Paolo Albani
  IL PIANETA
DELLE VERDURE INVISIBILI



    Due mesi fa ho seguito un Corso per Scrittori Esordienti organizzato dalla Pro-Loco. Davvero un’iniziativa lodevole. Ce ne fossero di queste iniziative anche in altri comuni. Devo dire che mi sono trovato bene, sia con gli insegnanti, molto preparati e disponibili, che con i miei compagni di corso. L’atmosfera è stata collaborativa, tutti ci siamo sforzati di lavorare con spirito di gruppo, dando una mano, nel caso, ai compagni che ne avevano più bisogno. Fra noi nessuna smania di competizione, nessun atteggiamento di superiorità o sbruffoneria da primi della classe. Anche perché ‒ essendone a digiuno ‒ tutti eravamo lì per imparare le tecniche di composizione di un racconto, tutti con gli stessi problemi di ruggine creativa, di appannamento e cattivo uso del nostro potenziale immaginativo.
    Il mio insegnante di Aggiornamenti Narrativi, Fulvio Manchetti, scrittore affermato e pluripremiato, mi ha preso in simpatia, almeno così mi è parso. È stato prodigo di consigli utili. Con molto garbo, ma fermamente, ha cestinato le mie prime prove di scrittura, dei raccontini sul genere fantascientifico. «Sono ancora vecchio stile», mi ha detto. Come si può al giorno d’oggi usare parole come periglioso, facondia, misoneista, stoltiloquio, mi ha fatto notare giustamente Manchetti, cerchiando in rosso le parole incriminate.
    Al principio ho cercato di abbozzare una parvenza (ridicola) di difesa:
    ‒ Ma Landolfi… ‒ ho balbettato.
    ‒ Lascia stare Landolfi ‒ ha sorriso Manchetti che poi ha aggiunto: ‒ Gianfranco Contini definì Landolfi un «ottocentista eccentrico in ritardo».
    Il corso è durato quattro mesi durante i quali ho scritto una cinquantina di brevi racconti, sempre insistendo sul genere fantascientifico, quello più nelle mie corde letterarie, racconti che Manchetti ha regolarmente bocciato, con motivazioni, devo ammetterlo, ogni volta puntuali e molto convincenti. Lui ha vinto un sacco di premi letterari, anche importanti come il Parmigianino e il Premio Internazionale Il Boschetto alla carriera, dunque è uno che se ne intende di scrittura, ha una grande esperienza in questo campo.
    Il fatto spiacevole è che mi ha silurato anche Il pianeta delle verdure invisibili, che a me, se devo essere sincero, non sembrava male: una storia ambientata su un pianeta, simile al nostro, dove gli abitanti sono tutti rigorosamente vegetariani e però su quel pianeta non c’è nemmeno una verdura, almeno in apparenza, perché le verdure si materializzano solo quando a uno viene lo stimolo della fame; solo allora, quando sopraggiunge l’appetito, la creatura del pianeta vegetariano vede comparire nei campi, come lampadine che si accendono d’improvviso, pomodori, zucchine, piselli, patate e ogni tipo di verdura; poi, non appena i morsi della fame si placano, le verdure scompaiono di nuovo in modo che così non ci sono eccessi di produzione o sprechi e l’economia è regolata sui bisogni primari della gente che vive felice e soddisfatta, senza mai scostarsi, al di sopra o al di sotto, da una soglia decente di sussistenza.
    Manchetti mi ha detto che il racconto era troppo didascalico, che il messaggio («il raggiungimento di uno sviluppo equo e non consumista») era troppo moralistico, troppo apertamente ostentato e che ciò andava a discapito della trama che finiva per attorcigliarsi su se stessa e non aveva respiro, zoppicava, mancava di tensione. Lo spunto, il pianeta degli uomini vegetariani, era buono, ma secondo Manchetti non l’avevo trattato in modo efficace, da costringere il lettore a restare inchiodato sulla pagina.
    Nei quattro mesi in cui ho seguito il Corso per Scrittori Esordienti ho imparato molti trucchi del mestiere che spero di mettere a frutto prima o poi; ho imparato ad esempio che l’incipit è, come dice Manchetti, «l’esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri» e questo «avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe». Ho imparato che sono importanti la punteggiatura (basta spostare una virgola e cambia tutto), il ritmo narrativo, le descrizioni dei personaggi e degli ambienti, i dialoghi, la voce dell’io narrante e tante altre cose che vengono anche prima della scrittura vera e propria, cose come la disposizione d’animo di chi si appresta al lavoro della scrittura («perché di un lavoro si tratta», ribadisce Manchetti che sul fatto che la scrittura sia un lavoro cita sempre Balzac che quando scriveva, dalle quattro del mattino fino all’ora di pranzo, indossava una casacca particolare, una specie di tuta da lavoro) e la forza fisica, cioè un buono stato di salute: «Gli scrittori fanno poco ginnastica», deplora Manchetti, «e questo in parte influisce negativamente sul loro rendimento creativo».
    L’altro giorno, sul numero di marzo della rivista «Raccordi», è uscito un racconto lungo di Manchetti, l’ho visto per caso segnalato su una rassegna di testi letterari sul web. Nel racconto, di genere fantascientifico (insolito per lui), Manchetti descrive un pianeta per molti aspetti simile al nostro, alla Terra, in cui gli abitanti sono tutti rigorosamente carnivori e però su quel pianeta non c’è nemmeno un animale, almeno in apparenza, perché gli animali si materializzano solo quando a uno gli viene lo stimolo della fame; solo allora, quando sopraggiunge l’appetito, la creatura del pianeta carnivoro vede comparire davanti a sé mucche, quaglie, galline, maiali, lepri, passerotti, tacchini e ogni altro tipo di animale commestibile; poi, dopo che la creatura carnivora li ha catturati e cucinati e ha placato i morsi della fame, gli animali scompaiono di nuovo in modo che così non ci sono eccessi di produzione o sprechi e l’economia è regolata sui bisogni primari della gente che vive felice e soddisfatta, senza mai scostarsi, al di sopra o al di sotto, da una soglia decente di sussistenza.

marzo 2017

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