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MUSICA E NO

Santa Maria della Scala
Siena
febbraio-marzo 1998
catalogo a cura di Eugenio Miccini
Edizioni META, Firenze
Paolo Albani
Un filo di voce (1997)
cm 33x35x15, tecnica mista
Collezione Piero Maffessoli
Questa mia opera è stata usata come copertina per il
libro di Gabriele Marino, Britney
canta Manson e altri capolavori... Recensioni e dischi (im)possibili
nel giornalismo rock, prefazione di Vittore Baroni, Crac
Edizioni, Falconara Marittima (An), 2011:

Prefazione
di
Eugenio Miccini
L'idea di questa mostra parte da
lontano. Negli anni '60 io e Pignoni
facemmo una serie di spettacoli dal titolo sintoatico di «Poesia
e no». Ispirandoci - mi si perdoni il termine - alle ibridazioni
linguistiche in atto nelle arti e nella comunicazione sociale,
mettevamo
insieme in una sorta di unità, alla maniera del cinema, recital,
proiezioni, affissioni, audizioni di canzonette e di musica classica,
poesie
visive e partiture, azioni pittoriche ed happenings, ecc. In un
convegno
coevo avevamo a lungo discusso con i più autorevoli esponenti di
ogni disciplina e di ogni pratica estetica sulla
interdisciplinarilà
delle forme espressive, sulle varie contaminazioni tra, i generi
artistici.
Questa mostra parte, appunto, da quelle tesi e da quei presupposti.
Gli autori che vi partecipano ne sono consapevoli: hanno fatto
interagire
codici espressivi diversi seguitando quelle pratiche di sconfinamento
inaugurate
dal nostro declinante secolo e che in qualche modo configuravano, o
presumevano,
nuove convenzioni simboliche ed inedite espressioni artistiche. Il
nostro
secolo, dicevo, è staio attraversato - e non saprei onestamente
se quell'attraversamento si sia arrestato – da un'ondata, e da una
passione
analitica, sottoponendo ogni universo di discorso e perfino ogni sapere
a una revisione, critica, investendo insomma tutta la cultura con una
furia
investigativa, che in qualche modo ne disciplinasse le antiche
strutture.
In altre parole, il punto cruciale di tutto il Novecento era, e forse
continua
ad essere, il problema del linguaggio. L'unità del sapere, ha
subito
una sorta di trauma epistemologico; ogni linguaggio si è votato
alla ricognizione dei propri statuti, alla scomposizione delle forme
complesse,
alla ricerca degli elementi primari... «L'uomo strutturale -
scriveva
Roland Burihes - separa, divide e poi rimonta e ricompone. Tutto qui?
In
questo propriamente consiste nientemeno che l'intelligibile
generale».
Ma questa vocazione, analitica, questo ritorno alle origini, alle
sorgenti
di una «grammatica» purificata, doveva produrre - proprio
in
virtù di una riacquistata capacità combinatoria -
esattamente
il proprio contrario e cioè una spregiudicata attività
sintetica,
un desiderio sfrenato - cadute le barriere istituzionali e i dogmi
ontologici
- di contaminazione delle corporazioni estetiche con corpi estranei,
con
intrusioni extraestetiche, con interazioni con altre convenzioni
grafiche,
semantiche. Sembrava non vi fossero limiti e che la creatività
si
assestasse ormai nelle zone franche, in un'area di confine.
A soffiare sul fuoco di questa forte eccitazione novecentesca sono
state ovviamente le Avanguardie Storiche, in primo luogo il Futurismo,
che hanno inaugurato il secolo sollecitando quelle radicali mutazioni
culturali,
del resto omologhe, se non proprio tributarie, delle altre e cogenti
novazioni
che anche drammaticamente anticiperanno le vicissitudini
sovrastrutturaii
degli anni '60 e delle Neoavanguardie.
La musica, che si è spesso trovata a rimorchio delle arti
sorelle,
ha subito anch'essa i contraccolpi delle vicende estetiche generali,
non
solo rivoluzionando le proprie convenzioni scritturali, ma anche
introducendo
nel suo geloso dominio nuove, sonorità, il rumore della
fonosfera
urbana, il noise e perfino il silenzio; non solo inventando nuovi
strumenti,
ma anche elevando a strumento musicale qualsiasi oggetto [...].
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