Pagina del sito di Paolo Albani

ANTOLOGIA AD HOC XXIII
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FARE IL PUNTO SULLA POESIA VISUALE

Editoriale di Sergio Cena


Che la poesia visuale abbia saputo situarsi tra i principali modi di fare arte, questa è una faccenda ormai accertata e di cui non credo meriti tornare a discutere, ciò che invece può fare dibattito ed è da mettere a fuoco sono e rimangono i suoi confini e l'ottica da adottare per stabilire un giudizio su chi opera al suo interno. Negli ultimi anni si sono sprecate malamente due occasioni per fare il punto sulla poesia visuale, la prima fu quella della mostra di Rovereto, che più che cercare di presentare storicamente il fenomeno verbovisuale, ha finito per essere una passerella degli autori scelti da qualche collezionista che si vuole ancorato al mercato. Ciò che abbiamo imparato da questa mostra è che in Arte e Mercato la "e” è inesorabilmente disgiuntiva, che crea due universi assolutamente non comunicanti tra loro. In altre parole i valori dell'uno non sono reversibili nell'altro. La seconda occasione è stata ancor più malamente sciupata al museo della Carale di Ivrea a causa di interessi personali che hanno scavalcato il principale curatore che, preso di mira da più fuochi, decise (?) di non scegliere una linea di condotta, finendo per presentare una zuppa dubbiosa il cui slogan avrebbe potuto essere: si salvi chi può!

Rimane il fatto che i poeti verbovisuali continuano il loro lavoro di esplorazione di un territorio, che si rivela dai confini più vasti e indefinibili di quelli che i critici hanno presupposto e dove si scopre che i metodi utilizzati per compiere l'esplorazione insistono dadaisticamente per non esserne uno. In effetti la verbovisualità può essere accostata solo adottando un punto di vista anarchico edonista (ed è per questo che ho scelto di usare il vocabolo dadaistico), perché la poesia visuale è giocosa e non già seriosa, va osservata col sorriso e mai con il grugno di chi giudica qualcosa di importante, il che evidentemente non significa che la verbovisualità non dica o faccia qualcosa di importante, solo che lo fa in modo leggero senza imporre alcun imprimatur accademico, ed ecco, per esempio, come succede che in poesia visuale vocaboli famigliari vengano usati in modi inusitati o affatto nuovi, insegnando in questo modo che ogni lingua contiene in sé i mezzi per ristrutturare parti anche estese del suo apparato concettuale. Succede anche che il poeta verbovisuale trovi il modo di comunicare superando la parola, magari servendosi dei grafemi che compongono l'alfabeto come materiale di costruzione di un poema che ignora la parola.

Ovviamente sondando il territorio della verbovisualità si scopre che ci sono dei poeti che non vanno oltre l'ornamento verbale, per lo più retorico, che di solito viene accettato amichevolmente, perché intanto tutto va bene e non si deve guastare la festa. Questo potrebbe essere inteso come un neo della verbovisualità, invece è un segno di maturità che normalmente sfugge alla critica. In effetti, se si cercasse di imporre o privilegiare un metodo a scapito di altri, si finirebbe per reprimere l'immaginazione, l'intuizione, e il linguaggio cesserebbe di essere un linguaggio personale, quando invece è semmai su questo tasto che dovrebbe esercitarsi la critica, al posto di dedicarsi ad acrobatici esercizi masturbatori. Quello che abbiamo voluto affrontare su questo numero di AD HOC sono appunto i linguaggi personali degli artisti verbovisuali, come si sono evoluti, come si stanno evolvendo, in che modo partecipano all'architettura del grande edificio della poesia visuale. Vi saranno sicuramente dei refusi, dei lavori marginali, dei malintesi, dei fuori gioco, ma che farci? L'edificio è in costruzione perenne, normale dunque che di tanto in tanto qualcuno apra una porta e precipiti nel vuoto. Pace all'anima sua. Amen.

Introduzione scritta per il numero XXIII dell'Antologia AD HOC, uscito nel mese di ottobre del 2011.

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Il mio contributo all'Antologia AD HOC XXIII:



poesia alla Modigliani

Paolo Albani, Variazioni sul canone poetico. A Jérôme Peignot, poeta tipografo,
agosto 2011.

A proposito della mia attività di poeta visivo scrive Cena:

Paolo Albani: ovvero poesia come gioco, mescolando nel calderone di mago Merlino il potere semantico delle parole e l'iconicità dei grafemi che le compongono, estraendone una purissima essenza di poesia visuale. Che il gioco sia una cosa serissima ce lo ha insegnato a suo tempo Huizinga, che la serietà del gioco produca il senso della poesia, questo ce lo insegna Albani. In effetti, provate a compilare una storia della poesia visuale italiana lasciandolo in un canto, e vi accorgerete che si viene a creare un vuoto, come si può dire? Una vacanza, che ben lungi dall'essere ricreativa, ci dice che nella storia manca qualcosa, che la catena di avvenimenti è interrotta, che manca l'anello che conduce sino ad oggi la poesia concreta. Perché Paolo Albani è ben questo: l'ultimo dei poeti concreti, che al posto di fossilizzarsi in qualche sterile accademismo, riesce ad esprimersi con tutta la forza della sua immaginazione.


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