa, perché no? Ad ogni buon conto è certo che non ho quella del romanziere. Su questo non ci piove.
Malgrado ciò l’altro giorno, mentre facevo la spesa al supermercato spingendo controvoglia un carrello semivuoto, mi è venuta un’idea, e alla fine ho preso una decisione: scriverò anch’io un romanzo, ma sarà un romanzo - ci tengo a precisarlo subito onde evitare equivoci - che non scriverò io in prima persona, ma sarà direttamente il lettore a scriverlo al posto mio. E questa cosa, se non mi sbaglio, è la prima volta che succede.
Come? Questo è il punto.
    Tanto per cominciare non voglio ripetere il solito espediente, ormai sfruttatissimo, di quello che scrive dicendo che non sa scrivere e però intanto scrive e alla fine viene fuori un libro su come lui non sa scrivere romanzi. No, non è questo che voglio fare, troppo facile, e poi è già stato fatto. Marcel Bénabou ad esempio ha scritto un paio di libri, tradotti anche in italiano: Perché non ho scritto nessuno dei miei libri e Butta questo libro finché puoi, giocando proprio su questo artificio narrativo, un accorgimento, verrebbe da dire, figlio del pensiero debole.
    Neppure ho intenzione di nascondermi dietro il vecchio, desueto stratagemma del ritrovamento di un manoscritto autografo, opera di un anonimo scrittore, stratagemma di cui si sono avvalsi in tempi lontani Ariosto, Cervantes, Walter Scott, Manzoni e una moltitudine di altri scrittori più o meno famosi che non sto qui a ricordare.
Né voglio scrivere, ci mancherebbe altro, un romanzo su come a mio avviso sia concepibile oggi, dopo Joyce, scrivere un romanzo che alla fine, ci puoi scommettere, verrebbe fuori l’ennesimo romanzo in forma di saggio di cui non si sente certo la mancanza o addirittura rispolverare la patetica, non più spendibile idea del meta-romanzo, ovvero del romanzo dentro al romanzo, che è un altro accorgimento, un’altra furbizia che ha (si pensi per tutti a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino) numerosi precedenti, tanto numerosi da costituire ormai un genere letterario ben consolidato.
    Nel mio caso, come dicevo prima, sarà il lettore, o meglio l’insieme di tutti i miei lettori potenziali, a scrivere il mio romanzo, io non ci metterò niente di mio, resterò dietro le quinte, in disparte, non voglio figurare nemmeno sulla copertina di quello che sarà il mio romanzo non appena pubblicato, portando davvero a compimento la tanto declamata (ma poco praticata, così almeno mi sembra guardandomi in giro) «dissoluzione dell’autore».
    Questo significa in altre parole che saranno loro, i miei lettori, a scegliere la trama del mio romanzo, a scegliere i personaggi, le vicende, l’ambientazione, i dialoghi, ecc., a definire nei minimi particolari la struttura del mio romanzo, la sua lunghezza, a dargli un ritmo adeguato, un’impronta originale, un’anima o come dicono i critici che la sanno lunga su queste cose una «voce interna»; io da parte mia non metterò bocca su niente, mi asterrò da ogni intervento o suggerimento di qualsiasi tipo, me ne starò in silenzio come uno spettatore a teatro.
Essendo incapace, come ho già detto, di scrivere un romanzo, faranno tutto loro, i miei lettori, io mi limiterò semplicemente a osservare dall’esterno, a registrare le loro intuizioni, le loro invenzioni, nient’altro.
Così facendo si capovolge l’idea, purtroppo assai diffusa e radicata più di quanto si pensi, dello scrittore al servizio dei lettori; mentre nel caso del mio romanzo che tuttavia non sarò io a scrivere, si determinerà per la prima volta l’insolita situazione nella quale saranno i lettori a porsi concretamente al servizio dello scrittore.
Per quanto possa sembrare paradossale, il mio romanzo, prim’ancora di essere messo in opera dal suo legittimo autore, cioè da me, che sono incapace a farlo per esplicita ammissione, sarà letto in prima istanza dai miei lettori che, guarda caso, ne sono anche i compilatori effettivi, e questo perché quando uno produce un testo, mentre lo scrive fisicamente, non può fare a meno di leggerlo, in altri termini si pone contemporaneamente sia come scrittore che lettore di se stesso.
Dunque ragionando per assurdo, ma solo in apparenza com’è facile intuire, nel caso del mio romanzo, dove i lettori sono anche gli estensori materiali del romanzo stesso e l’autore è invece un non-romanziere, si dà questa contraddizione temporale che è, lo ripeto, solo illusoria: la lettura di un romanzo (il mio) che viene prima della scrittura del romanzo medesimo.
    A questo punto, cari lettori, rimboccatevi le maniche e cominciate pure a scrivere il mio romanzo, il romanzo che io non sarei mai in grado di scrivere e che proprio per questo, per la sua natura atipica di romanzo-delegato, sarà una novità assoluta sul mercato dei libri: il primo romanzo nella storia letteraria scritto interamente dai lettori, visto e considerato che il suo autore, cioè il sottoscritto, non ha la stoffa del romanziere e ha lasciato volutamente, per manifesta inettitudine, ai suoi lettori l’incombenza di scriverlo.
    Dunque buon lavoro, e grazie in anticipo per la vostra disponibilità. Il mio romanzo ha inizio da qui…

il Caffè illustrato, luglio-ottobre 2010, 55-56, pp. 6-7.
Per andare al sommario de il Caffè illustrato cliccate qui.
Ho fatto una lettura integrale di questo mio romanzo a Firenze presso lo spazio AREA N.O. (natura-cultura), gestito da Massimo Mori, in occasione di un omaggio a Tomaso Binga il 24 giugno 2010.

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