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I PARMIGIANI GRANDI E PICCINI
È possibile fare della (buona) letteratura anche scrivendo
dizionari, che sono libri speciali, «luoghi» - diceva Manganelli
- «dove le parole si riposano, stanno ferme, appese come pipistrelli».
Di queste virtù letterarie è testimone ammirevole il Dizionario
dei parmigiani grandi e piccini (dal 1900 ad oggi) di Baldassarre Molossi
(1927-2003), uscito a Parma nel lontano 1956 presso La Tipografica Parmense,
oggi riproposto, in una bella veste grafica, dall’editore Giulio Binazzi
di Reggio Emilia (pp. 174, Euro 24,50). Giornalista e critico cinematografico,
Molossi è stato per 35 anni direttore della Gazzetta di Parma.
Il volume è disponibile nella sala di consultazione della Biblioteca
Nazionale di Firenze: CONS. BIOGR. GEN. 34F. Noi ne abbiamo trovato una
copia su una bancherella di libri usati a Bologna.
Le biografie del Molossi (che si fermano alla metà del
secolo XIX, cosa che ci fa dire che sarebbe stato opportuno un aggiornamento)
sono scritte in uno stile sobrio, disteso, senza eccessivi indugi sui titoli
accademici o sdolcinate riverenze. Le voci del Dizionario hanno
il pregio di farsi leggere come se fossero dei raccontini, dei quadretti
affrescati con amabile, misurata partecipazione. In alcuni casi, poi, ci
parlano di personaggi strambi, «devianti», che sembrano usciti
dai libri di un Celati o di un Cavazzoni, scrittori di nebbiose ambientazioni
padane e di atmosfere surreali.
Insieme ai ritratti di figure nobili (in senso stretto, perché
c’è anche una voce dedicata a un principe), meritevoli di comparire
in un volume per i posteri, come uomini di scienza, politici, banchieri,
industriali, giornalisti, avvocati, medici, cantanti, musicisti, poeti,
magistrati, pittori e garibaldini, Molossi racconta - in poche battute,
ma di gradevole lettura - la vita di personaggi minori, «piccini»
li chiama lui, cioè «non illustri», ingiustamente obliati
o esclusi da altre raccolte del genere, «“macchiette” o figure caratteristiche
che diedero un tono alla città [Parma, n.d.r.]; o [...] uomini oscuri,
modesti e schivi di pubblicità, ma di reale valore».
Nel libro del Molossi – e questo, a nostro avviso, è il
suo fascino – si possono leggere i profili di personaggi che uno non si
aspetterebbe di trovare in un Dizionario biografico. Di solito,
nelle opere di consultazione, sono ospitati gli autori passati alla storia
per aver compiuto imprese memorabili, scritto opere superbe, sono immortalati
i «grandi», alcuni dei quali stanno lì, in posa, ritratti
con facce austere, che non ridono mai, ostentando i loro abiti scuri e
spiegazzati.
Ecco una piccola galleria delle figure disegnate dal Molossi:
BENELLI ATTILIO (1874-1950) – Mendicante.
Meglio conosciuto sotto lo appellativo di Ambanelli che i più
ritenevano fosse il suo cognome, fu, per anni e anni, una delle più
caratteristiche macchiette della città. Nipote di Ermenegildo, capo
muratore alla Corte del Duca e figlio di Luigi, muratore anche lui, il
B. fu dapprima apprendista ciabattino e poi, seguendo la naturale predisposizione
dei suoi piedi, divenne pigiatore d’uva e si produsse nelle cantine di
Debrando
in borgo Maroldo e in quella del Magnanén in borgo delle
Caligarie. Negli ultimi tempi viveva esclusivamente d’elemosine, trascinando
i suoi stracci per la città. Sua dimora abituale era lo zoccolo
del Battistero, prendeva i pasti alla caserma di San Giovanni e, di preferenza,
vestiva abiti militari smessi. Fu noto come eccezionale improvvisatore
di rime estemporanee, talune delle quali piuttosto piccanti. Respinse sempre
la qualifica di mendicante, sostenendo di avere anch’egli un certo «giro
d’affari».
CARINI FERRUCCIO (1869- ...) – Imbianchino.
Figlio di Francesco, che fu pesatore municipale in piazza Ghiaia e
fratello di Andrea, fucilato dai Borboni nel 1855 e ricordato fra i martiri
del Risorgimento, nacque in una casa di volta Politi. In possesso di una
discreta voce tenorile, a 18 anni fu ingaggiato come corista dalla Compagnia
lirica Verdini e con essa si recò a Parigi e in Brasile. Soggiornò
all’estero moltissimi anni. Mutò diversi mestieri, facendo persino
il fuochista di seconda classe sui piroscafi di linea fra l’Italia e l’America
del Sud. Nonostante ciò, si professò sempre imbianchino e
come tale lavorò a Parma, La Spezia e Genova. Si sposò due
volte rimanendo regolarmente vedovo e senza aver figli. Negli ultimi anni,
i capelli e la barba portati alla foggia dell’eroe dei due mondi gli valsero
l’appellativo di Garibaldi. Figura tra le più caratteristiche
della vecchia Parma, era – come scrisse Bruno Giandebiaggi – una specie
di Fedro moderno che narrava le sue novelle usando il linguaggio stesso
dei protagonisti, imitando cioè alla perfezione i versi della gallina,
del gatto, dell’anitra, del maiale ecc. Si vantava volentieri di aver percorso
nel 1936 quasi 800 chilometri a piedi in quaranta giorni, partendo da Genova
il 1° novembre e arrivando a Napoli il 9 dicembre successivo, ma taceva
di una brutta avventura che gli occorse una notte verso la fine dei suoi
giorni, allorché, fattosi trovare addormentato ai piedi del monumento
a Garibaldi, alcuni sfaccendati nottambuli gli sforbiciarono e bruciacchiarono
la fluente barba. Il C. se la legò al dito, ma non riuscì
mai sapere il nome degli autori della beffa. A parlargliene, si rabbuiava
e vi guardava sospettoso: «C’eravate anche voi? – vi diceva – sapete
chi è stato?». Morì con questa pena segreta nel cuore,
senza potersi togliere quella piccola soddisfazione.
ESCHINI ERALDO (1883-1947) – Marmista.
Per quanto nato a Carrara, può ritenersi a ragione figlio di
Parma. Venne infatti fra noi nell’altro dopoguerra e qui visse e morì.
Aveva il diploma della scuola di ornamento e scolpiva lapidi per il cimitero.
Ma gli affari gli andarono a rotoli e fu costretto a chiudere il laboratorio
ritirandosi a vivacchiare in una soffitta con la vecchia madre. Non si
spaventò e visse di espedienti fin che poté. Tirava avanti
vendendo ogni sorta di anticaglie e tarabaccole che andava a stanare nei
solai dei «signori»; e lo si poteva vedere girare per Parma
con sottobraccio gli oggetti più strani e imprevedibili: quadri
di seconda mano, statuette di gesso colorato, medaglieri, velieri di madreperla
e roba del genere. Alto, magro, segaligno, col viso ossuto e intenso, si
meritò l’appellativo di «professore» perché era
un poco filosofo, e con quel titolo fu poi sempre trattato. Democratico
e repubblicano, nel ’14 scacciò da un circolo di Carrara Benito
Mussolini. Visse in umiltà fino al giorno in cui, mortagli da qualche
tempo la mamma, si tolse la vita chiudendosi nella sua soffitta con un
braciere colmo di carbone acceso.
LANDI PRIMO (1882-1943) – Applauditore.
Meglio noto sotto il nomignolo di Budlo, fece coppia per molti
anni con Antonio Piva, conosciuto come «il dottore», e fu universalmente
stimato come «il re della claque». Dotato di una voce discreta,
di un orecchio perfetto e di una certa sensibilità musicale, fu
un claqueur impareggiabile, soprattutto per la perfetta scelta del
tempo: dava cioè il via ai battimani proprio quando il tenore non
ce la faceva più a tirare in lungo con l’acuto, cosicché
sotto il subisso degli applausi il cantante fingeva di continuare
a
cantare, raddoppiando il successo. Il L. fece anche varie stagioni fuori
Parma, ove era noto come «il commendatore» e si presentava
agli impresari con un biglietto da visita intestato a quel titolo. Formidabile
mangiatore, è rimasta celebre la beffa dell’anolino [specie di agnolotto,
tipico della cucina parmigiana, n.d.r.]... di legno. D’abitudine,
quand’egli veniva chiamato dalla strada, s’affacciava alla finestra con
un anolino di legno infilzato nella forchetta da lui tenuto in bella mostra
per dare a intendere che alla sua tavola si mangiava da signori. Finché
una buona volta l’anolino gli sfuggì dalla forchetta e il trucco
venne scoperto.
MARIANNI GIUSEPPINA (1888- ...) – Reginetta di bellezza.
Il 27 novembre 1907 fu eletta Reginetta dell’Oltretorrente e sfilò
su uno splendido carro trainato da sei cavalli. Fra i doni che le vennero
fatti, il Sindaco avv. Lusignani le regalò una magnifica collana
d’oro con brillanti e zaffiri, e la Società di divertimenti – di
cui era allora presidente il prof. Italo Sassi – cento lire in oro.
MARTINELLI MEDARDO (1849-1904) – Suonatore ambulante.
Assai meglio conosciuto sotto il nomignolo di Formiga che gli
fu affibbiato in grazia del suo aspetto (era nero come il carbone da capo
a piedi: nero il cappellaccio, nero il tabarro, nera la giacchetta unta
e bisunta e tutta rappezzi, neri i pantaloni sdruciti e afflosciati sulle
nere scarpacce), il M. passò la sua grama esistenza di suonatore
di cornetta, vagabondando per le vie della città (con soste obbligate
nelle trattorie e nei caffè) e per le sagre e i «festival»
della provincia. Gli utili dei concerti erano «pro fabbrica dell’appetito»
di casa Formiga e figli. Grande e grosso come un granatiere, guercio da
un occhio e con un «fiore» nell’altro, il M., che era un tipo
nichilista e individualista, stette alquanto tempo in compagnia con altri
tre artisti della sua taglia (un cieco, un gobbo e uno zoppo) e con costoro
formò un apprezzato quartetto di musici. Poi, stanco della compagnia,
riprese a lavorare da solo facendo echeggiare per lunghi anni l’Inno
di Garibaldi e La Marsigliese, i due pezzi che egli prediligeva
in ragione delle sue accentuatissime opinioni politiche. Abitava in una
topaia e ne usciva solo per dar fiato alla tromba. Negli ultimi anni della
sua vita fu amareggiato dai lazzi dei monelli che gli si mettevano dinanzi,
a gambe larghe, a succhiar limoni in segno di scherno. A un certo punto,
non potendosi più reggere in piedi per il gran fiato sprecato a
soffiar dentro la cornetta (che non lucidava mai perché – diceva
– la s’frusta) si fece condurre all’ospedale, ove, dopo breve degenza,
serenamente spirò.
MATTEI VITTORIO (1862-1927) - Factotum.
Figura tra le più caratteristiche e singolari dell’ultimo mezzo
secolo e gran faccendiere di tutte le manifestazioni cittadine, per tutta
la sua vita si adoperò, con simpatica giovialità, con chiassosa
presenza e con un tantino di esibizionismo, alle opere di pietà
e di carità. Cassiere per antonomasia e amministratore insuperato,
entrò in tutte le istituzioni benefiche di Parma ed ebbe in custodia
la cassa di 34 amministrazioni di beneficenza. Per fare un esempio: la
Pubblica Assistenza venne affidata alle cure del M. con tre lire e sedici
centesimi in cassa e ottocento lire di debiti, cifra paurosa per quell’epoca:
il M. non si scoraggiò e riportò in alto le sorti del benefico
ente. Sul M. esiste tutta una vasta aneddotica di spiritosità, di
amabili gaffes e di piacevolissimi strafalcioni ch’egli distribuiva
a larghe mani, come la beneficenza. Per dirne solo una, un giorno telefonò
a un’agenzia teatrale di Milano chiedendo un tenore per una manifestazione
lirica. «Di tenori c’è penuria», gli rispose l’impresario;
e lui, tranquillamente: «Ebbene, non perdete tempo, mandatemi subito
Penuria!...». Ma fece veramente del bene e giustamente gli spettò
il titolo di «babbo dei poveri» col quale era nominato dal
popolino.
PERIZZI BOERI ARIBERTO (1855- ...) - Giramondo.
Bohémien senza macchia e senza paura, lasciata Parma
nel 1880, viaggiò il mondo menando vita avventurosa: fu geometra
in Grecia, mercante a Costantinopoli, giornalista in Francia, Spagna e
Tunisia, maestro di scherma a Malta, avvocato in Egitto, esploratore nel
Sudan, cacciatore d’elefanti in Zanzibar, cicerone in Terra Santa, cavallerizzo
di circo equestre a Parigi. Qui scommise con alcuni amici che avrebbe fatto
il giro d’Europa in bicicletta; e senza danari – ché i pochi che
aveva li perdette alla prima tappa sul tavolo di roulette di Montecarlo
– girò tutta l’Europa (d’allora!, compresa Russia, Turchia e Inghilterra)
e al termine del viaggio consegnò all’editore Battei il manoscritto
di un suo diario, Un po’ d’Europa in bicicletta, che uscì
in dispense e fu poi raccolto in volume. L’ultima notizia sua è
che nel 1889 trovavasi a Tunisi.
POLI RACHELE (1866-1947) - Massaia.
Alta poco più di un metro, la P., nel giorno di sue nozze, celebrate
nel 1909 con tal Gaetano Bertozzi, di 60 anni, già per due volte
vedovo, diede occasione di grande spasso al popolino dell’Oltretorrente.
La matura sposina - che abitava in borgo Catena - alle 14 era già
in moto per recarsi in Municipio: ma quando uscì di casa trovò
il borgo pieno di curiosi che l’attendevano per farle festa. La P., giunta
in piazza della Rocchetta inseguita da un folto codazzo di amiche che non
le risparmiavano mottetti e frizzi, perse la pazienza e disse loro con
aria di trionfo: «Sono brutta, si, sono brutta, ma io il marito l’ho
trovato». In Municipio lo sposo giunse un po’ in ritardo e alquanto
brillo. La folla attese l’uscita della coppia fino alle 16,30 sotto il
Municipio, frenata a stento dai vigili urbani. Mai si vide a Parma uno
sposalizio con tanta partecipazione di popolo in così allegra e
chiassosa festa.
ottobre 2003
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