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LA TERRAZZA SUL MARE

«Jaime Duarte Vascon» diceva il giornale
«giovane
scienziato di sette anni figlio di un generale ha
scoperto che il mondo è caduto in un bicchiere.»
Antonio Delfini
Ero seduto al mio solito tavolo, il numero quattro, sulla terrazza a
vetri con vista sul mare della pensione Eden ed aspettavo che mi
venisse servita quella che Giacomo, il cameriere, chiamava scherzosamente
una «briosciante e cappuccinosa colazione».
Come ogni mattina, mi accingevo a sfogliare i giornali, operazione
che assaporo sempre con un gusto nuovo ed un'avidità sensuale, anche
quando non sono in vacanza.
Per me la lettura mattutina dei giornali è un rito che invoglia
al rilassamento, fatto di pause ben misurate, di brevi ammiccamenti ai
sottotitoli, di distrazioni fotografiche, di sguardi alla ricerca delle
novità più stuzzicanti, ecc.; insomma una specie di cerimoniale
religioso che nessun altro avvenimento deve interrompere.
Spesso, dal tipo di notizie che i giornali riportano, traggo gli auspici
per il resto della giornata. La caduta di un governo ad esempio mi mette
di buon umore, mentre la brutta recensione di un libro mi predispone all'intolleranza,
e così via.
Fuori c'era una calma assoluta (lo si capiva dall'immobilità
con cui la bandierina rossoblù penzolava dal palo del bagno Eden),
diffusa nell'aria insieme ad un piacevole odore di salmastro.
Ogni tanto mi voltavo a guardare la spiaggia sottostante, ancora deserta,
attraversata dai solchi paralleli lasciati dal rastrello del bagnino. Con
una frazione di secondo di ritardo mi arrivava il mesto sciabordio delle
onde che a macchie irregolari si distendevano spumeggianti lungo la costa.
Finita la colazione, mi feci portare una bottiglietta d'acqua minerale
che, oltre a togliermi dalla bocca il sapore amarognolo del caffè,
mi serviva a mandar giù una pasticca che prendevo ormai da qualche
mese, causa il mio fegato mal ridotto.
Nell'attimo stesso in cui portai il bicchiere alle labbra, mi accorsi
di qualcosa, un'ombra, una macchia indistinta, sulla mia destra, che si
muoveva in maniera frenetica. Per sincerarmi meglio di ciò che stava
accadendo, lanciai un'occhiata in direzione di quel parapiglia.
Nella trasparenza cristallina dell'acqua, vidi un uomo che annaspava
agitando disperatamente le braccia. Le sbatteva con forza dall'alto in
basso come fossero state le pale di un mulino, creando attorno a sé
un piccolo anello di riccioli schiumosi.
Era in netta difficoltà. Faticava a restare a galla, impacciato
dalla pesantezza dei vestiti che aveva ancora indosso. Lottava disperatamente,
incapace però di coordinare i movimenti, come se qualcosa di molto
greve, attaccato ai piedi, minacciasse di trascinarlo sotto. Per quattro
o cinque volte lo vidi andare giù e poi riaffiorare in superficie.
S'immergeva completamente e dopo un secondo rispuntava fuori, mezzo morto,
con un guizzo da foca impaurita ed il respiro soffocato dall'acqua che
gli stava riempiendo i polmoni.
Alla fine, stremato, scomparve sotto un vortice di bollicine gassose
senza riapparire più. In quel punto la massa d'acqua che se l'era
inghiottito riprese l'abituale conformazione del mattino; ritornò
cioè calma e liscia.
Tutto si era svolto in un tempo brevissimo e con tale rapidità
che pensai di essere stato vittima di un'illusione ottica. Avevo la luce
del sole in faccia; quindi, quello che in un primo momento m'era sembrato
un uomo, forse con uguale fondatezza, avrebbe potuto essere un relitto
di legno, coperto di alghe sbattute dalla corrente oppure la pinna di un
grosso pesce a caccia di cibo sul pelo dell'acqua.
Mi ricordai tuttavia di aver visto in controluce, lì dov'era
accaduta la disgrazia, la silhouette di una camicia a maniche corte, poi
il lembo di una cravatta color rosso fiammante, e ciò bastava a
confermarmi la prima ipotesi perché in genere né un legno
alla deriva né un pesce affamato viaggiano in acqua combinati a
quel modo.
Posai il bicchiere sul tavolo e mi voltai allibito. La terrazza della
pensione era vuota. Nessun altro cliente aveva assistito alla scena. Ero
l'unico testimone.
Se almeno fosse stato presente Giacomo, avrei potuto chiedere a lui
una conferma del dramma avvenuto sotto i miei occhi. Ma nemmeno a farlo
apposta Giacomo era sparito in cucina.
Non c'era un attimo da perdere. Dovevo dare subito l'allarme in modo
che fosse possibile, se non salvare, almeno recuperare il corpo di quel
poveretto, prima che la corrente lo trascinasse lontano.
Forse nessuno avrebbe creduto alla mia storia, ma c'era la vita di
un uomo in gioco; quindi era meglio eccedere in scrupolosità, rischiare
una brutta figura, magari l'accusa di essere un visionario, che lasciarsi
paralizzare dai dubbi. Potevo essermi sbagliato, ma ritenevo comunque mio
dovere avvertire la signora Matilde, proprietaria della pensione, affinché
informasse le autorità del posto (la capitaneria di porto, i carabinieri,
i sommozzatori dei vigili del fuoco, non so) per organizzare tempestivamente
le ricerche.
Stavo per alzarmi e correre dalla signora Matilde quando Giacomo rientrò
in terrazza, per sparecchiare il mio tavolo. Non appena mi fu accanto intuì
che il mio umore era cambiato e ne rimase sorpreso.
Con l'aria mortificata, mi chiese:
- Qualcosa non va? - forse sospettando che avessi delle rimostranze
da fare sulla qualità del servizio o magari sulla «cappuccinosità
e briosciantezza» della colazione.
- Una cosa orribile, Giacomo! - gli risposi tradendo una certa
emozione.
Poi mi bloccai. Ero ancora sotto shock. Non sapevo come iniziare. Faticavo
a scegliere le parole, a costruire una frase che stesse in piedi e mi permettesse
di fornire una spiegazione plausibile dell'accaduto, o almeno tale da non
indurre Giacomo a considerarmi un pazzo o il solito visionario in cerca
di protagonismo.
Alla fine, mi feci coraggio e gli confessai tutto senz'alcuna inibizione.
- Giacomo, ho visto un uomo che stava annegando!
Giacomo si voltò di scatto verso la striscia di mare sottostante
la terrazza della pensione, immaginando (in realtà sono io che immagino
che lui s'immaginasse) di scoprirvi la sagoma di un corpo alla deriva.
- Ma dove guardate? - lo ripresi subito, alzando un po' la voce e scuotendolo
per un braccio.
- Laggiù - disse lui visibilmente contrariato dall'aggressività
del mio gesto. Poi, per dare più forza alla sua risposta e non essere
frainteso, indicò decisamente il mare, come se quella fosse stata
l'unica direzione logica o quanto meno la più probabile.
Di fronte alla scelta perentoria di Giacomo mi sentii completamente
disarmato. La sua sicurezza era uno schiaffo al buon senso. Come interpretarla:
incoscienza, provocazione, arroganza? In ogni caso non mi lasciava alcuna
possibilità di risposta.
La delusione fu così grande che d'improvviso mi passò
la voglia di dirgli come stavano realmente le cose. Peggio per lui, ma
soprattutto per quell'infelice che avevo visto annegare.
«Meglio non insistere» pensai alla fine rassegnato.
La verità è che il mare non c'entrava per niente.
L'uomo era scomparso dentro il bicchiere d'acqua che un minuto prima
avevo cercato di bere, svanito fra il gorgoglìo frizzante delle
bollicine che si erano bruscamente alzate in quello specchio di cristallo
colmo di effervescenza.
Lotta Poetica, 2, novembre 1987, pp. 124-126.
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