LE INQUIETUDINI
DEL SIGNOR SMARGIASSI
L’altra notte ho sognato di essere un altro (je est un autre
diceva Rimbaud). Ma la cosa non mi turbava più di tanto. Al contrario,
mi piaceva. Il sogno era a colori, fenomeno abbastanza usuale per me, dato
che i miei sogni sono sempre colorati, con una forte dominante (chissà
perché) di azzurro e di giallo.
Nel sogno mi trovavo in una grande libreria dal nome tedesco (Seuren
o roba del genere), affacciata su una delle strade più frequentate
e alla moda del centro storico di Firenze; una libreria di quelle antiche,
nata verso la metà del secolo XIX, con una vetrina luminosa, scaffalature
di legno alte fin quasi al soffitto e lunghi tavoli su cui erano appoggiate
pile di libri di formato e spessore diversi.
Ricordo che, nel sogno, avevo un titolo che suonava bene, passabile,
per certi versi anche seducente. Mi sembra, ma non vorrei sbagliarmi: Le
inquietudini del Signor Smargiassi e l’affare del cagnolino d’oro.
Sì, forse era proprio questo il titolo per intero. Niente di speciale,
comunque sempre più dignitoso di quello – ridicolo, da fruttivendolo
impenitente - che mi ha affibbiato il mio autore che, se devo essere sincero,
ho sempre considerato un pazzoide, un fanatico, un perdigiorno frequentatore
di una combriccola di artisti e letterati anch’essi un po’ fuori di testa.
Quanto al nome dell’autore di Le inquietudini del Signor Smargiassi,
nel sogno non riuscivo bene a capire quale fosse. Sulla copertina le lettere
del nome dell’autore erano sbocconcellate, ne intravedevo soltanto alcuni
frammenti, OVAN e poi MEG, ma niente di più. O forse la verità
è che, quel nome, l’ho rimosso, dimenticato inconsciamente.
La cosa straordinaria, che mi rendeva felice, è che io me ne
stavo lì vestito di carta, di una carta finemente patinata, protetto
da una splendida copertina in pelle. E ancora, c’erano molti fogli a separare
la mia testa dal piede, fogli leggeri, maneggevoli facilmente, come hanno
tutti i libri di questo mondo, o quasi, che uno prova piacere a sfogliarli,
ne sente (o s’illude di sentirne) l’odore d’inchiostro quando li apre e
si stordisce a divorarli con gli occhi.
Nel sogno avevo il corpo di un libro tenero, flessuoso come sono i
libri degni di questo nome, da Gutenberg in avanti, che si lasciano scoprire
voluttuosamente, in un crescendo quasi erotico. In tutto e per tutto ero
un libro cartaceo (apparente tautologia), dai lineamenti delicati e non
un arnese, un marchingegno rigido come sono nella realtà, una specie
di Pinocchio meccanico, innaturale, che aspira in cuor suo a diventare
un libro vero.
Accanto a me, nello stesso scaffale di ciliegio - situazione che mi
gratificava molto, lo ammetto - c’erano dei classici: I demoni,
Moby
Dick, L’educazione sentimentale, L’immoralista e altri
ancora. Stavamo l’uno a fianco dell’altro, dorso a dorso, come un gruppetto
di amici seduti ai tavoli di un’osteria e io sentivo un’aria buona, rigenerante
provenire dal contatto di quei libri così importanti, più
grandi di me.
Non so spiegarmi in virtù di quale singolare dispositivo della
mia mente, ma avvertivo che, in un angolo dei sotterranei della libreria,
esistevano altre copie di Le inquietudini del Signor Smargiassi,
un numero sufficiente a soddisfare le esigenze di mercato. Insomma, nella
finzione onirica, ero un libro comune, di quelli che, ogni giorno, i librai
trattano in grande quantità, acquistabile su ordinazione, duplicabile
con un semplice passaggio di rotativa.
Avevo perduto il marchio della rarità (e della diversità
compositiva), del libro stampato in pochi esemplari, condizione cui sono
costretto, ahimè, dal 1934, anno in cui, scomodando un anonimo tipografo
di Savona, il Capitano Vincenzo Nosenzo, «editore futurista unico
al mondo», quel ceramista da strapazzo del mio autore si mise in
testa di mettere in pratica la sua bella trovata d’avanguardista.
Nel sogno facevo strani incontri.
All’inizio vedevo una signora di una certa età, con un cappellino
in bilico sui capelli, da cui spuntava, maliziosa, una penna di fagiano.
In modo brusco, la signora domandava al direttore della libreria, un uomo
sui cinquant’anni, volto simpatico e impertinente, baffoni alla Giovanni
Guareschi, di procurarle tre copie di Le inquietudini del Signor Smargiassi.
Una copia aveva intenzione di regalarla al suo nipotino, perché
imparasse a distinguere tra le sensazioni immaginarie e le sensazioni
psicofisiche, come insegna Bernhard Berenson; un’altra era destinata
al suo panettiere, che al pari del Signor Smargiassi, amava follemente
le uova bazzotte e la terza – confidò la signora aggiustandosi il
cappellino – voleva che finisse fra le mani di una sorellastra che a giorni
sarebbe rientrata da una lunga vacanza trascorsa sull’isola di Robinson
Crusoe, una delle Isole Juan Fernandez, situata davanti alla costa cilena.
Dopo un viaggio così esotico, disse la signora che sembrava molto
sicura di sé, la sorellastra avrebbe apprezzato maggiormente la
lettura di quel libro.
Tre copie in una sola richiesta: un risultato davvero lusinghiero.
Su di me (durante il sogno) sentivo allungarsi quell’alone d’interesse
che fa di un libro, una volta preso nel vortice del tam tam dei lettori,
un’opera di successo. Altro che libro per quattro gatti di bibliofili,
da esporre nella fredda bacheca di una galleria d’arte contemporanea!
Un giorno (il sogno si snodava su un flusso ampio, sebbene imprecisato,
di tempo) entrò in libreria un giovane che mi osservò attentamente.
Aveva l’aspetto tipico del professorino di filosofia, il vestito trasandato,
gli occhi persi in cerca di una verità inconfutabile, un accenno
insignificante di peluria intorno alla bocca. Dopo aver letto avidamente
la quarta di copertina, mi ripose nello scaffale e, avvicinatosi al commesso,
lo sentii affermare:
- Quest’anno, nel mio corso, mi piacerebbe adottare Le inquietudini
del Signor Smargiassi -, quindi si allontanò, con le mani unite
dietro la schiena e lo sguardo curvo, incollato sulla punta delle scarpe.
Non nego che l’idea ventilata dal professorino mi procurò una
gioia immensa, indescrivibile. In un certo senso riscattava (in sogno,
si capisce, dove l’emotività percettiva del sognatore il più
delle volte si amplifica a dismisura) la frustrazione che mi derivava,
nella vita reale, dal fatto di appartenere alla categoria dei libri d’élite,
di essere un oggetto da collezionista, una cianfrusaglia museale.
Sì perché, ancora non l’ho detto, ma quel bellimbusto
del ceramista savonese, uno che, figuriamoci, per farsi pubblicità,
si presentava esibendo un biglietto da visita di latta, si era preoccupato
di farmi stampare in 101 esemplari di cui soltanto 50 in commercio. Bravo,
no, il Tullio Mazzotti, originario d’Albisola? Un espediente da furbetto
che aspira a lasciare un segno indelebile nella storia del libro d’artista!
Qualche tempo dopo, sempre nel sogno che sto raccontando, mi capitò
di ascoltare la conversazione tra due liceali, due sbarbatelli con velleità
da critici letterari, che si erano fermati a discutere proprio sotto di
me, davanti al mio scaffale.
- Mi ha colpito la cifra stilistica e lo spessore morale di Le inquietudini
del Signor Smargiassi - disse il primo.
- Bisognerebbe tenerlo sempre sul comodino accanto al letto e leggerne
almeno una pagina prima di addormentarsi - ribatté l’altro.
- Mio padre l’ha divorato in una sola notte.
- La cosa non mi stupisce. Fra l’altro, ha una bella copertina.
- Sì, la riproduzione della «pittrice Marcia» è
indovinata.
Il riferimento alla «pittrice Marcia», miniatura contenuta
in un manoscritto del 1402 del De claris mulieribus di Giovanni
Boccaccio, fu per me una pugnalata al cuore. Mi venne spontaneo il raffronto
con la mia copertina di latta. Che poi dire mia non è proprio esatto,
perché io me la sono trovata cucita addosso, con dei fili di rame,
senz’avere la minima possibilità di scelta, com’è nello stato
naturale delle cose; del resto, nessun individuo, credo, sceglie il naso
che il Padreterno gli ha sistemato in mezzo agli occhi.
L’artefice della copertina che mi affligge da quel lontano 1934 si
chiama Bruno Munari. È lui il brillante illustratore cui si deve
il capolavoro (sic) che sta all’inizio di L’anguria lirica (lungo poema
passionale): una sfera rossa, con una teoria circolare di piccole linee
nere all’interno, e il disegno schematico di un coltello che l’attraversa
sulla parte sinistra. Che orrore!
Questo, in breve, è il sogno che ho fatto l’altra notte. E la
ragione per cui l’ho fatto – ne accenno qui in modo schematico, senz’avventurarmi
in tortuose discettazioni psicoanalitiche - penso vada ricercata nell’insofferenza
che provo di fronte alla mia vita di libro-oggetto, di libro metallico
stampato a litolatta con un tubolare, anch’esso di latta cromata, che funge
da dorso.
Una vita grigia, priva di contenuto, o meglio dove il contenuto s’identifica
nell’aspetto fisico, nella corporeità dell’oggetto artistico, dove
non ha più importanza quello che si racconta, l’intreccio, la storia
dei personaggi, come nelle pagine dense di un romanzo ottocentesco, ma
si guarda solo all’estetica delle forme materiali.
Mi sono stancato di fare il libro-oggetto, di mettermi in mostra, di
recitare la parte dell’attrazione da baraccone nel vorticoso circo dei
bibliofili, di lasciarmi vivisezionare dallo sguardo accademico degli storici
del futurismo, come se fossi una creatura orribile uscita da un racconto
di Jules Verne.
Non sono decrepito come una cinquecentina, ho ancora la possibilità
di rifarmi una vita, una vita nuova da libro normale, riproducibile...
Almanacco del Bibliofilo, 14, 1 gennaio 2004, pp. 221-228.
Questo numero dell'Almanacco, intitolato "Confidenze di libri.
Divagazioni autobiografiche di libri antichi e moderni con un suggestivo
monologo interiore di un e-book", a cura di Mario Scognamiglio, contiene
testi di (in ordine di apparizione) Umberto Eco, Mauro Giancaspro, Giulio
Andreotti, Gianfranco Dioguardi, Oliviero Diliberto, Mario Scognamiglio,
Gino Moncada Lo Giudice, Matteo Collura, Elio Palombi, Gianandrea de Antonellis,
Armando Torno, Pietro Spirito, Annalisa Bruni, Curzia Ferrari, Giuseppe
Marcenaro, Paolo Albani e Paolo Della Bella.
Ecco cosa scrive Gianfranco Dioguardi sul numero 97-98, marzo-giugno
2004 de L'esopo, rivista trimestrale di bibliofilia, a proposito
di questo racconto:
«[...] Questa sorta di erotismo induce a introspezioni freudiane,
che puntualmente giungono con Le inquitudini del signor Smargiassi
di Paolo Albani dove un libro caratterizzato - scrive l'autore - da "una
vita grigia, priva di contenuti, o meglio dove il contenuto s’identifica
nell’aspetto fisico, nella corporeità dell’oggetto artistico, dove
non ha più importanza quello che si racconta, l’intreccio, la storia
dei personaggi, come nelle pagine dense di un romanzo ottocentesco, ma
si guarda solo all’estetica delle forme materiali" sarà indotto
a fare sogni fantastici pervasi da "quell’alone d’interesse che fa di un
libro, una volta preso nel vortice del tam tam dei lettori, un’opera di
successo"» (Gianfranco Dioguardi, «Confidenze di libri»,
L'esopo,97-98,
marzo-giugno 2004, pp. 7-16).
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