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E MAI SCRITTI Paolo Albani Fra le molteplici forme in cui un libro
immaginario, inesistente può mettersi in opera c’è quella
del libro pensato, progettato e però alla fine, per varie ragioni,
mai realizzato. Un libro che esiste solo in teoria, ovvero, se mi si passa
il gioco di parole, sulla carta, apparente paradosso per un libro che di
carta è fatto.
Sarebbe bello, oltre che stimolante, trovare nelle
biblioteche - ad esempio in una sezione al primo piano della Biblioteca
San Giorgio di Pistoia - uno scaffale (aperto) dedicato ai libri mai scritti,
ai libri potenziali, volumi in fieri destinati a formare
una sorta di «Biblioteca del Possibile», una biblioteca che
si prospetta, non c’è da dubitarne, di vaste dimensioni e di godibile
consultazione.
A questo punto non ci resta che andare a
curiosare fra i libri di questa nutrita «Biblioteca del Possibile»
e vedere quali sorprese ci aspettano. Per ovvi motivi di spazio ci limiteremo
ad alcuni esempi, fra i più bizzarri e meno conosciuti, forse.
un libro su niente, un libro senza appigli esteriori, che si tenesse su da solo per la forza intrinseca dello stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di sostegno; un libro quasi senza soggetto o almeno il cui soggetto fosse, se possibile, quasi invisibile (Claudio Magris, «Flaubert e il libro su niente», in Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Torino, Einaudi 2002, pp. XXIII-XXIX). Di fianco al Libro su niente di Flaubert,
contiguo per evidente affinità, c’è la Guida al nulla,
auspicata da Jaroslav Hašek, cantore delle avventure de Il buon soldato
Švejk e fondatore fra l’altro del «Partito del progresso moderato
nei limiti della legge». Nelle intenzioni dello scrittore praghese
l’opera si occuperà delle bellezze del Nulla e riempirà «una
lacuna vistosa nella nostra letteratura di viaggio. I nostri turisti sbagliano
a ricercare i luoghi dove è rimasto qualcosa e dove i dintorni agiscono
su di noi con la potente bellezza del paesaggio».
Dall’autunno 1929 all’autunno 1930, Elias Canetti concepì il piano di una Commédie humaine dei folli scrivendo l’abbozzo di otto romanzi, tutti ruotanti intorno a una figura al limite della follia. Ciascuna di queste figure è diversa dalle altre in tutto, perfino nella lingua e nei pensieri più reconditi. Ogni personaggio vive un’esperienza talmente irripetibile che nessun altro potrebbe condividerla. Fra loro c’è un fanatico della religione; un visionario della tecnica che vive rimuginando i suoi progetti sugli spazi interplanetari; un collezionista, un uomo ossessionato dalla verità; un dissipatore; un nemico della morte e, infine, un uomo fatto solo per i libri, l’Uomo dei libri. La linfa segreta della Commédie humaine dei folli confluirà poi in Auto da fé (Elias Canetti, «Il mio primo libro: Auto da fé», in Auto da fé, Milano, Adelphi 1981, pp. 507-521). Più avanti, su un altro scaffale
della «Biblioteca del Possibile», c’imbattiamo in questo titolo:
Illusion,
Erreur et Mensonge. L’autore è Raymond Queneau. Il libro affronta
scientificamente i temi dell’Illusione, dell’Errore e della Menzogna a
partire dalla prestidigitazione e dalla sofistica, invenzione greca che
aveva come scopo di far passare il vero per il falso e il falso per il
vero, arte che ha influenzato in particolare l’eloquenza giuridica e la
retorica in generale. Queneau annuncia questo progetto di libro, mai attuato,
in un depliant pubblicitario apparso nel 1956, a presentazione dell’Encyclopédie
de la Pléiade da lui diretta dal 1951.
Insieme al libro di Queneau sul tema dell’illusione, dell’errore e della menzogna, troviamo il libro di un amico dello scrittore francese, e cioè Italo Calvino (entrambi furono membri attivi dell’OuLiPo). Nel 1969 Calvino pubblica sul numero 4 de il Caffè, rivista fondata e diretta da Giambattista Vicari, quattro abbozzi di capitoli di un ipotetico libro, facendo precedere al suo scritto, intitolato La decapitazione dei capi, questa premessa: Le pagine che seguono sono abbozzi di capitoli di un libro che da tempo vado progettando, e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società, cioè un sistema politico basato sull’uccisione rituale dell’intera classe dirigente a intervalli di tempo regolari. Non ho ancora deciso che forma avrà il libro. Ognuno dei capitoli che ora presento potrebbe essere l’inizio d’un libro diverso; i numeri d’ordine che essi portano non implicano perciò una successione. Un altro romanzo, L'ordine nel delitto,
Calvino avrebbe voluto scrivere. Si limitò invece alla stesura di
un racconto «L'incendio della casa abominevole», uscito sulle
pagine dell'edizione italiana di Playboy (febbraio-marzo 1973) e,
in parte, nell'Atlas de littérature potentielle dell'OuLiPo
(Paris, Gallimard 1981). Alcuni appunti di Calvino con l'indicazione «tentativo
di sviluppare in romanzo il racconto L'incendio della casa abominevole»
portano la data dell'11-13 luglio 1977.
In un articolo uscito sulla Gazzetta di
Parma del 3 settembre 1927, Cesare Zavattini confessa che avrebbe voluto
scrivere «un libricino, frutto di scaltra esperienza, dal titolo
curioso: L’assassinio degli insetti come arte». Da questo
libricino, scaturito da una delle più dilettose occupazioni che
vellicano lo spirito dell’autore nelle solitarie ore notturne, cioè
uccidere, con metodo, le zanzare nate di fresco e le sopravvissute alla
strage della sera prima, Zavattini si aspetta di ottenere vituperi, e non
lodi e fama come per l’Assassinio come una delle belle arti di De
Quincey (Cesare Zavattini, Dite la vostra. Scritti giovanili, Parma,
Guanda 2002, pp. 152-155).
Un intero, lunghissimo scaffale della «Biblioteca
del Possibile» è dedicato ai libri che, «se la vita
non lo tradirà a mezza strada», Carlo Dossi avrebbe voluto
scrivere e i cui progetti si è appuntato qua e là sulle pagine
dei sedici quaderni dalla copertina azzurro oltremare che riempì
di riflessioni e commenti di varia natura (le cosiddette «note azzurre»)
tra il 1870 circa e il 1907.
Per tutta la vita Antonio Delfini ha inseguito l’idea di scrivere un romanzo intitolato Storia d’amore intorno a un quaderno smarrito, di cui parla più volte su riviste e in interviste rilasciate negli anni sessanta, e che sarebbe dovuto uscire da Garzanti. Cesare Garboli apprese dall’amico Delfini, in un incontro avvenuto a Roma nel 1959, che lo scrittore modenese aveva iniziato un romanzo il cui titolo era, appunto, Storia d’amore intorno a un quaderno smarrito: «Ebbi la sensazione» - commenta Garboli - «che non l’avrebbe mai finito». E così fu. Il capitolo di quel romanzo mai scritto fu poi pubblicato come un racconto con il titolo Il 10 giugno 1918 (Antonio Delfini, Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, Torino, Einaudi 2008). Per finire non possono mancare sugli scaffali
della nostra ipotetica «Biblioteca del Possibile» i volumi
di Ernesto Ragazzoni, composti da «invisibilissime pagine».
Poiché «son fatte per rimanere idee», è meglio
che le idee siano lasciate allo stato di puro spirito: questo teorizzava
Ragazzoni per il quale il non scrivere era uno dei lavori più graditi
e appassionanti. Tradurre un’idea in atto, cioè su carta, significa
farsene tiranneggiare ed escludere tutte le altre possibili: un po’ come
quando, per educare una rapa, si finisce per soffocare i mille e mille
germi odorosi di un giardino incantato (Ernesto Ragazzoni, Buchi nella
sabbia e pagine invisibili, Torino, Einaudi 2000).
da Culture del testo e del documento, 30, settembre-dicembre 2009, pp. 5-10. Per andare al menu delle mie collaborazioni a Culture del testo e del documento cliccate qui. HOME PAGE TèCHNE RACCONTI POESIA VISIVA |