Paolo Albani
ELOGIO DELLA GALLINA



    In una loro famosa canzone Cochi e Renato affermavamo sprezzanti che la gallina non è un animale intelligente e questo, sostenevano, lo si capisce da come la gallina guarda la gente. Giudizio alquanto ingiusto e superficiale, anche perché la gallina appare a più riprese nella storia della letteratura mondiale come musa ispiratrice di innumerevoli testi: poetici, narrativi, drammaturgici.
    Vediamo qualche esempio, così un po’ alla rinfusa. Dopo che la tempesta è passata, e dopo aver udito gli augelli che fanno festa, cosa sente il poeta di Recanati? Sente la gallina che, tornata sulla via, ripete il suo verso. E cosa scorge Eugenio Montale sulla rena bagnata di cui parla nella poesia «Dopopioggia», contenuta nel Quaderno di quattro anni (1977)? Degli ideogrammi a zampa di gallina. E come definì Antonio Gramsci la scrittrice di feuilleton Carolina Invernizio? «Onesta gallina della letteratura popolare». Una gallina del Mugello compare e fa la sua bella figura anche in un saggio triestino di James Joyce, «L'ombra di Parnell» (1912), dove viene assurta a simbolo dell'inerzia del governo irlandese: «La camera dei comuni ha risolta la questione che, come la gallina mugellese, ha cent'anni e mostra un mese» (James Joyce, Scritti Italiani, a cura di Gianfranco Corsini e Giorgio Melchiori, Mondadori 1979, p. 77).
    C’è una gallina del guardiano di un grande stabilimento, le cui uova sono contese da due operai, e che viene ingiustamente sospettata di nascondere pericolosi messaggi sindacali fra le piume e che per questo viene uccisa con il classico allungamento del collo, che la fa da protagonista in un racconto di Italo Calvino («La gallina di reparto» in I racconti, Einaudi 1958, pp. 203-210). Di un progetto, apparentemente folle, quello di far volare le galline, narra Paola Mastrocola in La gallina volante (Guanda 2005). Ne La gallina di Fabrizio Ottaviani (Marsilio 2012), l’indesiderata e inquietante presenza di una gallina, allegoria della condizione umana, mette in crisi la presunta normalità di una stimata famiglia dell'alta borghesia di una non ben precisata cittadina europea. Relu Covalciuc, uomo semplice e di buon cuore, è il protagonista de Il paradiso delle galline. Falso romanzo di voci e misteri (Manni 2010) del romanziere e drammaturgo Dan Lungu, uno dei più apprezzati scrittori romeni contemporanei. Covalciuc prova tanto affetto per le sue galline da essere profondamente preoccupato quando le trova tristi, abbacchiate, inappetenti. Ossessionato dalla presenza delle pennute domestiche Covalciuc arriva a sognare galline giganti, galline sovietiche «più grandi di quelle americane», galline che gli invadono la testa e lo redarguiscono.
    Nella strana isola di Stranalandia, di cui parla Stefano Benni nell’omonimo libro (Feltrinelli 1984), è impossibile usare l’espressione «stupido come una gallina», perché qui le galline sono molto intelligenti e dotte. Le galline stranalandesi sono particolarmente portate alla filosofia e alla letteratura. In filosofia, asseriscono che l'uovo è il principio fondamentale dell'Universo e che il bianco e il rosso, il liquido e il denso, sono gli elementi fondamentali della materia. Alla domanda: ma è nato prima l'uovo o la gallina? rispondono: noi vi abbiamo forse mai chiesto se Adamo e Eva erano bambini o adulti? In campo letterario la loro scrittrice preferita si chiama Galina Galinovic, una gallina poetessa autrice di odi sublimi.
    L’eccentrica personalità delle galline stranalandesi è un ottimo viatico per introdurci a Le galline pensierose di Luigi Malerba, da poco ristampate con qualche pensierino inedito (Quodlibet 2014). Anche nel testo malerbiano vi sono galline con il bernoccolo della filosofia: «“Per diventare filosofa”, diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, “non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente”. Lei si metteva in un angolo del pollaio e pensava a niente, ma con molto impegno. Così, e non in altri modi, diceva di essere diventata una gallina filosofa». «Una gallina filosofa guardava un sasso e diceva: “Chi mi dice che questo è un sasso?”. Poi guardava un albero e diceva: “Chi mi dice che questo è un albero?”. “Te lo dico io”, rispondeva una gallina qualsiasi. La gallina filosofa la guardava con compatimento e domandava: “Chi sei tu che pretendi di dare una risposta alle mie domande?”. La gallina qualsiasi la guardava preoccupata e rispondeva: “Io sono una gallina”. E l'altra: “Chi mi dice che tu sei una gallina?”. Dopo un po' la gallina filosofa si trovò molto sola».
    I pensieri delle galline malerbiane spaziano su tutto: astronomia, geometria, Bibbia, mitologia, letteratura, zoologia, arte, fiabe, ecc. Sono storielle, come dice Calvino, che stanno tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen. Per Malerba osservare le galline, dice ancora Calvino, significa esplorare l’animo umano nei suoi inesauribili aspetti gallinacei. Insomma il pollaio in cui vivono le galline malerbiane assomiglia molto a quello, altrettanto velleitario e assurdo, in cui viviamo noi umani.
    Fra le varie tipologie di galline che Malerba prende in considerazione non poteva mancare la gallina fuori di testa: «Una gallina pazza credeva di essere un chicco di grano e quando vedeva un'altra gallina scappava per paura che la mangiassero. Finalmente la gallina pazza guarì e disse: “Io non sono un chicco di grano, sono una gallina”. Ma quando incontrò un'altra gallina nel prato si mise a scappare. “Perché scappi?” le domandarono. “Io so di essere una gallina”, rispose, “ma lei crede che sia ancora un chicco di grano”».
    Quest’ultimo esempio mi offre la possibilità di citare la teoria bislacca elaborata verso la fine dell’Ottocento dal fiorentino Francesco Becherucci, cultore di scienze fisiche e naturali, oltre che fisiologo, che pone al centro delle sue speculazioni scientifiche proprio la gallina.
    In una Memoria del 1887, indirizzata a Michele Coppino, Ministro dell’Istruzione Pubblica nel governo di Agostino Depretis, Becherucci rivela alle Accademie di Scienze d’Europa di aver scoperto un efficace ricostituente che consiste nel sorbire le uova delle galline prima che queste le facciano, ovvero quando le uova si trovano ancora dentro le galline. Il procedimento è semplice, spiega il «mattoide» Becherucci: si prende la gallina e si avvolge in una salvietta, in modo che non si possa muovere; quindi con una cannula vuota e di piccolo diametro, lunga 20 o 30 centimetri, di argento o di altro metallo, di avorio o di altra sostanza, avente a una estremità una forma piramidale, ma non tagliente, e dall’altra un bocchino, così che, introdotta la cannula dalla parte piramidale fino a rompere il guscio, sarà facile all’individuo dal lato del bocchino aspirare a sorso a sorso l’uovo che si trova nel seno della gallina e protrarre l’operazione succhiando lentamente l’uovo per cinque e più minuti. Egualmente si potrà ripetere a volontà la stessa operazione sopra una seconda e più galline per nutrirsi di più uova di seguito. Il guscio dell’uovo che rimane nel seno della gallina verrà poi espulso naturalmente dalla gallina stessa lasciata in libertà. Con vera soddisfazione, dice Becherucci, posso confermare che il sorbire le uova direttamente dal seno delle galline è un piacere delizioso e vantaggiosissimo, avendolo lui stesso gustato a lungo di persona. Mediante questo metodo speciale, afferma Becherucci, si trasfonde nell’uomo il fluido vitale che esala dalla gallina.

         

25 luglio 2014
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