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Paolo Albani
CE LO DICONO GLI ANIMALI: GIOCARE PER SOPRAVVIVERE Esiste il gioco nel mondo degli animali? Se la risposta è affermativa, rincariamo la dose e chiediamoci: tutti gli animali giocano o soltanto alcuni? E quali? Ma non fermiamoci qui, incalziamo la nostra insaziabile curiosità: come si capisce che un animale gioca, quali sono le caratteristiche del gioco degli animali? E perché mai, allungando la lista degli interrogativi, un animale gioca? Mi scuso per l’aggressione con cui, senza alcun ritegno, vi ho propinato questa pressante sfilza di domande, ma preferisco andare subito al cuore del problema. Quelle appena elencate sono le domande-chiave a cui cerca di dare una risposta esauriente David Toomey, professore presso l’Università del Massachusetts (New England, Usa), dove tiene corsi di scrittura e di storia della scienza, nel suo avvincente saggio Nel regno del gioco, pubblicato nella collana «Animalia» dell’editore Adelphi. Dato che in generale il gioco è una «bestia nera» (il gioco di parole è voluto) della ricerca scientifica, cioè non si presta a una facile definizione, e nello specifico la distinzione fra l’attività ludica negli animali e quella esplorativa-copulativa è quanto mai problematica, richiedendo per altro tempo e energie, ne deriva, ahimè, che gli scienziati hanno prestato poca attenzione fino a tempi recenti al gioco animale, giudicandolo non meritevole di serie indagini, atteggiamento della comunità scientifica di cui Toomey si lamenta. Entriamo subito in argomento. Di solito gli etologi distinguono tre principali categorie di gioco animale. In primo luogo c’è il gioco solitario, come quando un pony gironzola da solo in un campo; esiste poi il gioco sociale, per esempio quando i giovani scimpanzè fanno la lotta fra di loro, e infine c’è il gioco con gli oggetti, come nel caso di un cucciolo di cane che insegue e recupera un bastone. Senza omettere che si danno altre tipologie, riscontrabili anche nei cuccioli dell’uomo, ovvero il gioco di finzione, di accudimento, ecc. Come qualificare il gioco negli animali? Su questo aspetto Toomey chiama in causa il famoso biologo e etologo statunitense Gordon Burghardt, docente presso l’Università del Tennessee, una vera autorità sul tema della nascita del gioco negli animali (e non solo), autore di The Genesis of Animal Play (2005). ![]() Se vedete un animale che si comporta in modo non funzionale, volontario, caratterizzato da movimenti ripetuti ma variati, e se quell’animale è ben nutrito, al sicuro e sano, ecco che secondo il professor Burghardt state osservando un animale che gioca. Sul perché gli animali giochino (una delle domande poste all’inizio), le spiegazioni sono molteplici. Di certo uno dei motivi è liberarsi delle energie, smorzando con il gioco l’aggressività, come pure allenarsi, attraverso l’esecuzione di esercizi utili anche per essere accettati come membri di un gruppo. Inoltre, cosa non da poco, il gioco, specie in età giovanile, è importante perché ha la capacità di rafforzare lo sviluppo del cervello, oltre che del sistema nervoso e della muscolatura di un animale. E però l’animale, anche da adulto, – fenomeno da non sottovalutare – non smette di giocare, come dimostrano ad esempio gli scimpanzé. Il che avvalora la tesi che le attività ludiche degli animali abbiano un quid, un qualcosa in più, ovvero contribuire alla sopravvivenza e alla riproduzione degli animali stessi, offrendo loro in definitiva dei vantaggi adattivi. Al termine del libro di Toomey, nel capitolo intitolato «Essere come un animale», la discussione prende una piega divertente: per comprendere appieno l’esperienza ludica di un animale, – scrive Toomey – spesso gli scienziati imboccano strade eccentriche, come calarsi in tutto e per tutto nella parte di un animale, con l’encomiabile fine di sapere «com’è essere un animale» (persino un’ameba), così da studiarlo meglio. È ciò che ha sperimentato ad esempio lo scrittore e veterinario Charles Foster che ha scelto d’immedesimarsi in un tasso, mammifero con un potente olfatto. Per sviluppare il suo di olfatto, Foster ha annusato per un lungo periodo di tempo e con regolarità la biancheria sporca dei suoi bambini, e inoltre ha mangiato lombrichi e come i tassi ha vissuto di notte rannicchiato dentro una tana. Per assecondarlo in questa impresa “donchisciottesca”, un amico di Foster, dimostrando con ciò una scarsa sensibilità animalista, si è offerto di aizzargli contro i suoi cani e ha perfino simulato, sempre per compiacere l’amico-trasformatosi-in-tasso, di investirlo con il suo camion. David Toomey Nel regno del gioco traduzione di Isabella C. Blum Adelphi, pagg. 329, € 28
«Domenica - Il Sole 24 Ore», N. 182, 5 luglio 2026, p. XIX. Per la versione in pdf di questo racconto cliccate qui. ![]() Per andare o ritornare al menu delle mie collaborazioni alla «Domenica de Il Sole 24 Ore» cliccate qui. HOME PAGE TèCHNE RACCONTI POESIA VISIVA |