Paolo Albani

UN PICCOLO GESTO

 

 

 

Al “non libro” di Cesare Zavattini.

 


    A notte fonda esco di casa, furtivo. Mi sento come se fossi un ladro, abituato a agire nell’ombra, o un pericoloso terrorista. Mia moglie e mio figlio stanno dormendo, in stanze separate. Li conosco: hanno il sonno profondo, non si sveglierebbero nemmeno con le cannonate. Non devono sapere dove vado. Mi vesto senza fare rumore, compiendo gesti lenti e calcolati. Indosso un giubbotto scuro per rendermi il meno visibile all’aperto, ora che fa buio. Non mi lavo, meglio evitare il rumore dell’acqua che scorre nel lavandino.
    Prima di uscire do un biscotto a forma di osso a Betty, la mia barboncina di cinque anni, l’unica che si è accorta che sto girando per casa, a luce spenta. L’accarezzo dolcemente per tranquillizzarla: – Buona Betty, buona, cuccia – le sussurro. Lei scodinzola, contenta. Poi apro la porta e con un piede, dandole un colpetto sul muso, impedisco a Betty di seguirmi.
    Mi porto un barattolo di vernice nera e un pennello da imbianchino con punta conica. Ho deciso di compiere la mia missione, la quarta in un mese secondo il programma stabilito. Un programma da svolgere approfittando del buio della notte. Quando in giro per le strade non c’è anima viva.
E infatti non incontro nessuno, sono le quattro del mattino. A quest’ora girano solo qualche balordo o perdigiorno, e le pattuglie della polizia e dei carabinieri. Poche per fortuna. Devo fare attenzione alle pattuglie. Di certo mi fermerebbero, per chiedermi cosa ci faccio in giro a quell’ora di notte con un barattolo di vernice. Sarebbe imbarazzante. Ogni giustificazione, oltre la verità, non reggerebbe. E la verità non è facile da confessare. Nemmeno a mia moglie e a mio figlio l’ho detta. Perciò spero di non imbattermi nelle forze dell’ordine.
    In fondo a via Cavour ci sono delle luci accese, è un bar aperto, uno di quei pochi locali che restano aperti tutta la notte. Aggiro l’ostacolo spostandomi sul marciapiede di fronte all’ingresso del bar. Cammino curvo, quasi piegato in due, nascosto dietro il profilo grigio delle macchine parcheggiate. Credo che nessuno, i pochi clienti del bar oltre al barista, mi abbia visto, aiutato dal fatto che in quel punto la strada è poco illuminata. Sguscio lateralmente imboccando via XX settembre, solcata dalle rotaie del tram, e m’infilo sotto i portici deserti.
    Da lontano vedo una guardia notturna in bicicletta, si dirige verso di me. Per non incontrarla raggiungo velocemente il giardino pubblico, che per fortuna non è chiuso da una cancellata, e mi riparo dietro una siepe, rifugio provvidenziale. In terra noto un paio di siringhe, quello è un punto di ritrovo per tossicodipendenti, mi viene da pensare a mio figlio che frequenta brutte amicizie, giovani sbandati come lui. Dovessi scoprire che si droga, non so come reagirei. Forse mi procurerei una pistola, mi farei giustizia da solo, preso dalla disperazione, andrei a scovare gli spacciatori che bazzicano nei pressi del giardino di fianco a via XX settembre, non molto lontano da casa mia, e darei loro una lezione che si ricorderebbero tutta la vita. Facile a dirsi a parole, ma poi… Non sono così intraprendente, non ho la stoffa del «vendicatore solitario». Bisogna essere dei duri, spietati per compiere punizioni esemplari, dove ci scappa il morto.
    Rimuovo questi pensieri tumultuosi. Mi concentro sulla mia missione clandestina.
    Attendo qualche minuto, dopo di che alzo la testa sporgendomi sopra la siepe; la guardia notturna pedala svogliato ondeggiando verso il lato dei portici che incrocia la stazione ferroviaria. Pericolo scampato.
    Torno in strada, allungo il passo in direzione del mio obiettivo, non c’è tempo da perdere, ma subito sono costretto a ripiegare, m’infilo di nuovo dietro la siepe, di corsa: ho fatto in tempo a realizzare che sta transitando una macchina dei carabinieri. Si muove piano, a passo d’uomo. Mi avranno visto scappare verso il giardino? Sarò entrato per un attimo nel fascio di luce dei loro fari? Ho il cuore in gola, come si legge nei racconti polizieschi. Resto immobile, quasi non respiro. Sento lo sfrigolio delle gomme della macchina dei carabinieri accarezzare l’asfalto, c’è una scia di ghiaino in quel tratto.
    Dietro la siepe ho il tempo di riflettere sull’esistenza di una via di fuga alternativa. Potrei strisciare fino a una panchina poco distante da dove mi nascondo, e da lì, gattoni, guadagnare l’altra uscita del giardino; allungherei di qualche centinaio di metri il mio abituale percorso, quello che seguo quando entro in azione nelle mie incursioni notturne, ma chi se ne frega, l’importante è non farsi beccare dai caramba con il barattolo e il pennello in mano.
    Alla fine non ho bisogno di cambiare tragitto, la macchina dei carabinieri si è allontanata, non mi hanno visto e esco allo scoperto senza problemi.
    In pochi minuti sono nei pressi dell’obiettivo, un palazzo di cinque piani che si affaccia a metà di via Alfredo Panzini. Tolgo il coperchio al barattolo e mi avvicino al portone dello stabile situato al numero 127. Mi guardo intorno, non passa nessuno, controllo se ci sono telecamere agli angoli della strada o altrove. In ogni caso, mi copro il volto con un passamontagna.
    Come sempre, in prossimità di compiere il mio atto di disobbedienza, mi emoziono. Le mani mi tremano, poi, una volta deciso a procedere, mi sciolgo e prendo coraggio. Acquisto freddezza. Immergo la punta del pennello dentro la vernice e la struscio delicatamente sul bordo del barattolo in modo che il pennello non sia troppo molle. A questo punto sono pronto: non mi resta che scrivere sulla facciata dello stabile a lettere cubitali, di un nero minaccioso e liberatorio, il mio grido protestatario:


W LA FICA


    È un attimo. L’operazione dura qualche minuto. Ormai sono pratico di queste spennellate oltraggiose. Faccio attenzione che la vernice non coli, che non ci siano sbavature, brutte a vedersi dal punto di vista estetico, e la scritta si riproduca chiara sulla parete color beige vicina al portone, in alto a sinistra sopra la pulsantiera con citofono. In genere ho constatato che i condomini dello stabile ci mettono due, tre giorni a cancellare la scritta. A volte anche di più, una settimana, quando non si trovano subito gli operai per eseguire i lavori di ripulitura.
    Considero quel lasso di tempo, quei balsamici, proficui giorni in cui la scritta W LA FICA resiste e campeggia sulla facciata dello stabile – un palazzo signorile, rispettabile, occupato da una serie di famigliole della medio-alta borghesia – il tempo della mia rivincita, il mio fermo «j’accuse» contro lo strapotere della società capitalistica.
    Per me il disordine sociale passa anche attraverso la reiterazione di questi gesti, piccoli atti sovversivi. È dalla somma di questi piccoli gesti che nascono (possono nascere) le rivoluzioni, come quando – l’accostamento è forte, ma non così balsano – nel febbraio del 1917 a Pietrogrado, una parte dei soldati della IV compagnia del reggimento Pavlovskij si rifiutò di sparare sui manifestanti. Il gesto ribelle di ogni singolo soldato, di ogni membro appartenente a quel reggimento è stato – come il mio questa notte – una scintilla che ha infiammato la prateria.

 

 

agosto 2020

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