GERGHI 
E LINGUE IMMAGINARIE

Castello Pasquini di Castiglioncello
Ciclo d'incontri su 
"La comunicazione, volti e forme: i gerghi
organizzato dal 
Centro Studi e Ricerche sulla Comunicazione 
diretto da Giovanni Manetti.

8 agosto 2000
incontro con Paolo Albani e Roberto Pellerey
su "Gerghi immaginari e lingue perfette"
 



  1. «Era brillosto, e i tospi agiluti / Facean girelli nella civa; / Tutti paprussi erano mélacri, / Ed il trugòn strinava». Inizia così una famosa poesia intitolata Jabberwocky, dall’inglese jabber, cioè «borbottamento, cicalìo, ciarlìo», titolo tradotto in italiano in vario modo: con Ciarlestroniana da Masolino d’Amico, con Il Lanciavicchio da Guido Almansi. Qualcuno l’avrà riconosciuta: è la poesia che Alice, nel racconto di Lewis Carroll Attraverso lo specchio (1871), legge da un libro che giace sul tavolo di una stanza della Casa dello Specchio.
 La poesia consiste in gran parte di parole inventate da Carroll, un grande manipolatore del linguaggio. Nello spiegare ad Alice le strane parole della poesia, il tombolotto a forma di uovo chiamato Humpty Dumpty dice: «- Be’, “agiluto” vuol dire “agile” e “lutulento”, cioè fangoso, vischioso. È un po’ come una valigia, capisci… ci sono due significati in una parola sola. […] “mélacri” vuol dire “melanconici” più “alacri”: è una parola-valigia» – cioè, questo l’aggiungo io, una parola ottenuta saldando la testa di una prima parola con la coda di una seconda, come smog è la somma di «smoke+fog» oppure bit che scaturisce dall’unione di «binary+digit».
 Capolavoro del nonsenso linguistico, Jabberwocky è uno dei tanti esempi di invenzione linguistica che si trovano in letteratura, di invenzione linguistica in senso stretto, letterale, allo stato puro, perché in questo caso lo scrittore, Carroll, crea delle parole nuove, inesistenti, dei neologismi in forma di parole-valigia («portmanteau word»): i tospi sono una specie di tassi, un po’ come le lucertole e un po’ come i cavatappi, che fanno girelli, cioè buchi come un succhiello; il trugone è una specie di maiale verde che strinisce, azione che sta a metà fra l’urlare e il fischiare, con in mezzo una sorta di starnuto.
 Per indicare le parole ibride, le combinazioni di vocaboli d’origine o di nazionalità differenti i francesi hanno un termine molto efficace e suggestivo, una sorta di mostro lessicale: hippocampéléphantocamélos (dove campé significa «costruito»).
Dunque il ciarlestroniano è un linguaggio inventato, artificiale, frutto della fantasia di Carroll. La cosa straordinaria è che questo linguaggio immaginario è stato tradotto in molte lingue; fra le traduzioni una illustre è quella tedesca dovuta nel 1872 a Robert Scott, coautore di un fondamentale dizionario greco insieme a Henry George Liddell. E sapete chi è questo Liddell? È il padre di Alice Pleasance Liddell, ispiratrice del racconto in questione di Carroll. Fra i traduttori di Jabberwocky non possiamo non ricordare Antonin Artaud, anche lui autore di un linguaggio universale formato di «sillabe inventate» chiamate «xilophonies».
 Altra cosa straordinaria è che alcune delle parole inventate da Carroll sono entrate nella lingua parlata: ad esempio ben cinque di esse si ritrovano nello slang, cioè nel gergo usato dagli studenti di una «public school» inglese della fine del secolo XIX, come si legge nel romanzo Stalky & Soci (1899) di Joseph Rudyard Kipling.
 Dunque siamo in presenza di un caso in cui un gergo - ovvero un linguaggio convenzionale, articolato su parole nuove e su parole d’uso comune impiegate in modo speciale, genericamente parlato da certe classi di persone (studenti nel nostro esempio) con l’intenzione di non farsi comprendere da altri e di marcare la loro appartenenza a un certo gruppo - si è nutrito di parole derivanti da un’altra lingua convenzionale, inesistente, nata in ambito letterario.
 Ma qual è il legame tra gerghi e lingue immaginarie? Quali sono i punti di contatto, le intersecazioni, i tratti comuni?
 Per rispondere a queste domande dobbiamo prima di tutto chiarire i termini del rapporto, cioè chiarire a grandi linee cos’è una lingua immaginaria, accontentandoci al momento della definizione di gergo appena enucleata. 

 2. A fianco dei «neologismi», in un’ipotetica «soglia superiore» della creatività linguistica, identificabile nella sfera della produzione di nuove entità linguistiche, mentre la «soglia inferiore» riguarda l'uso del linguaggio (come dicevano i grammatici di Port-Royal il linguaggio è una «meravigliosa invenzione capace di comporre con venticinque o trenta suoni un'infinita varietà di parole»), troviamo l'invenzione di «lingue immaginarie». Qui ci avventuriamo in quella branca nuova della linguistica che alcuni ricercatori francesi hanno chiamato «linguistica fantastica», disciplina che si occupa di «fantalingue», di lingue utopiche, universali, perfette, filosofiche, ludiche, ecc. ovvero di quell'insieme, non omogeneo, di esperienze linguistiche tenute fuori o marginalizzate dall'ambito delle discussioni ufficiali della «società dei linguisti». 
 In prima approssimazione possiamo dire che una «lingua immaginaria» è una lingua «fittizia», cioè non naturale, dove l'attributo «naturale» sta a indicare una lingua formatasi attraverso un processo storico ben determinato e il cui apprendimento avviene per trasmissione orale dai genitori e dall'ambiente circostante. Per alcuni studiosi la differenza fra lingue naturali e artificiali risiede nel fatto che le prime sono il risultato di una «produzione incosciente», mentre le seconde scaturiscono da un «atto cosciente». Comunque sia possiamo definire «immaginaria» ogni lingua di tipo artificiale, frutto dell'elaborazione a tavolino di una o più persone, non necessariamente appartenenti alla categoria dei «linguisti di professione» (gli inventori di lingue ausiliarie internazionali, tipo Esperanto o Volapük, sono ad esempio, eccetto qualche raro caso, come quello del linguista danese Otto Jespersen, per la maggior parte medici, ingegneri, matematici, sacerdoti, avvocati, maestri di scuola, poveri cristi, ecc.).

 3. I gerghi, quelli storicamente sviluppatesi, legati alla furfanteria, al vagabondaggio, alle professioni, a particolari luoghi (scuola, caserma, carcere) e classi di persone (i bambini ad esempio rispetto agli adulti) rientrano a pieno titolo nella galassia delle lingue immaginarie. Non stupisce perciò che Noël Arnaud abbia intitolato un bel saggio sulle lingue immaginarie apparso sulla rivista Bizarre (32-33, 1964) «Les jargons» o che alcuni studiosi, come Lazare Sainéan, autore di un Vocabulaire de Rabelais, Clouzot e Émile Pons, abbiano usato il termine jargon insieme a quello di baragouin (biascicamento, lingua incomprensibile) per indicare le lingue inventate da Rabelais. 
I gerghi sono lingue immaginarie, almeno nell’accezione indicata, per una serie di ragioni.

a) In primo luogo per il loro carattere di artificialità, in quanto lingue costruite consapevolmente, motivate in primis da un’esigenza di segretezza per così dire operativa e dalla necessità di affermare un’identità di gruppo. Fra i motivi adotti per spiegare la diffusione di un gergo giovanile Ernesto Ferrero ricorda: «il puro divertimento, il gioco, il gusto del fun [scherzo] e del wit [senso umoristico]; il desiderio di essere diversi, nuovi, di colpire l’attenzione altrui, di sfuggire ai cliché; la volontà di dare concretezza a quel che appare astratto, di attenuare un eccesso di formalismo e seriosità, per alleggerire eufemisticamente o per esorcizzare una situazione drammatica o difficile; l’intento di dimostrare che si appartiene o non si appartiene a un certo gruppo, di facilitare i rapporti all’interno del gruppo, e non farsi capire da quelli che stanno intorno».

 b) Per l’alone di mistero, di vaghezza allusiva, di impenetrabilità che segna i gerghi, in genere dunque per il loro carattere criptolalico ovvero per il loro modo di esprimersi in forma oscura per evitare di farsi comprendere da altri, condizione di tutte le lingue segrete, di tipo alchemico, magico o religioso, e di quelle cameratesche, come le chiama Jespersen, riferendosi alle lingue inventate da coppie d’innamorati o da amici inseparabili. 
Esemplificativo di questa qualità esoterica dei gerghi è il finto «sanscrito» inventato verso il 1835 dall'architetto francese Henry Legrand, basato su due alfabeti differenti, di cui uno, composto di 352 caratteri, ispirato all'arabo, mentre l'altro, comprendente 100 caratteri, alla scrittura sànscrita. Legrand lasciò una serie di diari, in tutto 45 volumi con più di 15.000 pagine, ognuno redatto in questo cosiddetto «sànscrito», gergo funzionante da lingua iniziatica per i membri (tutte donne) di una setta segreta, dedita al culto di Juana, un’amante scomparsa di Legrand. Per appartenere alla comunità fondata da Legrand bisognava conoscere il «gergo» della setta. Solo dopo quarant'anni di mistero, questi diari furono decriptati dal poeta francese Pierre Louÿs.

c) Per i modi dell’invenzione. I gradini dell’invenzione gergale, afferma Ferrero, sono gli stessi dei manuali di retorica: la metafora, la metonimia, la sineddoche, l’ellissi, l’eufemismo, l’onomatopea, l’apocope, il bisticcio sui toponimi (mandare a Legnano significa «bastonare»). Per Victor Hugo l’argot è il linguaggio metaforico per eccellenza. Alcuni gerghi non si limitano a far slittare il significato di una parola naturale già esistente (pantera che nel gergo della malavita significa «volante della polizia») o a coniare un limitato numero di parole, restando parassitari nei confronti della lingua o del dialetto di riferimento (in questo senso alcuni studiosi preferiscono definire i gerghi parlate di tipo affettivo e non lingue).
Esistono gerghi basati su particolari procedimenti, come ad esempio l’inserimento o l’inversione di sillabe, che stravolgono la morfologia della lingua d’origine. Bernardino Biondelli nel libro Studi sulle lingue furbesche (1846) ricorda che l’artificio dell’inserimento di sillabe è alla base della lingua gergale parlata dai monelli: Lapa lipinguapa fupurbepescapa epè paparlapatapa dapa ipi moponepellipi. Un bell’esempio di questa parlata si trova, fra l’altro, in Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel Garcia Marquez.
Tutto questo ricorda il parlare in rama, un linguaggio di tipo ludico di moda presso i giovani francesi verso l’inizio del secolo XIX che consiste nell’aggiungere il suffisso «rama» a ogni parola o nel sostituire quelle due sillabe alla finale della parola. I pensionanti della casa Vauquer, nel romanzo Papà Goriot (1834) di Honoré de Balzac, si dilettano di tanto in tanto a parler en rama. Dicono santérama per dire santé (salute), froidorama per froid (freddo), chiamano Goriot Goriorama e via dicendo. Lo stesso Balzac, come narrano i suoi biografi, si divertiva in pubblico a parlare in rama.
Fenomeni puerili del genere (non si dimentichi che i bambini sono formidabili inventori di lingue, che il loro linguaggio primitivo, ricco di suoni labiali – pappa, tatta, doddo –, di interiezioni e onomatopee, di imitazioni imperfette, di balbettii, oltre a varie forme di gesticolazioni, è stato interpretato come una forma residuale di un linguaggio pre-babelico, originario, esprimente uno stato di natura identico a tutti gli uomini, le loro glossolalie ludiche hanno ispirato le avanguardie storiche, in particolare i surrealisti), queste funzioni puerili, dicevo, si ritrovano in azione presso alcune popolazioni primitive. Ad esempio i Peul, una popolazione di pastori nomadi del Futa Gialon nella Guinea africana, si esercitano a capovolgere le sillabe delle loro parole in modo da non essere capiti dai curiosi, e soprattutto dai francesi. Così un Peul, invece di Fulbe ngari (di cui ignoro il significato) dice Beful riga. In Etiopia esistono lingue artificiali tipiche di studenti, pastori e bambini che si basano sull’inserimento di un fonema o di una sillaba dopo ogni sillaba della parola normale.
L’inserzione di sillabe senza senso a intervalli fissi e il capovolgimento delle sequenze è usato anche dai fabbri della popolazione dei Tuareg, per non farsi capire all’esterno. È necessario ricordare che i fabbri hanno una posizione sociale molto particolare tra i Tuareg; il loro status è basso, si attribuisce loro la capacità di lanciare il malocchio se si rifiuta quello che chiedono; nello stesso tempo le loro molteplici capacità tecniche li rendono preziosi e ricercati per ogni sorta di servizio; si comprende quindi come essendo il gruppo che ha più occasioni di avere contatti sociali abbia vantaggio ad avere un proprio gergo segreto; per di più esso è anche un gruppo chiuso, e la lingua interna funziona come mezzo d’identificazione.
In Francia esiste il giavanese, una lingua convenzionale parlata, in origine nel mondo del teatro e delle ragazze, che consiste nell’aggiungere dopo ogni sillaba la sillaba av o va, in modo da rendere la parola pronunciata inintelligibile per i profani. Esiste un giavanese dei ladri con terminazioni in ar, in ec, in al o in em. Negli Esercizi di stile (1947), libro in cui un banale episodio di vita (un litigio sull’autobus) viene raccontato in 99 modi diversi, Raymond Queneau fornisce una versione in giavanese del fatto narrato e una anche in loucherbem, quest’ultima non tradotta in italiano da Eco perché «troppo gergale».
Che cos’è il loucherbem? È un largonji, trasformazione della parola jargon, cioè gergo, in bème tipico dei garzoni di macellai della Villette o di Vaugirard, antichi comuni nei dintorni di Parigi. Un procedimento complicatissimo. Nel largonji la consonante iniziale (di jargon, cioè la «j») è sostituita da una «l» e riportata in fine di parola: per cui i passaggi sono jargon-largon-largonj-largonji, con l’aggiunta di un suffisso giavanese, in questo caso una «i». Per loucherbem si parte dalla parola boucher (macellaio), i passaggi sono: boucher-loucher-loucherb-loucherbem, con l’aggiunta di un suffisso giavanese in «em».
Una curiosità. Con un procedimento simile a quello del loucherbem Florence, una malata di mente francese affetta da «idee deliranti, paranoia, minacce pericolose, negativismo», inventò verso il 1940 una lingua aggiungendo a ogni parola francese una «x» o una «y» e sonorizzando quest’ultime lettere al momento della pronunzia. I malati di mente sono degli straordinari «neologisti». Valga per tutti il caso di un medico ceco di 45 anni che architettò 16/17 lingue a priori, cioè non basate su elementi naturali, aventi anche una grafia inventata. Come scrive Jaroslav Stuchlik, lo psichiatra che lo ebbe in cura, si tratta di un fenomeno eccezionale di neofasia e neografia poliglotta, di natura più ludica che utilitaria in un soggetto schizofrenico, paranoico e megalomane. Inutile ricordare che grande attenzione alle attività degli alienati rivolsero i surrealisti per i quali il tema dell’alienazione mentale è fonte di ricerca e d’ispirazione (si veda al riguardo la ricerca sui «pazzi letterari» intrapresa da Queneau).
Nel gergo francese chiamato verlan, dal francese l’envers (il rovescio), ogni parola viene letta o detta alla rovescia sillaba per sillaba per cui, ad esempio, perdreau (perniciotto) diventa drauper; peau de balle! (un corno!) si trasforma in balpeau e tomber (cadere) in beton. Si potrebbe parlare in questo caso di un gergo palindromo di tipo sillabico.
 L’essenza di queste tecniche di mascheramento linguistico è l’elemento ludico, giocoso, burlesco. Le parole vengono smontate e rimontate come se fossero pezzi di un Lego divertente.
Parlano alla rovescia anche gli abitanti del paese dei Ronchi Palù il cui idioma si chiama Lingua del Magico Mondo nel romanzo Nane Oca (1992) di Giuliano Scabia. La frase: «Amore mi scorda il cuore / se non avrò amore» nella Lingua Rovescia dei Ronchi Palù diventa: «Reamo imi dascor illi recuo / ese ono vroa Reamo».
Questo gioco si faceva in Veneto (non a caso la storia narrata da Scabia è ambientata a Padova) e si chiamava reparla sicò. La regola è semplice: si sposta in testa l’ultima sillaba, parola per parola, e si capovolgono i monosillabi, laparo rep laparo. Ma il parlare alla rovescia è anche un gergo usato nel Canton Ticino dov’è conosciuto come parlà indré (parlare indietro, all’indietro) o anche, per supplemento di segretezza, parlaiudre, con la «N» che diventa «U» come in certe scritture corsive. Ancora oggi a Mendrisio si sente parlare in questo modo, dove fradèl (fratello) diventa dèlfra e cantina si trasforma in ntinaca.
In certe occasioni guerresche e venatorie «parlare alla rovescia» è una trasgressione tipica di alcuni buffoni sacri o rituali, come ad esempio quelli che si esibiscono nella Danza del Sole dei Comanche, indiani d’America.

A fronte di gerghi veri, reali, esistono anche dei gerghi immaginari in senso stretto, cioè inesistenti, perché non parlati da nessuno nel mondo reale, essendo il frutto della fantasia di scrittori. Per esempio il Lanternese, una delle numerose lingue inventate che s’incontrano nel Gargantua e Pantagruele (1532-1564), è chiamata da Rabelais gergo dei gabbamondo. Ecco un esempio di Lanternese stilato in forma poetica:

Briszmarg d’algotbric nubstzne zos,
Isquebfz prusq: alborz crinqs zacbac.
Misbe dilbarlkz morp nipp stancz bos.
Strombtz, Panrge walmap quost grufz bac.

di cui lo stesso Rabelais fornisce una traduzione, immaginaria ovviamente:

Ogni sventura, essendo innamorato,
M’accompagna, e mai non ebbi bene;
O quanto meglio l’essersi sposato:
Come Panurge, che ora lo sa bene.

 In un'altra parte del Gargantua e Pantagruele Rabelais riporta un ulteriore esempio di Lanternese:

Prug frest frins sorgdmand strochdt drhds pag brlelang Gravot Chavigny Pomardiere rusth pkalhdracg Deviniere pres Nays. Bouille kalmuch monach Drupp delmeupplistrincq dlrndodelb up drent loch minc stz rinquald de vins Ders cordelis but jacststzampenards.

 Nel creare il Lanternese e le altre lingue fittizie Rabelais ha forse usato qualche procedimento crittografico di sua invenzione, di cui un giorno si scoprirà la chiave. Al momento, senza entrare nei dettagli delle varie decriptazioni che pure sono state fatte, ci limiteremo a osservare che si distinguono nel testo sopra menzionato diversi nomi propri (Gravot, Chavigny, ecc.) e qualche nome comune (monach richiama la parola «monaco», kalmuch «calmucco», cioè in senso figurato «persona goffa» e poi vins ders cordelis forse sta per «vini dei Cordiglieri»). Rabelais usa, stravolgendoli, termini tecnici, crea parole ibride, riccamente incrociate, deforma parole straniere (drupp è verosimilmente una deformazione della parola inglese drop, cioè sorso, goccia: secondo Pons l’intera frase non è altro che una richiesta di bere). C’è poi una cosa bizzarra: nella parola delmeupplistrincq colpisce, come afferma Pons, la curiosa omofonia con la frase in baragouin anglo-francese: «donne-moi please-to-drink». Dunque Rabelais, da grande manipolatore del linguaggio, gergalizza un’espressione in qualche modo già volta in forma gergale. Siamo di fronte a un gergo all’ennesima potenza.

Con stupefacente abilità mimetica Anthony Burgess in Un’arancia a orologeria (1962) fa parlare in puro slang un eroe dei nostri tempi, Alex, iroso teppista sempre pronto a giocare di coltello, capo di una ganga di «duri» e di smargiassi. Alex parla il nadsat, una sorta di gergo pirotecnico contrassegnato da suoni onomatopeici (e poi flash flash plop flash crac; ci fu un dilindilin alla porta; cicciccinguettii; poi flic flic flic mi pizzicò; e frin frin e frun frun; e paaaac e uffffff e grrrrrr) e (per tre quarti) da parole inventate, molte delle quali di origine russa, e poi ancora da allusioni alla terminologia biblica, citazioni shakespeariane, tracce di parlate infantili, prestiti dal tedesco moderno.
Nadsat è un termine russo che indica il suffisso dei numeri cardinali da undici a diciannove, equivalente in modo approssimativo all’inglese «teen». Uno degli aggettivi favoriti di Alex è horrowshow, corruzione di khorosho, equivalente russo di well, good; il termine russo militsia (polizia) diventa millicents; kopat che in russo significa «scavare con una pala» (to dig with a shovel) è usato per dig nel senso gergale di «capire, godere»; il termine gergale inglese bird che indica «una ragazza» diventa ptitsa, cioè «ragazza» in russo, ecc. Di sfuggita ricordiamo che Burgess è l’inventore del linguaggio primitivo, fatto di grugniti, urla e borbottii, usato nel film La guerra del fuoco (1981) diretto da Jean Jacques Annaud.
Per spiegare a un collega cos’è quel «dialetto della tribù», un dottore che ha in cura Alex dice: «Qualche rimasuglio di vecchio gergo e anche un po’ di parlata zingaresca. Alcune delle radici sono slave. Propaganda. Penetrazione sublimale».
Tanto per rendere l’idea del nadsat ecco un piccolo campionario di frasi nella traduzione di Floriana Bossi:

Era un bigio sosto lezzoso dove non entravo da quando ero un malcico molto molto migno.

Alzò la granfia destra e prese l’aire e io mi beccai un gran festone dritto sulla biffa.

E sorrise con i fari e con un bel ruglio grande pieno di zughi bianchi.

 Nel romanzo Le meteore (1975) di Michel Tournier due gemelli, Jean e Paul, inventano l’«eolio», un gergo gemellare che permette ai due di intrattenersi per ore senza che i testimoni possano penetrare le loro parole. Gergo gemellare lo chiama Tournier, e a ragione, perché di lingua segreta si tratta e funzionale all’identità del gruppo, sebbene qui il gruppo sia un’entità fortemente ristretta, limitata a due persone.
 «Le parole da noi inventate» – confessa Paul, l’io narrante del romanzo – «erano di tipo originale, erano insieme più particolari e più generali delle parole comuni. Ad esempio la parola bachon. Con essa noi intendevamo tutto quanto galleggia (barca, bastone, tappo, legno, schiuma) ma non il termine generico di oggetto galleggiante, perché l’area della parola era bloccata e riguardava soltanto oggetti conosciuti da noi e in numero limitato. Facevamo economia tanto di un termine astratto quanto di tutti i concetti riconducibili alla sua comprensione. […] Non c’è affatto bisogno di essere filologi per capire che l’eolio, ignorando insieme la generalità del concetto astratto e la ricchezza dei termini concreti, non era se non un embrione di lingua, una lingua quale può essere parlata forse da uomini molto primitivi, di sommario psichismo. […] L’eolio parte dal silenzio della comunione viscerale e s’innalza fino ai confini della parola sociale senza mai raggiungerli. È un dialogo assoluto in quanto non trasmissibile a un terzo, dialogo di silenzi, non di parole. Dialogo assoluto, formato di parole pesanti, indirizzate a un unico interlocutore, fratello-fratello di colui che parla. La parola è tanto più leggera, spontanea, astratta, gratuita, sprovvista di doveri e di sanzioni quanto più numerosi e differenziati sono gli uomini che la capiscono. Ciò che i singoli chiamavano il nostro “eolio” – senz’altro per antìfrasi – era in realtà un linguaggio di piombo perché ogni sua parola e ogni suo silenzio affondavano le radici nella comune massa viscerale in cui ci confondevamo. Linguaggio senza diffusione, senza irradiamento [i gerghi sono fenomeni marginali, n.d.r.], un concentrato di quanto c’era in noi di più personale e di più segreto, proferito sempre a bruciapelo e dotato di una spaventosa forza di penetrazione».

d) C’è infine un ultimo aspetto che accomuna i gerghi e le lingue immaginarie ed è il carattere di «anti-lingua», di «lingua alternativa, anomala» che entrambi rivestono. Non di rado la rappresentazione fantasiosa di alcune lingue inventate in romanzi utopici, specie nei secoli XVII e XVIII, nasconde una critica latente alla realtà delle lingue naturali, ambigue e piene di imperfezioni; si tratta di progetti, non solo linguistici, attraversati dal sogno di riforma dell’esistente, di perfezione. Le lingue australiane inventate da Gabriel de Foigny nel 1676 e da Simon Tyssot de Patot nel 1710 sono lingue estremamente semplici, basate sui principi di una grammatica razionale, senza alcuna declinazione, nessun articolo, formate da parole in prevalenza monosillabiche.

 Un’osservazione in margine. Fra le lingue immaginarie o artificiali che dir si voglia rientra anche il linguaggio gestuale, un sistema di comunicazione i cui segni sono costituiti da gesti, ritualizzati e codificati (si pensi al linguaggio dei sordomuti). Ora esistono particolari sistemi gestuali che sono impiegati da alcune professioni: camionisti, palombari, banditori di aste, manovratori di macchinari pesanti, tecnici e registi televisivi,  ecc. Alcuni di questi condividono con i gerghi, non solo la motivazione dell’appartenenza, sono cioè gesti tipici di quel gruppo, ma anche l’elemento di segretezza: ad esempio il sistema di segnalazione degli allibratori britannici, usato nei cinodromi e ippodromi della Gran Bretagna per far circolare informazioni sull’andamento delle scommesse, si basa su una serie di segnalazioni utili per identificare l’ammontare di una scommessa, il numero dell’animale e quello della corsa (ogni movimento verso l’esterno a partire dalla posizione a mani incrociate indica cento sterline; tutte e due le mani sopra la testa significa nove a quattro; una mano orizzontale all’altezza dello stomaco e l’altra verticale non voglio scommettere; una mano sul naso cavallo numero due). Ora ogni segnalatore vende una twist card sulla quale i cani o i cavalli sono indicati con numeri diversi da quelli che compaiono sul programma ufficiale delle corse. Se il segnalatore comunica ad esempio il numero due, solo chi è in possesso della twist card del segnalatore sarà in grado di interpretare a cosa si riferisca il numero esibito.

4. Sull’importanza delle lingue immaginarie, Eco ha osservato che, se da un lato esse hanno «aperto, spesso all'insaputa dei suoi autori, nuove e impreviste strade al pensiero filosofico e scientifico» (il riferimento è alla ricerca delle lingue perfette), dall’altro hanno prodotto nel Paese dei Romanzi testi dotati di «qualche virtù poetica o di qualche energia visionaria» (qui invece si allude ai romanzi utopici che attraversano in particolare i secoli XVII e XVIII). 
Merita al riguardo sottolineare ancora una volta come i gerghi da parte loro abbiamo svolto un ruolo nutrivo in campo letterario, e non solo (si pensi, solo per fare alcuni esempi, al lunfardo, gergo dei ladri e dei malviventi argentini che è alla base dei testi dei tanghi, oppure all’apporto gergale nella musica afro-americana, dal soul all’hip hop).
«Nei dizionari di gergo, molti scrittori potrebbero trovare nuovi colori per le loro stracche tavolozze» ha scritto Carlo Dossi. Si pensi alle ballate di François Villon che formano Le jargon et jobelin, alle pagine di Victor Hugo, di Eugène Sue, di Honoré de Balzac, fino alle esperienze di quel gruppo di scrittori – Céline, Joyce, Gadda – che Gianfranco Contini ha raggruppato sotto la denominazione di «espressionismo letterario»: ciò che caratterizza le «lingue rotte alla sperimentazione» di questi scrittori, scrive Contini, sono la «mescolanza macaronica», il poliglottismo, le intrusioni pluridialettali, la «violenza sulla verbalità e la fonicità», l’invenzione di parole nuove, insomma un miscuglio di fattori che hanno la capacità di trasformare l’oggetto linguistico in un enunciato di lingua speciale.



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