Paolo Albani
  UN CORSO PROFESSIONALE


            – Piano, attento, mi fai male…

            – Scusa, tesoro.

            – Lascia perdere! Dai, lascia perdere, che facciamo notte.

            – Ma no, voglio provare ancora una volta.

       – Sei un incapace.

       – Hai ragione…

       – Non così, imbranato.

            – Ti prego, voglio riuscirci.

            – Dovresti seguire un corso per fare certe cose, mio caro.

 

        «Dovresti seguire un corso»: ecco, questa è la frase-chiave (o choc) che, mortificando il mio amor proprio, determina una svolta importante nella mia vita e mi rafforza nell’idea d’istituire un CORSO PROFESSIONALE PER IMPARARE LA TECNICA PIÙ ADATTA A SLACCIARE IL REGGISENO. L’idea – si sarà capito dal dialogo iniziale – mi viene dopo l’ennesima brutta figura perpetrata con una ragazza, Luisa (il nome è di fantasia, inventato per motivi di riservatezza), cui cerco di togliere il reggiseno durante un rapporto sessuale.

Il suo corpo è appiccicato al mio, siamo l’uno di fronte all’altra, ci stiamo eccitando, avverto la rotondità del suo seno, la morbidezza del petto, non trattenuta dalla stoffa del reggiseno, che preme sulla pelle del mio torace; mi struscio, leggero, contro i capezzoli rigidi di Luisa, duri come minuscoli confetti; dopo i soliti preliminari – baci, carezze, gemiti, contorsioni – comincio a armeggiare con la fibbia del suo reggiseno, un reggiseno nero a balconcino, voluttuoso.

Non sono in grado di vedere che tipo di chiusura abbia il reggiseno, non sono tutte uguali le chiusure dei reggiseni: i due segmenti della banda, detti «code del reggiseno», vengono allacciati con uno, due o anche più gancetti di metallo infilati su una serie di occhielli, posti a diverse distanze (in genere da due a quattro posizioni), cosa che permette di regolare la misura del «sottoseno», cioè la fascia che sta sotto le coppe del reggiseno. Scusate la pignoleria della spiegazione tecnica, ma i dettagli sono importanti – vedrete – per capire i problemi collegati alla delicatissima fase dello sganciamento del reggiseno mentre si è impegnati a spogliare una donna.

Le mie mani cercano d’intuire la struttura dell’allacciamento del reggiseno, tastano delicatamente il punto in cui le due parti simmetriche – la sinistra e la destra – del reggiseno si congiungono. Emozionato come sono, non riesco a capire bene quanti siano i ganci. Le mie mani sollevano i lembi finali delle parti del reggiseno premendo sulla schiena della ragazza, ma non sento nessun cedimento, nessuna liberazione della stoffa del reggiseno.

Sono confuso. Ora le mie mani s’ingarbugliano. Compio dei movimenti maldestri, rischio di graffiare la schiena della ragazza.

Dopo qualche minuto, constatando la mia totale, profonda imbranatura nell’eseguire l’operazione, sento che Luisa comincia a innervosirsi. Si allontana qualche centimetro dal mio corpo, prende le mie braccia all’altezza dei muscoli e le abbassa energicamente. «Fermo, non muoverti» mi ordina categorica; dopo di che ruota le sue mani dietro la schiena e zac, con un tocco rapidissimo, si slaccia il reggiseno che cade sul pavimento.

Facilissimo! Per lei.

La situazione si fa imbarazzante, resto immobile, paralizzato come un idiota, con le braccia inerti, abbandonate lungo i fianchi. Non dico nulla. Del resto non c’è nulla da dire. Mi vergogno da matti della mia incapacità. Lei mi guarda con un’aria compassionevole. È seminuda, alza gli occhi al soffitto come se cercasse una via di fuga mentale, si riveste in fretta e esce dalla stanza.

Dopo quel triste episodio non l’ho più vista.

 

Lo ammetto: non è la prima volta che non riesco a slacciare il reggiseno di una ragazza. Sono recidivo. In questa manovra manuale, che richiede un livello di abilità non indifferente (mi viene da dire, senza esagerare, che si tratta di «un’arte»), sono una frana, un incapace patentato.

Ecco dunque che, pensando di non essere l’unico a vivere questo impedimento e di conseguenza a soffrire dei turbamenti provocati dalla vergogna di non saper slacciare un reggiseno, ho deciso – dopo l’affronto di quella frase lapidaria di Luisa: «Dovresti seguire un corso» – di prendere seriamente il suggerimento e istituire un CORSO PROFESSIONALE PER IMPARARE LA TECNICA PIÙ ADATTA A SLACCIARE IL REGGISENO.

Per prima cosa mi sono affittato un locale, due belle stanze luminose al secondo piano di uno stabile nel centro della città; seconda cosa ho chiesto il patrocinio al Comune e cercato degli sponsor (nemmeno a farlo apposta il primo che ha aderito all’iniziativa è stato un negozio di intimo); terza cosa ho affidato a un’agenzia la campagna pubblicitaria per sensibilizzare al problema dello «sganciamento del reggiseno» l’opinione pubblica maschile e reclutare iscritti.

All’inizio, per le dimostrazioni pratiche, avevo pensato di usare dei manichini per il mio Corso, quelli che stanno nelle vetrine dei negozi di abbigliamento, non costano tanto e durano un sacco di tempo, ma dopo ho pensato che i manichini sono oggetti freddi, imperturbabili, senz’anima, e che perciò sarebbe stato più efficace, invitante se la dimostrazione veniva affidata a una modella, a una professionista in questo settore, nel campo – diciamo così – dei rapporti umani ravvicinati.

Una modella, adeguatamente istruita, è in grado d’insegnare perfettamente a un individuo, disadatto in certe particolari mansioni, le tecniche più sofisticate allo sganciamento del reggiseno durante un rapporto sessuale. Allo scopo, tramite l’Ufficio di collocamento, ho assunto tre modelle che si alternano in giorni diversi presso la sede del Corso; prima di lavorare le modelle seguono un breve periodo di addestramento che ho affidato a una signora di mia fiducia, Sofia M., che ha lavorato in una casa di moda, almeno così mi sembra di aver capito se non ho frainteso, e conosce bene, mi ha assicurato, non solo i vari modelli di reggiseno (tipo di stoffa, forma, valore numerico, dimensione della coppa, vestibilità, ecc.), ma anche il sistema più veloce e sicuro per toglierli manovrando abilmente le mani dietro la schiena di una donna.

Nelle sue lezioni, per dare un tocco culturale all’iniziativa, Sofia M. (è lei che fa il casting e si occupa dell’addestramento delle modelle-dimostratrici) ha scelto di dedicare un piccolo spazio alla storia del reggiseno dai tempi dei romani fino a oggi; in quello spazio Sofia M. spiega, fra l’altro, come il primo esempio documentato di reggiseno, nella concezione odierna, sia stato ritrovato nel 2008 nel castello medievale di Lengberg presso Nikolsdorf, nel Tirolo orientale, e risalga alla metà del XV secolo, mentre il primo reggiseno moderno viene brevettato nel 1914 negli Stati Uniti dalla scrittrice di romanzi erotici Caresse Crosby (1891-1970), conosciuta anche come Mary Phelps Jacob.

Al di là di ogni previsione, il Corso sta andando bene, un successone. Non posso lamentarmi. Gli iscritti sono numerosi e crescono a vista d’occhio, ogni mese. Ho dovuto anche aumentare il numero delle modelle-dimostratrici per soddisfare tutte le richieste di partecipazione. Non pensavo ci fossero in giro tanti imbranati, come me, che non sanno slacciare un reggiseno mentre fanno all’amore.

In una comunicazione orale, la signora Sofia M. mi ha detto che permette alle modelle-dimostratrici d’intrattenersi con gli iscritti (a dire il vero lei ha usato impropriamente la parola «clienti») anche fuori dell’orario di lavoro, dopo che le dimostrazioni pratiche su come si slaccia un reggiseno sono finite.

Io le ho risposto che sono affari delle ragazze, facciano pure quello che credono fuori dell’orario di lavoro, di queste cose non voglio sapere niente. Non m’interessa.

 

settembre 2018

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