Paolo Albani
IL BAMBOLOTTO

 Alle undici in punto di ogni domenica mattina, salvo che a S. Croce di Pagano non piovesse o in cielo non si addensassero i segni della minaccia di un temporale, l'avvocato Mario Lungardi e la moglie Annarita facevano la loro apparizione sul Corso Italia, la strada principale del paese, là dove questo s'interseca con via Garibaldi. I due avanzavano a passo lento fra la gente, impettiti in uno sfoggio di eleganza un po' grossolana, tenendosi a braccetto. Il loro incedere sincronizzato, dondolante aveva un che di solenne, di teatrale, come se la coppia stesse partecipando a una processione o al funerale di un personaggio importante.
 L'avvocato Lungardi e la moglie passeggiavano lungo il corso proiettando dritto in avanti lo sguardo altezzoso, di sufficienza, senza mai concedersi uno scatto laterale, un'inclinazione a destra o a sinistra della testa, ignorando con aria distaccata quanto accadeva intorno al loro perimetro visuale. Si comportavano come se l'ampia carreggiata del corso fosse stata la pedana per una sfilata di moda e gli occhi dei passanti, in silenziosa ammirazione, fossero stati tutti puntati su di loro. Niente riusciva a distrarli dal rito di quella trionfale (e tronfia) passeggiata in mezzo allo struscio domenicale, né il pianto bizzoso di un fanciullo né lo scoppio improvviso di un palloncino.
 L'avvocato Lungardi era uno dei personaggi più antipatici e odiosi del paese. L'antipatia gli derivava dall'essere, oltre che un professionista senza scrupoli, dai modi sbrigativi e rozzi, anche un politico strafottente, sensibile solo agli intrallazzi danarosi, carrierista, opportunista, pronto a tradire chiunque, compresi gli amici di corrente, pur di ottenere un qualche vantaggio. E la moglie non gli era da meno: bassina, ma di corporatura robusta (pesava più di cento chili), non faceva niente per nascondere le sue doti di donna invadente, pettegola, irascibile e bizzosa, che, pur essendo di modeste origini - figlia di un impiegato comunale e della proprietaria di un bar - si atteggiava a signora di alto rango, consorte del principe locale cui, per questo, si dovevano il massimo rispetto e la più alta considerazione.
 Ogni tanto, durante quelle passeggiate, la coppia si fermava a dare un'occhiata alle vetrine, senza scomporsi o lasciarsi andare a un commento di troppo. 
 Una domenica, osservando la vetrina di un negozio di giocattoli sul Corso Italia, l'avvocato Lungardi (che s'era fermato lì perché voleva fare un regalo al nipotino che compiva gli anni) vide, in alto a sinistra, seduto a gambe larghe su un'asse rivestita di carta blu, in mezzo ad altri gingilli e oggetti di svago, un bambolotto vestito da scolaretto, come si usava un tempo, con il grembiulino nero, il fiocco azzurro che gli usciva da un colletto bianco a punte e la cartellina messa a tracolla. 
 Il cuore quasi gli si fermò all'avvocato Lungardi quando si accorse che il bambolotto aveva una faccia che gli somigliava in modo impressionante, rappresa nel calco di un'espressione seria, imbronciata. Di Lungardi, in effetti, il bambolotto aveva, oltre ai lineamenti inconfondibili del volto, anche le grandi orecchie a sventola e sulla nuca di plastica color carne, disegnate in rilievo, due striscioline nere che rappresentavano il riporto dei capelli, identico a quello, penoso, che l'avvocato si faceva da anni. L'accostamento fra la fisionomia in scala ridotta del Lungardi, non più giovane e austero nell'aspetto, da un lato, e l'abito da scolaretto delle elementari, dall'altro, creava nel bambolotto un contrasto ridicolo, umoristico, al limite del kitsch.
 Con un gesto brusco, Lungardi trascinò via la moglie prima che la donna notasse il bambolotto e facesse una scenata, infiammabile com'era, per quello scherzo offensivo e di cattivo gusto.
 Il giorno seguente, all'apertura, Lungardi si presentò nel negozio di giocattoli. Comprò il bambolotto e con fare indifferente, mentre il commesso, che non si era accorto di nulla, lo avvolgeva in una carta da regalo, chiese da dove venissero quegli strani pupazzi. 
 «Li fabbrica la ditta Silvano Trinci di Larino» rispose il commesso aggiungendo: «Quest'anno, sa, ne abbiamo venduti tanti, l'articolo va forte». Silvano Trinci? Il nome non gli era nuovo. Lungardi l'aveva già sentito da qualche parte quel nome. Ma dove? Fece uno sforzo di memoria. Poi d'improvviso gli venne in mente che due anni prima aveva vinto una causa contro un certo Silvano Trinci proprio di Larino, costringendolo, grazie a una serie di losche manovre e di testimonianze compiacenti, a liquidare la sua fabbrica di vernici. Un caso di omonimia?

luglio 2005

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