Paolo Albani
I SOGNI SEQUESTRATI

 



Pazientemente riempio l’apposito modulo da presentare in duplice copia all’I.N.R.S.S. (Istituto Nazionale Restituzione Sogni Sequestrati) per farmi restituire alcuni sogni da me effettuati nel quinquennio passato e sequestratimi in base alla legge n. 876/12876 istituita dal nuovo governo.

    Il sequestro riguarda i sogni non realizzati, quelli che uno ha messo in cantiere, progettato e però, a seguito d’inconvenienti, contrattempi e incapacità personali, non è stato in grado di trasformare in realtà. I sogni non realizzati vengono confiscati dallo Stato, in ottemperanza alla suddetta legge, perché la loro non realizzazione causa turbamento nel titolare dei sogni, incidendo sulla qualità della sua vita, con ricadute negative sul sistema sanitario nazionale che deve sobbarcarsi le spese mediche da elargire ai detentori dei sogni posti sotto sequestro. Perché i sogni non realizzati – è provato da numerose ricerche scientifiche – lasciano strascichi dannosi, lacerano gli animi gettando i soggetti insoddisfatti in uno stato di depressione.

È la ragione per la quale il governo ha creato l’I.N.R.S.S., organismo preposto al sequestro dei sogni non andati a buon fine, falliti, mettendoli in uno stato di quiescenza da cui è possibile riscattarli, seguendo una procedura che prevede un tempo congruo fra il fallimento dei sogni e la possibilità di una loro riattivazione, sanzionato da un’equipe di specialisti, una task force composta da psicologi, psicanalisti, sociologi e neurologi.

     Sul modulo, dopo le generalità – io sottoscritto nato a…, in provincia di…, residente in…, domiciliato in…, codice fiscale…, stato civile…, professione…, eccetera – si elencano in dettaglio i sogni effettuati in un dato periodo (gli anni che mi riguardano vanno dal 2014 al 2018) e di cui si richiede il dissequestro come stabilito dalla normativa corrente, specificandone il motivo. Secondo molti dei richiedenti che ho interpellato, la formula accolta con più benevolenza dalle autorità è: «l’insoddisfazione personale e il malcontento non controllato». Perciò, se vi capita, suggerisco di marcare con una X la casella in corrispondenza di quella frase prestampata.

    Fra i sogni non realizzati che intendo riattivare, per tramutarli in progetti concreti, ci sono:

 

1. L’inizio di una relazione con la signorina R.A. (R. sta per Romilda, ometto il cognome per ragioni di privacy), la tabaccaia che gestisce il negozio nella via in cui abito. È una quarantenne, capelli neri lunghi, che porta raccolti e stretti in un fermaglio, carnagione scura. Sembra una messicana. Mi ha sempre incoraggiato, almeno mi è parso, con sorrisini, occhiatine, battutine, sfioratine di mani quando mi porge il resto, gesti che ho interpretato come una benevola disponibilità, da parte sua, all’approccio amoroso. Non mi sono mai deciso a dichiararmi, per timidezza e codardia, anche perché, se devo dirla tutta, la signorina R.A. ha un fidanzato meridionale, originario di Torella dei Lombardi, provincia di Avellino, un pompiere che fa culturismo e ha la reputazione di essere molto geloso e possessivo.

      Voglio tornare all’attacco. Dopo tre anni, ho ripreso a fumare per avere l’opportunità di vedere la signorina R.A., mi fumo due, tre pacchetti di sigarette al giorno, scrivo montagne di lettere per poter andare in tabaccheria a comprare i francobolli, acquisto di tutto (marche da bollo, penne, caramelle, biglietti del gratta e vinci, schedine del totocalcio, fiammiferi, accendini, buste imbottite e buste normali, fazzolettini di carta, ricariche per il cellulare, ecc.) pur di entrare in tabaccheria e parlare con la signorina R.A., ma soprattutto mi sono iscritto a una palestra, voglio buttar giù la pancia, diventare un figurino e farmi venire degli addominali d’acciaio, la «tartaruga» come il calciatore Ronaldo.

       Questa volta posso farcela, lo sento, mi piace da morire la signorina R.A. e sono disposto a tutto pur di conquistarne il cuore e allacciare con lei una relazione seria e duratura.

 

2. Un altro sogno tenuto per anni in un cassetto, e sequestratomi dai funzionari dell’I.N.R.S.S. perché mai realizzato, è l’apertura di un’attività commerciale di import-export. Oggi le cose sono cambiate, ho il denaro sufficiente, grazie al prestito di una finanziaria. Ora ho le spalle coperte per iniziare l’importazione di bradipi sul mercato italiano. In particolare intendo concentrarmi sul bradipo pigmeo (Bradypus pygmaeus), una specie che vive sull’isola panamense di Escudo de Veraguas, versione miniaturizzata dei suoi “cugini” di terraferma, rispetto ai quali pesa circa la metà. Al principio ero incerto sul tipo di bradipo da importare, le opzioni coprivano il bradipo dal cappuccio (Bradypus torquatus), il bradipo tridattilo (Bradypus tridactylus) e il bradipo variegato (Bradypus variegatus), poi mi sono deciso sul bradipo pigmeo in primo luogo per un fatto pratico, le dimensioni.

L’esile corporatura, unita alla proverbiale lentezza dei movimenti, fa sì che il bradipo pigmeo possa diventare da noi – è il mio sogno – un animale domestico, se inserito in un habitat idoneo, rispettoso dei parametri giusti come la temperatura di 22 gradi e altri requisiti ambientali.

Ma c’è di più. Ho scelto il bradipo perché è un animale che può, con il suo stile di vita (dorme 16-18 ore al giorno, mangia frutta e verdura da cui trae l’acqua necessaria, predilige la solitudine), favorire il rilassamento degli umori, funzionare da anti stress per chi (maschio o femmina) lo accudisce. Questo, a mio giudizio, rende il bradipo pigmeo un buon investimento, un animale competitivo dal punto di vista economico.

Se il commercio dei bradipi, animali a rischio estinzione, prendesse campo, come spero, e facesse breccia nelle abitudini domestiche degli italiani, magari espandendosi in tutta l’Europa occidentale, sarebbe un ottimo antidoto contro la minaccia della sua scomparsa. In questo modo si prenderebbero due piccioni con una fava: da un lato gli effetti positivi sull’uomo, blandendone le crisi di nervi e la melanconia, dall’altro sul bradipo stesso, ostacolandone o quanto meno rallentandone la scomparsa.

Sono in contatto con un esportatore panamense di bradipi pigmei, Carlos Parris di Puerto Armuelles, imprenditore affidabile, di grande esperienza, che ha la possibilità di fornirmi in tempi rapidi e in tutta sicurezza un numero consistente di esemplari all’anno.

 

3. Un sogno che mi ha accompagnato negli ultimi anni, e che finora non sono riuscito a realizzare, inducendo l’I.N.R.S.S. a emettere una notifica di sequestro, è la compilazione di guide turistiche di città in cui scrittori famosi non hanno mai soggiornato, dei baedeker sui loro viaggi non compiuti, rimasti sulla carta. È un vuoto editoriale meritorio da colmare.

Non stupisca la formula privativa – “mai soggiornato” – perché il non-compiuto, il non-realizzato ha rilevanza quanto, se non di più (Alberto Giacometti, scultore svizzero, insegna), del suo opposto, il compiuto.

Sull’importanza della non ubicazione, si legga quanto scrive Fëdor Dostoevskij in una lettera al poeta russo Apollon Nikolaević Majkov del 16 agosto 1867, spedita da Ginevra:

 

Perché sono a Dresda, proprio a Dresda, e non in qualche altro posto, e perché è valsa la pena abbandonare tutto in un posto e arrivare in un altro? (*)


 


A giustificazione dell’idea di una guida come quella che ho in mente di redigere, si rifletta su questo dato: perché un grande viaggiatore come Victor Hugo, che si è spostato sia come turista sia perché costretto all’esilio, non è mai passato per Siena. Perché? Come si spiega? Cosa lo ha tenuto lontano da una città toscana ricca di cultura e di bellezze artistiche? Tanto più che da piccolo, all’inizio del 1800, Hugo ha vissuto per quasi un anno con il padre, il comandante Joseph Léopold Sigisbert Hugo, militare in carriera, e i due fratelli maggiori Abel e Eugène, a Portoferraio sull’isola d’Elba, e le prime parole che ha pronunciato sono in toscano. È una cosa che non tutti sanno.

Comprando la mia guida (se l’I.N.R.S.S. avrà la bontà di concedere il dissequestro del mio sogno) ne saprete tante di cose curiose come questa, sugli scrittori e i loro non viaggi.




(*) Fëdor Dostoevskij, Lettere, a cura di Alice Farina, traduzione di Giulia De Florio, Alice Farina e Elena Freda Pirelda, il Saggiatore, Milano, 2020, p. 595.

 

 

dicembre 2020

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