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LE VOCI
Da alcune settimane Gerolamo G. si era trasferito in campagna. Aveva
comprato un fienile ristrutturato in una tenuta non lontana dalla città.
Dalla finestra del suo studio si vedevano le colline disseminate di ulivi,
una redola dritta che spariva dietro un bosco, fiancheggiata da un muretto
a secco. In lontananza, fra l'orlo verde di una collina e il cielo, si
scorgeva il profilo di una torre che svettava imbronciata. Un tempo il
fienile era utilizzato dai contadini che vivevano nella casa colonica attigua,
abitata poi dalla famiglia Beneforti, che aveva venduto a Gerolamo G. il
fienile ristrutturato.
Una notte di quell’estate in cui avvennero i fatti che qui si raccontano,
Gerolamo G., che viveva da solo, mentre leggeva un romanzo a letto, sentì
delle voci, un bisbiglìo prolungato. Era un suono di voci ovattate.
Una conversazione fra persone che discutevano usando un tono normale, a
tratti anche eccitato. Solo che il rumore della conversazione arrivava
da molto lontano, o almeno così sembrava, e quindi le parole si
distinguevano appena.
Era un brusio debole.
Gerolamo G., che non era abituato ai rumori della campagna, abbassò
il libro che teneva davanti agli occhi e si mise in ascolto. Non riusciva
a capire da dove venisse quel chiacchiericcio insistente. Forse aveva lasciato
la radiolina accesa in bagno.
Si alzò e andò a controllare. Ma la radiolina era spenta.
Due notti dopo il fenomeno si ripeté. Le voci ritornarono. Questa
volta erano voci incolori, un blablà uniforme, piatto, senza alti
né bassi. Gerolamo G. stava lavorando al computer nel suo studio.
Correggeva un articolo per il suo giornale, un pezzo sulle biotecnologie.
Indispettito da quelle voci andò alla finestra e sporgendosi in
avanti guardò sulla sinistra, verso la colonica dei Beneforti.
Al piano superiore, in corrispondenza del soggiorno, vide una luce
accesa. La portafinestra era aperta e da un lato della stanza guizzavano,
in modo discontinuo, dei bagliori azzurrognoli. Dal che era lecito supporre
(e infatti Gerolamo G. lo suppose) che qualcuno dei suoi vicini stesse
guardando la televisione.
In quel preciso istante, cioè mentre era intento a sbirciare
verso la colonica dei Beneforti, una timida brezza s’intrufolò nel
suo studio e dentro il fruscìo di voci confuse che viaggiava nell’aria
Gerolamo G. udì distintamente questo dialogo:
«Portate notizie di mio figlio oppure, che sarebbe
meglio, dei soldi?»
«Di Lucien?»
«Sì. Il povero giovane è venuto a
piedi da Parigi. L’ho trovato dai Courtois, morto di stanchezza e miseria.
Oh! È davvero infelice.»
Poi, non appena la brezza svanì, le battute del dialogo si trasformarono
di nuovo in un fraseggio oscuro, in un ronzio di parole incomprensibili.
Alla fine Gerolamo G. credé di aver scoperto l’origine di quelle
voci misteriose: venivano dal televisore acceso dei Beneforti. Il dialogo
che aveva sentito era con ogni certezza il frammento della scena di un
film trasmesso in tv.
A questa stessa spiegazione Gerolamo G. si affidò anche le notti
successive, trascorse con le finestre spalancate a lavorare al suo articolo,
notti calde in cui gli capitò di ascoltare altri frammenti di dialogo
come il seguente:
«Tu non sei soltanto la locandiera che pretendi
di essere.»
«Ma guarda! Che bella scoperta! E che cosa sarei
ancora? Cominci davvero a esagerare con le insolenze.»
«Non so che cosa sei altro. Constato solo che sei
una locandiera ma che indossi anche vestiti che non si adattano a una locandiera
e che nessun altro, per quel che ne so, indossa qui al villaggio.»
o come quest’altro, breve, decifrato mentre si faceva una tisana:
«Vado qui all’angolo, torno tra un minuto. Vuoi
niente per colazione?»
«Mn»
Gerolamo G. era un maniaco del silenzio. Quando scriveva o leggeva non
doveva essere disturbato dal minimo rumore. Anche la musica, compresa quella
classica, gli faceva perdere la concentrazione. Per trovare un po’ di silenzio
era andato a vivere in campagna.
Si capisce allora perché quel fastidioso sottofondo di voci
che si ripeteva ogni sera, o quasi, cominciasse ad innervosirlo. Gli impediva
di lavorare. Era diventata una vera e propria tortura.
Una sera perse la pazienza. Sebbene fosse una persona schiva, amante
del quieto vivere, e avesse in odio litigare con chicchessia o fare delle
scenate in pubblico, quella sera non riuscì a trattenersi. In mezzo
al parlottio indistinto che al solito si manifestava alcune ore dopo il
tramonto, riconobbe una voce femminile che diceva, in tono sprezzante:
«No! Lei non è felice, vicino a lei dovrebbe
esserci un'anima capace di comprenderla»,
cui seguì, dopo una breve pausa, la replica di una voce maschile:
«Io sono molto vecchio, signorina, e temo davvero
che il suo consiglio mi giunga troppo tardi. Comunque ci penserò».
A questo punto, imprecando contro tutte le televisioni del mondo e contro
i beoti che le stanno a guardare, Gerolamo G. si precipitò minaccioso
dai Beneforti. Fece di corsa il praticello all’inglese che lo divideva
dalla proprietà dei vicini, ma si bloccò davanti all’ingresso.
Le luci interne della colonica erano spente e non c’era neppure una macchina
nello spiazzo laterale adibito a garage.
Quando scoprì, fiutandone il nascondiglio come un segugio di
tracce acustiche, che le voci venivano dagli scaffali della sua libreria,
in particolare dalle costole di alcuni vecchi libri, che aveva letto e
riletto più di una volta, Gerolamo G. rimase turbato e si fece prescrive
dal medico una visita neurologica.
Qualche mese dopo trovò nella buca delle lettere il volantino
di un comitato di zona (fra i firmatari vide che c’era anche Marco Beneforti)
che denunciava gli effetti dannosi di alcuni tralicci dell’alta tensione,
non lontani dal suo fienile. Nel volantino si parlava di fenomeni strani
imputabili alle onde elettromagnetiche. Una signora denunciava di aver
sentito della musica provenire dall’oblò della lavatrice ed un’altra
di aver visto ballare la sua camicia da notte sopra il letto.
Fu allora che Gerolamo G. si ricordò che dietro la libreria
del suo studio passavano dei fili elettrici aggrovigliati, in certi punti
anche scoperti, la cui sistemazione rimandava sempre, con la scusa di non
avere estranei in giro per la casa, almeno fino alla stesura dell’articolo
sulle biotecnologie, e che forse le voci che aveva sentito, e che ancora
continuava a sentire, uscivano da quei fili bruciacchiati.
O forse no.
marzo 2002
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