Paolo Albani

TENTATIVO DI CLASSIFICAZIONE
DELLE BIBLIOTECHE CHE NON ESISTONO

 

 

 

            Premessa

 

            Definisco biblioteca, afferma Georges Perec (di cui quest’anno, 2012, ricorre il trentennale dalla morte), un insieme di libri raccolto da un lettore non di professione per il proprio piacere e uso quotidiano. La definizione perecchiana esclude le collezioni dei bibliofili e le rilegature a metraggio, ma anche la maggior parte delle biblioteche specializzate (quelle dei professori, per esempio), poiché i loro problemi particolari sono affini a quelli delle biblioteche pubbliche (Perec 1989, p. 27, nota 1).

            Il problema delle biblioteche (quelle reali), osserva sempre Perec, è duplice e riguarda prima di tutto lo spazio fisico e poi quello, decisamente arduo, di come ordinare i libri che vanno a formare una biblioteca, specie quando il loro (dei libri) numero raggiunge cifre ragguardevoli. I modi di sistemare i libri sono vari, si può seguire ad esempio, come suggerisce lo stesso Perec, l’ordine alfabetico (il più ovvio) oppure un ordine per continenti o paesi, per colore, in base alla data di acquisto, secondo la data di pubblicazione, per formati, per generi, seguendo i grandi periodi letterari, per lingua, per priorità di lettura, per rilegature, per collane, e altro criterio ancora, a seconda dei propri gusti e delle proprie esigenze.

            Nel nostro caso, occupandoci di biblioteche immaginarie o pseudobiblia o, per dirla con Max Beerbohm, di abiblia, cioè di raccolte di libri mai scritti, inesistenti, inventati dalla fantasia di scrittori o di bibliofili burloni, il problema dello spazio in senso stretto non si pone. Nel nostro caso i libri non esistono sulla carta, o meglio in carta, sono solo delle proiezioni fantasiose, dei reperti potenziali. Il che per altro non sminuisce il loro fascino bibliografico. Solo che per sistemarli non abbiamo bisogno di scaffalature in legno o in metallo, di locali specifici adibiti alla conservazione e alla lettura. Trattandosi di biblioteche costituite solo da inventari o cataloghi, ma che non collezionano libri veri, tangibili, concreti, e che perciò non ricevono finanziamenti ministeriali, di cui non hanno bisogno, possiamo immaginare con Ermanno Cavazzoni che queste singolari biblioteche siano luoghi accoglienti muniti di panchine, alberelli ben tosati, la vista su un lago, merli che razzolano e così via dicendo (Cavazzoni 2004, p. 261).

            Resta invece, anche nel caso delle biblioteche che non esistono, il problema di come classificarle, di come sistemarle in un ordinamento esaustivo e convincente. Impresa su cui si sono cimentati in molti; fra i più attrezzati in questo campo Roberto Palazzi che, a proposito di «libri inesistenti e immaginari», distingue fra: a) libri stampati, ma non pubblicati; b) libri citati in bibliografia, ma in realtà mai esistiti; c) libri cassati dai cataloghi storici delle case editrici; d) libri annunciati, ma non pubblicati; e) libri che risultano stampati, ma di cui a tutt’oggi non sono stati trovati esemplari; f) libri inventati, e infine g) libri che l’autore non si rende conto di avere scritto (a quest’ultimo genere appartengono quelle opere pubblicate, generalmente postume, cui l’autore aveva però rinunciato) (Palazzi 2002).

            Per parte nostra, ribadendo che ci occupiamo di biblioteche, sia pure immaginarie, ovvero di collezioni di libri inventati (dunque non prendiamo in considerazione l’autore che in un suo libro ha inventato uno, due o comunque pochi libri sparsi qua e là nel testo, non strutturati in biblioteca), adotteremo questo tipo di suddivisione:

           

            Biblioteche immaginarie contenute in opere letterarie

            Biblioteche immaginarie comprese in repertori appositamente creati

            Biblioteche immaginarie allestite da falsari

            Biblioteche immaginarie formate da libri mai scritti

 

 

            Biblioteche immaginarie contenute in opere letterarie

 

            L’invenzione di biblioteche di libri inesistenti all’interno di opere letterarie è ormai da ritenersi un vero e proprio genere letterario (Albani 2007). Il caposcuola di questo genere è senza alcun dubbio François Rabelais. Durante i suoi studi all’Università di Parigi, prima del 1528, Rabelais frequenta la biblioteca dell’abbazia di San Vittore, importante centro di studi religiosi, ricca di libri di teologia, di scolastica, di giurisprudenza, di polemica religiosa. Ispirandosi a questa celebre biblioteca, essendo «un buon bibliografo e anche un sincero bibliofilo», Rabelais redige un catalogo burlesco dove si fa beffa di quella scienza scolastica e teologica e lo riporta nel capitolo VII del Libro secondo del Gargantua et Pantagruel (1532-1564). Un buon numero dei titoli elencati in quel catalogo sono puramente scherzosi e immaginari, altri si riferiscono ad autori e opere realmente esistenti. Sulle identificazioni proposte dagli studiosi sussistono divergenze. Uno degli studi più approfonditi e interessanti sul Catalogue de la Bibliothèque de Saint-Victor di Rabelais è stato condotto da Paul Lacroix (1806-1884) in un libro a firma «Le Bibliophile Jacob» (Lacroix 1862). All’analisi dei libri inventati da Rabelais Lacroix fa precedere un capitolo intitolato «Notice sur la bibliothèque de l’abbaye de Saint-Victor». La tesi di fondo di Lacroix è che «Rabelais, inventando, o piuttosto travisando un titolo di libro, ha sempre avuto sotto gli occhi o nella sua mente un libro stampato o un manoscritto, se non di più, come punto di partenza. È questo che distingue il catalogo della biblioteca di San Vittore da tutti i cataloghi di libri immaginari che sono stati fatti dopo a imitazione di Rabelais».

            Ecco alcuni titoli, nella bella traduzione di Augusto Frassineti, tratti dalla biblioteca inventata da Rabelais:

 

Ars honeste petandi in societate, di mastro Ortuino

Cariola salutis

De modo cacandi

Sui piselli al prosciutto (cum commento)

Il coglionatico dei Promotori ecclesiastici

Lo spetazzamento dei copisti

Almanacco perpetuo per gottosi e impestati

Anti-peri-cata-meta-perlamadosca-amfi-cribationes fratrum merdicantium

Il friggiculo dei poetastri

Il tric trac dei monaci puttanieri

De vita et honestate bellimbustorum, di mastro Buzzurro

Le palle-pendule dei viaggiatori

La martingala dei cacatori

De origine gattemortuarum et torticollorum ritibus (libri septem)

Cacatorium medicorum

Il tirapeti degli speziali

 

            Il secolo XVI è ricco di emuli di Rabelais in materia di biblioteche inventate; naturalmente il fenomeno prosegue anche nei secoli successivi; in questo paragrafo ne diamo conto riportando alcuni esempi significativi (Albani e della Bella 2003).

            Nel 1551 esce a Venezia La seconda libraria dello scrittore e poligrafo fiorentino Anton Francesco Doni (1513-1594), secondo di due cataloghi ragionati di opere a stampa e di manoscritti (la prima Libraria è del 1550), «opera utile a ciascuno che si diletta della lingua volgare». Dedicata «a coloro che non leggono», La seconda libraria è un catalogo di libri rari, che l’autore ha «veduto a penna» perché composti non per «venire a stampa», e di cui fornisce in numerosi casi delle schede riassuntive. Una particolarità de La seconda libraria è che molti degli autori e delle opere segnalati da questo bizzarro scrittore sono inventati. La seconda libraria si chiude con un «Discorso sopra l’Academie d’Italia, titoli, cognomi, e opere, scritte vulgarmente. Però di coloro che se n’è potuto haver cognitione», dove sono descritte in modo sintetico le opere di Accademici con nomi stravaganti, come ad esempio «Il Fogna», «Il Moscione», «Il Lunatico», «Lo Svogliato», «Il Rapito», e via di questo passo.

            Nel 1590 a Strasburgo viene stampato un libro che mette in burla e si prende gioco dei cataloghi di libri. Ne è autore il poeta tedesco Johann Fischart (1546-1590), soprannominato Mentzer. L’edizione autonoma è stampata da Bernhard Jobin, che ha sposato la sorella di Fischart, Anna, nel 1567. Notevole come inventore e manipolatore di parole e quale creatore di giochi e di combinazioni linguistiche, Fischart traduce in tedesco, effettuando numerose aggiunte, il Primo Libro del Gargantua e Pantagruele di Rabelais.

            Fra gli esempi migliori di cataloghi fantastici - per altro sfuggiti all’occhio attento di Gustave Brunet, uno degli studiosi più autorevoli nel campo delle «biblioteche immaginarie» - sono da un lato il Catalogus librorum aulicorum incomparabilium et non vendibilium, elaborato negli anni 1603-1611 dal poeta e predicatore inglese John Donne (1572-1631) e pubblicato postumo a Londra nel 1650 da John Marriot e dall’altro il Musaeum Clausum, or Bibliotheca Abscondita containing some remarkable Books, Antiquities, Pictures and Rarities of several kinds, scarce or never seen by any man now living del medico e scrittore inglese Thomas Browne (1605-1682), uscito nel 1684 a Londra presso l’editore Charles Mearne. Il primo testo è un’«immaginaria biblioteca per cortigiani», ricca di 34 titoli inventati attribuiti ad autori veri, una satira di libri politici, religiosi e letterari. Il titolo n. 8, The Judaeo-Christian Pythagoras di John Picus, alias Pico della Mirandola, riguarda la dimostrazione che i numeri 99 e 66 sono uguali se si tiene rovesciato il foglio; il n. 13, On shortening the Lord's Prayer, ovvero Sull’abbreviazione del Paternostro, è attribuito a Martin Lutero, mentre il n. 18, assegnato da Donne a san Bonaventura, è il De Particula ‘Non’ a decalogo adimenda, et symbolo Apostolorum adjicenda, un libro dove s’invita a sopprimere il «non» dai Comandamenti. Nel secondo catalogo Browne elenca 20 titoli in tutto: il n. 1 è un poema di Ovidio Nasone, Ab pudet & scripsi Getico sermone Libellum, scritto in lingua getica durante il suo esilio a Tomi; il n. 9 un erbario sottomarino, A Sub Marine Herbal, dove sono descritte molte piante trovate nelle rocce, colline, valli, prati sul fondo del mare; il n. 14 l’Oneirocritica del re Mitridate. Nella terza sezione, dedicata alle «Antiquities and Rarities of several sorts», Browne registra una serie di curiosa naturalia e artificialia, tipici dei gabinetti di curiosità, come la miniatarizzazione della battaglia di Alcazar incisa su un uovo di struzzo o quella della Batracomyomachia raffigurata sulla mascella di un luccio.

            L’INDICE UNIVERSALE DELLA LIBRARIA O STVDIO DEL CELEBRATISS. Arcidottore GRATIAN Furbson Da Fraculin, scritto da Giulio Cesare Croce (1550-1609), poeta e cantastorie ferocemente comico, autore dei celebri libretti di Bertoldo e Bertoldino, è «Opera curiosa, per i Professori delle Sie. Matematiche, e studiosi dell’opere bizzarre e capricciose Rac. per M. Aquedoto dalle Sanguetole riformatore dell’Hosteria del Chiu». Si tratta di un fascicoletto in-4° piccolo, di rozza e scorrettissima stampa su carta poco pregiata, di otto pagine non numerate, stampato a Bologna nel 1623, «presso l’erede del Cochi, Con Licenza de Superioi., e Prii». Il libretto contiene 47 opere dai titoli di sapore burchiellesco, fantastici o solo deformati su quelli di libri e di autori effettivamente esistenti.

            Nella prima parte del decimo racconto Del cane di Diogene (1687-1689) di padre Francesco Fulvio Frugoni (1620ca-1686ca), una grande allegoria satirico-autobiografica in sette volumi o «latrati» (come ama definirli il suo autore per non uscire dalla metafora canina), compare uno straordinario capitolo intitolato La Libreria de’ Gastrimargi. In una postilla Frugoni annota che il termine «gastrimargi» è voce dotta d’origine greca, che sta per «golosi», «ingordi», precisando che lo stesso termine si dice «Gastrimargia, Magnoneria, Gotoneria in ispagnuolo, Soupleria in francese: quando si mangia a non poter più». Ne La Libreria de’ Gastrimargi, Frugoni narra con la consueta ironia le gesta di Mercurio imbarcato su una Galea che naviga nel mare della Broda, così chiamato perché «niun vento soffiava d’ordinario in quel mare». In questo mare si trova l’isola di Gastrimargia, un’isola così grande che sembra terra ferma, opposta all’isola della Sapienza, piccola di recinto, e quasi disabitata, nelle acque vicine a Creta. Una volta sull’isola, Mercurio è invitato a visitare la stravagante libreria piena di volumi (vengono citati 177 titoli) «d’alta grassa» che trattano soltanto de «esculentis et poculentis» ovvero delle cose da mangiare e delle cose da bere. Volumi che a leggerli, ma anche solo ad ammirarli, ingenerano «una pigra lentezza, poiché s’apprendea da loro la scienza del poltroneggiare con tutto lo spirito».

            Nel 1720 a Francoforte e Lipsia il libraio e mercante d’oggetti d’arte a Norimberga, J. Wolrab pubblica un Catalogus von den raresten Büchern und Manuscriptis, welche bishero in der Historia Litteraria noch nicht zum Vorschein nommen: nun aber nebst einem ziemplichen Vorrath, von allerhand fürtrefflichen Machinen und andern unvergleichlichen Kunst-Sachen, and die meist-bietende verlaufft werden sollen [Catalogo di libri molto rari e di manoscritti che non sono mai stati menzionati ancora nella storia letteraria; di tavole, medaglie, statue, antichità, macchine e oggetti d’arte di ogni genere, che saranno aggiudicati al migliore offerente]. Il catalogo, contenente i titoli di circa 200 volumi, 50 manoscritti, e quasi 200 oggetti d’arte, antichità, ecc., fu proibito e soppresso con gran cura dalle autorità per le satire violente e soprattutto per le facezie libertine delle quali era pieno.

            Quand’era intendente a Limoges (1761), l’economista, filosofo e politico francese Anne-Robert-Jacques Turgot (1727-1781) aveva decorato il suo studio di scaffali finti con finti libri ai quali aveva messo dei titoli satirici come Apologie de l’esclavage des nègres [Apologia della schiavitù dei negri]; Art de compliquer les questions simples [L’arte di complicare le cose semplici] dell’abate Galiani; Art de faire les glaces, par un buvetier de l’Inquisition [L’arte di fare i gelati, da parte del gestore di un piccola mescita dell’Inquisizione]; Choix des friponneries les plus ingénieuses, pubblié en faveur des dupes [Raccolta delle più ingegnose mariolerie, pubblicata in favore delle vittime], due volumi in-folio; Histoire naturelle et morale des araignées, avec la description de leurs amours [Storia naturale e morale dei ragni, con la descrizione dei loro amori].

            Il mercante di caffè Batavus Droogstoppel (Stoppiasecca), personaggio del romanzo Max Havelaar (1860) di Multatuli (dal latino multa tuli, cioè «molto soffersi»), pseudonimo dello scrittore olandese Eduard Douwes Dekker (1820-1887), incontra ad Amsterdam Max Havelaar, poeta, scrittore e suo antico compagno di scuola, che, invece di un regolare cappotto, porta semplicemente uno scialle al collo. Sperando in un aiuto pecuniario, Havelaar manda a Droogstoppel un pacco di manoscritti. «Da essi», dice Havelaar nella lettera indirizzata all’amico, «vedrà che io ho molto pensato, lavorato e partecipato». Segue un lunghissimo elenco dei trattati e dei saggi (145) di Havelaar, con alcuni commenti, fra parentesi tonde, di Droogstoppel. Nell’elenco figurano titoli come Delle pene per i rei d'infanticidio, Sul «perpetuum mobile», la quadratura del cerchio e la radice dei numeri non radicali, Delle formiche bianche, Del carattere contronaturale delle scuole, Della prostituzione nel matrimonio (Un pezzo scandaloso), Della castità come invenzione (Non capisco), Della forza dei pregiudizi quale traspare dalle malattie provocate da correnti d'aria (Non vi avevo detto che era una lista curiosa?) (Multatuli 1982, p. 37-42).

            Un altro esempio di biblioteca inventata si trova in Mœurs des Diurnales. Traité de journalisme (1903) dello scrittore francese Marcel Schwob (1867-1905), pseudonimo di André Mayer, dove sono riportate le riflessioni del giornalista Loyson-Bridet sulle modificazioni apportate dal giornalismo allo stile, alla storia, al buon gusto e alla scienza. Uno dei primi capitoli del libro, inserito nella sezione Nozioni generali, è dedicato al catalogo dei Cent bons livres du journaliste, divertente e spaventoso come quello di Rabelais (Schwob 1985, p. 71-77).

             Nei primi decenni del secolo XX il filosofo e critico letterario tedesco di origine ebraica Walter Benjamin (1892-1940) e lo storico israeliano della mistica ebraica Gershom Gerhard Scholem (1897-1982) s’inventarono l’«università di Muri», nel ricordo di tre mesi passati insieme in quella località svizzera. Entrambi composero alcuni «atti dell’università», tra cui un elenco delle lezioni, statuti dell’accademia e altre cose di Benjamin, e un Poema didascalico della facoltà di filosofia di Scholem (stampato nel 1927). Benjamin firmava come rettore, Scholem come «bidello del seminario di filosofia della religione». Per anni Benjamin si divertì a inventare titoli per il catalogo della biblioteca e recensioni per i relativi libri (Benjamin 1978).

            Nel racconto «Pierre Menard, autore del Chisciotte» (1939), Jorge Luis Borges esamina l’archivio personale di Pierre Menard, straordinario poeta, autore di un’opera, forse la più significativa del nostro tempo, intitolata Chisciotte che consta dei capitoli IX e XXXVIII della prima parte e di un frammento del capitolo XXII del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. L’archivio di Menard comprende molti scritti fra cui: una monografia sulla possibilità di compilare un dizionario poetico di concetti che non siano sinonimi o perifrasi di quelli che informano il linguaggio comune, «ma oggetti ideali creati secondo una convenzione, e destinati essenzialmente alle necessità poetiche» (Nîmes 1901); un articolo tecnico sulla possibilità di arricchire il gioco degli scacchi eliminando uno dei pedoni di torre; Menard propone, raccomanda, discute, e finisce per rigettare questa innovazione; l’opera Les problèmes d’un problème (Paris 1917), che discute nell’ordine cronologico le soluzioni dell’illustre problema di Achille e la tartaruga; di questo libro sono state pubblicate finora due edizioni, la seconda porta in epigrafe il consiglio di Leibniz: «Ne craignez point, monsieur, la tortue», e i capitoli dedicati a Russell e a Descartes vi appaiono sostanzialmente rimaneggiati; una lista manoscritta di versi che debbono la loro efficacia alla punteggiatura (Madame Henri Bachelier cita anche una traduzione letterale della traduzione letterale che fece Quevedo della Introduction à la vie dévote di san Francesco di Sales; nella biblioteca di Menard non v’è traccia di quest’opera) (Borges 1995).

            Alla ricerca di una misteriosa ascia, il personaggio del romanzo Conversions (1959) di Harry Mathews, giunge davanti alla porta di un edificio dove legge su una logora insegna: «Dogana di Alva». All’interno dell’edificio scopre degli scaffali pieni di libri che occupano tutta una parete con questa scritta: Sequestrati su richiesta del Conte di Mar. I funzionari della dogana gli spiegano che i Conti di Mar, proprietari di una miniera d’argento, costruirono la sede della dogana nel XVI secolo, imponendo a loro piacimento tributi su tutte le merci. Attraversando la stanza il personaggio narrante getta un’occhiata ai libri tolti dalla circolazione dai Conti di Mar e legge una serie titoli (per l’esattezza 42), riportati nel testo (Mathews 1964, p. 62-63).

            In una bizzarra biblioteca, situata in un edificio non molto vasto in 3150 Sacramento Street, San Francisco di California, cap 94115, descritta in modo dettagliato da Richard Brautigan in The Abortion. An Historical Romance (1966), non vengono lettori a chiedere libri, ma solo autori a portarne, a qualsiasi ora. Manoscritti che nessun editore accetterebbe. Il personale in pianta stabile di questa biblioteca è di un solo bibliotecario il cui compito è «accogliere» gli scartafacci, registrarne titolo e argomenti su un catalogo, aggiungendovi qualche rigo di commento, ma soprattutto egli deve far sentire all’autore che il suo libro (questo «parto» della sua mente e «parte» di se stesso) è ben accetto, anzi desiderato, anche se non lo leggerà mai nessuno e finirà stivato, insieme a mille e mille altri, in certe umide caverne del nord della California (Brautigan 1976, p. 23-30).

            Ne La bibliothèque d’un amateur lo scrittore Jean-Benoît Puech racconta di aver conosciuto l’autore di alcune recensioni a romanzi immaginari durante il soggiorno nella clinica di La Chesnaie, vicino Blois, nel 1972. Lui stesso ha consigliato all’anonimo recensore, impiegato nel 1977, dopo alcuni anni d’insegnamento, presso la Camera di Commercio d’Orléans, di dare al giornale della clinica i suoi primi articoli. I romanzi recensiti, di cui si riporta nome dell’autore, titolo e un breve riassunto, sono tutti attraversati dal tema del silenzio, rappresentato in uno stile narrativo di tipo simbolista (Puech 1979).

             Riguardo agli effetti del lancio di pomodori sulle soprano, e in modo particolare sul grido stridulo, l’acuto e altre reazioni isteriche indotte dal fenomeno, esistono molti studi scientifici, quasi tutti concordi sul fatto che «più si tirano pomodori alle cantatrici, più esse urlano». Una dettagliata bibliografia sull’argomento è riportata in Cantatrix sopranica L. e altri scritti scientifici di Georges Perec (Perec 1996, p. 21-26).

             Mammiferi la cui caratteristica più rilevante è il naso straordinariamente sviluppato e differenziato, i Rinogradi, o Nasuti, sono stati scoperti nel 1941 dallo svedese Einar Petterson-Skämtkvist che, scappando dai giapponesi, approda sulla sconosciuta isola di Aidadaifi. Purtroppo, in un tragico incidente nucleare, gli ultimi rinogradi viventi e l’intera comunità dei rinogradologi, riunita nella zona, vengono completamente annientati. Tuttavia, rimane per i posteri, un esauriente resoconto su questi straordinari mammiferi grazie agli scritti del dottor Harald Stümpke, ex curatore del museo dell’Istituto Darwin di Aiaiai, situato nella baia orientale dell’isola di Mairúvili, che ha stilato una nutrita bibliografia sull’argomento (Pandolfi 1992, p. 85-88).

 

 

            Biblioteche immaginarie comprese in repertori appositamente creati

 

            Esistono dei libri che sono stati progettati e nascono specificatamente come repertori bibliografici di opere inventate. Il caso forse più noto e interessante è La letteratura nazista in America (1996) dello scrittore cileno Roberto Bolaño, un falso manuale di letteratura, compilato per descrivere una letteratura che non esiste. Il libro è composto da capitoli dedicati a scrittori tutti regolarmente inesistenti e al termine contiene un apparato bibliografico (208 volumi) che raccoglie nomi di personaggi marginali, intitolazioni di riviste, marchi editoriali e titoli di libri: tutti scrupolosamente inventati. A rendere apertamente inverosimile il libro, edito nel 1996, vi sono biografie di scrittori che sarebbero morti nel 2004 o nel 2016. Tuttavia, al di là del suo connotato parodistico, La letteratura nazista in America ritrae quella realtà pervasa di follia che ha segnato col sangue tante vicende americane del Novecento (Bolaño 1998).

            Nel 2009 esce a Napoli, a firma di un autore chiamato Homo Scrivens (pseudonimo dietro il quale si cela un laboratorio di scrittura), un’Enciclopedia degli scrittori inesistenti, oltre 250 schede (che diventano circa 500 in un aggiornamento del libro uscito nel 2012) riguardanti scrittori, con tanto di data e luogo di nascita e di morte, movimenti, generi, riviste e premi letterari (Homo Scrivens 2009). Nella prefazione Aldo Putignano, uno dei curatori del libro, avverte il lettore (caso mai ve ne fosse bisogno) che sta per sfogliare un’enciclopedia in cui tutto ciò che è scritto è falso: falsi gli scrittori come pure le opere, in omaggio alla nobile causa della Scrittura Inesistente che in un certo qual modo richiama l’auspicio formulato da Giorgio Manganelli di elaborare una Teoria del non-scrivere o di mettere a punto un libro sui Princìpi finali della letteratura inesistente (Manganelli 1994, p. 26-30).

            Ne Il libro dei libri (2011) Luca Giorgi, pubblicitario di professione, ha recensito ottanta libri “introvabili”, definiti «emblematici capolavori ancora sconosciuti», presentandoli con copertina, rassegna stampa, note biografiche e foto dell’autore. I titoli sono volutamente ironici: Sado-maso per timidi; Zozzo, un romanzo grammaticalmente scorretto; Curarsi con il letame; Venti posti nel mondo dove andare a soffrire (Giorgi 2011).

            Copiosi repertori di libri inventati compaiono in diversi numeri monotematici dell’Almanacco del Bibliofilo, rassegna annuale dell’Associazione Internazionale di bibliofilia «Aldus Club», presieduta da Umberto Eco e diretta da Mario Scognamiglio, responsabile quest’ultimo delle Edizioni Rovello di Milano che editano l’Almanacco. Si vedano in particolare i numeri dedicati alle «Bibliocorrispondenze dai nostri inviati speciali nel ventunesimo secolo» (10, 1 gennaio 2000), a «I libri dei prossimi venti anni. Segnalazione di alcune interessanti opere pubblicate dal 2002 al 2021 selezionate e descritte da arguti bibliografi» (12, 1 gennaio 2002) e alle «Bibliofantasie di una estrosa équipe di scanzonati favolatori» (13, 1 gennaio 2003).

            A conclusione di questo paragrafo mette conto citare alcuni libri che raccolgono recensioni a testi completamente inventati, una sorta di sotto-genere del genere letterario delle biblioteche immaginarie. Un classico di questa tipologia di libri è Vuoto assoluto (1974) di Stanisław Lem dove sono esibite quattordici recensioni di libri inesistenti. Ironicamente il libro si apre con un’autorecensione, cioè con una recensione allo stesso Vuoto assoluto in cui Lem precisa che l’idea di recensire libri inesistenti non è da ascriversi a lui, ma è un esperimento rintracciabile in autori del passato («con tutta probabilità neppure Rabelais fu il primo a utilizzarlo») e anche in autori contemporanei come Borges (Lem 1990).

            All’inizio del secolo scorso l’orientalista Virginia de Bosis Vacca (1891-?) si divertì a scrivere delle «recensioni artificiali» a libri inesistenti, fra cui un manuale di eloquenza privata e familiare, una raccolta di leggende cinesi e un romanzo su quattro frati a Fiumetto, ispirato al centenario francescano (Bosis Vacca 2001).

              Al sotto-genere delle recensioni fittizie appartiene anche il mio (scusandomi, come si fa opportunisticamente in questi casi, per l’auto-citazione) Il sosia laterale e altre recensioni, 21 recensioni ad altrettanti libri inesistenti, libro corredato di copertine e di precise indicazioni editoriali (editore, città di stampa, anno di edizione, numero di pagine, prezzo). «Scrivere recensioni», sostenevo nella Premessa, «è un’attività ostica, laboriosa. In parte ciò dipende dal fatto che al recensore serio, quello che assolve il ruolo di "lettore di professione" con distaccato senso critico, cioè senza fini nascosti o venali, stanno più a cuore i libri che non ha letto o ancora da scrivere di quelli realmente esaminati» (Albani 2003).

 

 

            Biblioteche immaginarie allestite da falsari

 

            Il falso risponde a un bisogno intellettuale e pratico: mira a colmare un vuoto, a completare quanto la tradizione avara o l’ingiuria del tempo ci hanno sottratto, scrive Luciano Canfora aggiungendo che le ragioni per cui lo si crea sono innumerevoli, il guadagno è solo una di esse, e forse la meno importante, in realtà il falso è innanzi tutto opera d’arte (Canfora 2011).

            La storia dei falsi cataloghi a stampa di libri immaginari, cataloghi realmente editi e spacciati per veri, in molti casi persino messi in vendita, è ricca di casi affascinanti nonché istruttivi. Qui ci limiteremo a ricordare solo alcune di queste «opere d’arte» in campo librario (per un’analisi più dettagliata del fenomeno dei falsi cataloghi di libri rimandiamo a Albani 2001).

            Nel luglio 1840 i principali bibliografi e bibliofili e le maggiori librerie del Belgio e della Francia ricevettero uno strano libello in 8° di 12 pagine intitolato Catologue d’une très-riche mais peu nombreuse collection de livres provenant de la bibliothèque de feu M.r le Comte J.-N.-A. de Fortsas, dont la vente se fera à Binche, le 10 août 1840, à onze heures du matin en l’étude et par le ministère de M.e Mourlon, Notaire, rue de l’Église n.° 9, tirato in 60 copie nell’operosa cittadina di Mons presso lo stampatore-librario Emmanuel Henri Hoyois, rue de Mimy, al prezzo di 50 centesimi. L'asta, si precisava nel libretto, si farà in contanti, con un aumento del 10% in aggiunta al prezzo d'aggiudicazione; si potrà vedere e collazionare i libri il giorno prima dell'asta, dalle tre alle sei, mentre dopo l'aggiudicazione i libri non saranno resi per nessuna ragione. Presso Hoyois, informava una nota conclusiva, si trova anche, al prezzo di 1 franco, il Catalogo dei quadri, medaglie e oggetti diversi antichi e curiosi, abbandonati dal conte di Fortsas, la cui vendita avrà luogo il 15 settembre 1840. Con l'eccezione di 3 titoli, su 52, tutti gli unica, numerati da 3 a 215, contenuti nel Catologo dei libri del conte di Fortsas sono immaginari, come lo è del resto lo stesso conte di Fortsas, provvisto tuttavia di una credibile e onorevole nota biografica. Si leggeva infatti nel catalogo: «Jean-Népomucène-Auguste Pichauld, conte di Fortsas, nato il 24 ottobre 1770 nel suo castello di Fortsas, vicino a Binche nell'Hainaut, è deceduto, il 1º settembre 1839, nello stesso luogo della sua nascita e nella stanza dove aveva compiuto 69 anni il giorno prima. Insieme ai suoi libri, aveva visto (o piuttosto non aveva visto) passare trenta anni di rivoluzioni e di guerre senza muoversi un istante dalla sua occupazione preferita, senza uscire in qualche modo dal suo santuario. È per lui che avremmo dovuto creare il motto: Vitam impendere libris». «Il conte di Fortsas», precisava ancora l’anonimo curatore del catalogo, «non accettava sui suoi ripiani che opere sconosciute a tutti i bibliografi e cataloghisti. Era la sua regola invariabile, regola dalla quale non si è mai allontanato». L’autore di questa beffa esilarante fu Renier-Hubert-Ghislain Chalon (1802-1889), maggiore dell’esercito in pensione, presidente della «Società dei Bibliofili belgi» e autore di saggi sulla numismatica. Al di fuori di pochi eruditi, tutti i destinatari del Catologo dei libri del conte di Fortsas presero seriamente l'affare, e Chalon fu il primo a stupirsene.

    Nel 1910 Edmond Cuénoud, amministratore d’immobili a Montparnasse e bibliofilo fornito di humour, fa stampare un CATALOGUE DES LIVRES DE LA BIBLIOTHÈQUE DE M. ED. C., qui seront vendus le 1er avril prochain à la Salle des Bons-Enfants, illustrato da Carlègle, pseudonimo di Charles Émile Egli (1877-1937). Ogni titolo è accompagnato dalle «indicazioni strettamente necessarie», del tipo: Abelardo, scompleto, tagliato (riferimento al fatto che Pietro Abelardo fu evirato per aver sposato in segreto l’allieva Eloisa); F. Cooper, L’ultimo dei Mohicani, pelle rossa; A. Dumas figlio, L’Ami des femmes, completamente esaurito; Witowski, I seni, due affascinanti volumi. I titoli del catalogo di Cuénoud sono citati nel racconto Le flaneur des deux rives (1918) di Guillaume Apollinaire.

    Il bibliofilo e collezionista Herman Warwell Liebert (1911-1994), autore di numerosi lavori sullo scrittore inglese Samuel Johnson (1709-1784) e Primo Bibliotecario alla «Beinecke Rare Book and Manuscript Library» di New Haven (Connecticut, Usa), pubblicò nel febbraio 1955 nella stessa città statunitense un Catalogue. No. 1, per i tipi della St. Ronan Bookshoppe. Si tratta di 8 pagine spillate in cui sono messe in vendita rarità librarie, ovviamente false.

Forse uno dei più grandi falsari di testi (antichi) è stato Costantino Simonidis (1820 o 1824-1890?), un avventuriero greco che studiò a Costantinopoli presso la Scuola patriarcale e conseguì il titolo di dottore in filosofia presso l’Università di Mosca dopo un lungo periodo trascorso in Russia. Riuscì a vendere i suoi falsi a grandi istituzioni come l’Accademia delle scienze berlinese e la British Library. Per la sua attività di falsario venne arrestato a Lipsia il 1 febbraio 1856. Clamorosi falsi fabbricati da Simonidis sono una Geografia di Cefalonia, un'opera geografica di Androstene, una Storia egizia di Uranio, di cui si erano perse le tracce, un fantomatico antico esemplare del Vangelo di Matteo e addirittura un frammento di Eschilo. Ancora opera di Simonidis, secondo Luciano Canfora, sarebbe il Papiro di Artemidoro, un frammento del secondo libro della Geografia del geografo di Efeso, venduto alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per 2 milioni e 750 mila euro.

Simonidis fu un grande costruttore di liste di opere inesistenti attribuite ad autori noti od inventati, liste riguardanti in prevalenza opere geografiche e storiche, anche se il falsario greco non esitò ad avventurarsi nel campo dei manoscritti figurati e della trattatistica sulla figura (s’inventò un certo Panselinos, maestro di pittura di Dionigi di Furna, ideandone anche un ritratto). Una delle tecniche più diffuse messa in atto da Simonidis era di presentare il testo scoperto, pergamena o papiro, non come l’opera di un determinato autore, da Eforo a Duride, da Eratostene a Posidonio, ma come la sua epitome (compendio di un’opera di notevole vastità). È difficile trovare nella storia moderna degli studi greci, afferma Canfora, qualcuno che con maggiore abilità abbia dominato e messo a frutto, per fini scherzosamente definibili come creativi, una così approfondita conoscenza della erudizione antica (Simonidis 2012, p. 49).

 

 

            Biblioteche immaginarie formate da libri mai scritti

 

In ultimo un cenno merita quel genere atipico di biblioteche immaginarie, che forse più correttamente si dovrebbero chiamare «potenziali», formate da libri mai scritti che pur sempre appartengono al mondo libresco dell’inesistente (me ne sono occupato in Albani 2009).
        Per rendere conto di quanto sia sviluppato questo genere di letteratura dedicata ai libri non-scritti basterà citare alcuni recenti titoli: Perché non ho scritto nessuno dei miei libri (1986) di Marcel Bénabou in cui l’autore, segretario permanentemente provvisorio e provvisoriamente permanente dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), spiega il perché non ha scritto una serie di libri, enumerando in maniera meticolosa tutti gli ostacoli (logici, psicologici, epistemologici) frapposti tra lui e l’Opera (Bénabou 1991); I libri che non ho scritto (2008) di George Steiner: un libro mai scritto, spiega Steiner, è più di un vuoto, accompagna l'opera che si è compiuta come un'ombra fattiva, insieme ironica e dolente, è una delle vite che non abbiamo potuto vivere, uno dei viaggi che non abbiamo intrapreso; sono sette i libri che Steiner dice di non aver scritto: per discrezione o perché l'argomento era per lui troppo doloroso o infine perché la sfida personale o intellettuale del progetto era troppo ardua (Steiner 2008); I miei flop preferiti e altre idee a disposizione delle generazioni future (2011) di Hans Magnus Enzensberger dov’è presentato un certo numero incompleto di progetti falliti (riviste concepite e mai pubblicate; promettenti iniziative editoriali abbandonate per l’intervento degli avvocati; opere liriche; drammi e commedie; sceneggiature cinematografiche; libri per ragazzi; ecc.) ai quali Enzensberger ha lavorato più o meno intensamente. Gli insuccessi, dice Enzensberger, favoriscono in vari modi la presa di coscienza, consentono di farsi un’idea delle clausole produttive e svolgono un effetto terapeutico: possono, se non guarire, almeno mitigare malattie professionali degli autori quali perdita di controllo o mania di grandezza (Enzensberger 2012).

 

 

Brevi conclusioni

 

Al termine di questo tentativo di classificare le biblioteche che non esistono, per evidenziarne in sintesi l’essenza problematica, ci affidiamo di nuovo a Perec, autore da cui siamo partiti, facendo nostra questa sua riflessione: «Come i borgesiani bibliotecari di Babele alla ricerca del libro che darà loro la chiave di tutti gli altri, anche noi oscilliamo fra l’illusione della compiutezza e la vertigine dell’inafferrabile. In nome della compiutezza, vogliamo credere che esista un unico ordine che ci permetterebbe di accedere di colpo al sapere; in nome dell’inafferrabile, vogliamo pensare che l’ordine e il disordine siano due termini che si equivalgono nel designare il caso» (Perec 1989, p. 36).


Bibliografia

 

Paolo Albani, I cataloghi a stampa di libri immaginari, «L’oggetto libro», Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2001, p. 200-215.

Paolo Albani, Il sosia laterale e altre recensioni. Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2003.

Paolo Albani, Un curioso genere letterario, in: Giuseppe Fumagalli e Leo S. Olschki, Biblioteche immaginarie e roghi di libri. Campobasso, Palladino Editore, 2007, p. 7-31.

Paolo Albani, Su alcuni libri progettati e mai scritti, «Culture del testo e del documento», 30, settembre-dicembre 2009, p. 5-10.

Paolo Albani e Paolo della Bella , Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili. Bologna, Zanichelli, 2003.

Marcel Bénabou, Perché non ho scritto nessuno dei miei libri. Roma, Theoria 1991.

Walter Benjamin, Lettere 1913-1940. Torino, Einaudi, 1978.

Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America. Palermo, Sellerio, 1998.

Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in: Finzioni. Torino, Einaudi, 1995, p. 69-78.

Virginia de Bosis Vacca, Recensioni artificiali. Roma, Edizioni Printandread.com, 2001.

Richard Brautigan, L’aborto. Una storia romantica. Milano, Rizzoli, 1976.

Luciano Canfora, La meravigliosa storia del falso Artemidoro. Palermo, Sellerio editore, 2011.

Ermanno Cavazzoni, Biblioteche infiammabili, in: La biblioteca e l’immaginario. Percorsi e contesti di biblioteconomia letteraria, a cura di Rossana Morriello e Michele Santoro. Milano, Editrice Bibliografica, 2004, p. 256-261.

Hans Magnus Enzensberger, I miei flop preferiti e altre idee a disposizione delle generazioni future. Torino, Einaudi, 2012.

Luca Giorgi, Il libro dei libri. Fidenza (Parma), Mattioli 1885, 2011.

Homo Scrivens, Enciclopedia degli scrittori inesistenti, a cura di Giancarlo Marino e Aldo Putignano. Napoli, Boopen LED, 2009.

Paul Lacroix , Catalogue de la Bibliothèque de Saint-Victor au sezième siècle rédigé par François Rabelais. Paris, J. Techener, 1862.

Stanisław Lem, Vuoto assoluto. Roma, Editori Riuniti, 1990.

Giorgio Manganelli, La riga bianca, in: Il rumore sottile della prosa. Milano, Adelphi, 1994.

Harry Mathews, Mutazioni. Milano, Rizzoli, 1964.

Multatuli, Max Havelaar. Torino, Utet, 1982.

Roberto Palazzi, Il labirinto dei libri falsi, inesistenti e immaginari. Alcune storie e qualche esempio, in: Collezionismo, restauro e antiquariato libraio, a cura di Maria Cristina Misiti. Milano, Sylvestre Bonnard, 2002, p. 331-358.

Massimo Pandolfi, a cura di, I Rinogradi di Harald Stümpke e la zoologia fantastica. Padova, Franco Muzzio Editore, 1992.

Georges Perec, Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, in: Pensare/Classificare. Milano, Rizzoli, 1989, p. 27-37.

Georges Perec, Cantatrix sopranica L. e altri scritti scientifici. Torino, Bollati Boringhieri, 1996.

Jean-Benoît Puech, La bibliothèque d’un amateur. Paris, Gallimard, 1979.

Marcel Schwob, Mœurs des Diurnales. Traité de journalisme. Paris, Éditions des Cendres, 1985.

Costantino Simonidis, Opere greche I, a cura di Luciano Canfora, Maria Rosaria Acquafredda, Marco Caratozzolo, Valentina Cuomo. Bari, Edizioni di Pagina, 2012.

George Steiner, I libri che non ho scritto. Milano, Garzanti 2008.


Fonte: Maurizio Vivarelli, a cura di, Lo spazio della biblioteca, Editrice Bibliografica, Milano, 2013, pp. 455-467.


Sul tema delle biblioteche immaginarie si veda la pagina del mio sito dedicata a questo tema, cliccando qui.


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