Paolo Albani
PANRGE WALMAP 
QUOST GRUFZ BAC
TRADURRE  DALLE LINGUE INVENTATE

 
Rivisitando (per gioco) una classica distinzione di Roman Jakobson, supponiamo l’esistenza di traduzioni di tipo endolinguistico, interlinguistico e intersemiotico anche nel campo delle traduzioni immaginarie, cioè quelle effettuate partendo da lingue inventate. 
Al primo caso (la riformulazione), che consiste nell’interpretare dei segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua, potremmo iscrivere il racconto Un tavolo è un tavolo (1969) di Peter Bichsel, dove un vecchietto inventa un proprio linguaggio semplicemente cambiando di significato alle parole; comincia cioè a chiamare il letto «quadro», la sedia «sveglia», il tavolo «tappeto», e via dicendo, così che: «La mattina il vecchio uomo rimaneva a lungo a quadro, alle nove suonava l'album delle fotografie, l'uomo si alzava e si metteva sull'armadio perché non gli gelassero i piedi, ecc. ecc.» Alla fine, dimenticati i termini giusti, l'uomo non riesce più a capire la gente e si condanna al silenzio.
Per quanto riguarda il secondo caso (la traduzione propriamente detta), cioè l’interpretazione di segni linguistici per mezzo di un’altra lingua, si noterà come la traduzione immaginaria abbia varie modalità di realizzazione. Per disambiguare queste lingue che si presentano «confuse», «inarticolate», portatrici sul piano semantico di «nebulose di contenuto», con morfologia e lessico nuovi, pur rimanendo spesso invariato il patrimonio fonetico del linguaggio naturale del loro inventore, il lettore si avvale di procedure diverse. In primo luogo si appella alle spiegazioni (quando esistono) o ad alcuni accorgimenti messi in opera dall'«onomaturgo linguistico» che può: 
 a) fornire lui stesso gli elementi base della struttura lessico-grammaticale della lingua fittizia, come accade, ad esempio, per la Lingua Australe descritta minuziosamente da Gabriel de Foigny nel romanzo La terre Australe Connue (1676); 
 b) esibire direttamente una «traduzione immaginaria», senza offrire tuttavia alcuna delucidazione in merito, come nel caso del Lanternese, gergo che Panurge, nel capitolo XLVII del libro terzo del Gargantua e Pantagruele (1532-1564) di François Rabelais, traduce a Pantagruele. La poesia in lanternese: Briszmarg d'algotbric nubstzne zos, / Isquebfz prusq: alborz crinqs zacbac. / Misbe dilbarlkz morp nipp stancz bos. / Strombtz, Panrge walmap quost grufz bac, tradotta in lingua vol-gare, recita così: «Ogni sventura, essendo innamorato, / M'accompagna, e mai non ebbi bene; / O quanto meglio l'essersi sposato: / Come Panurge, che ora lo sa bene»;
 c) suggerire al lettore un’ipotetica direzione di senso sulla base del contesto narrativo in cui appare il frammento di «lingua immaginaria» (una frase incomprensibile acquista sapori e connotati diversi - esoterici o guerreschi - a seconda che sia pronunciata da una strega mentre prepara un filtro magico oppure da una tribù di scimmie primitive durante una battuta di caccia); 
 d) disseminare il testo di «parole chiave» fungenti da «marcatori di topic» per mettere in grado il lettore di avanzare alcune ipotesi interpretative.
Il «gioco dell'interpretazione», riferito alle lingue inventate in campo letterario, sollecita il continuo processo dinamico della fantasia del lettore, preso nella rete associativa di parole bizzarre, alla scoperta di sensi sempre nuovi e diversi. L'«inafferrabilità semantica» di molti testi di lingue immaginarie, fondata sull'artificio di dire e non dire, di mostrare e nascondere allo stesso tempo, ha lo scopo di stimolare la curiosità e l'interesse del lettore, di provocare l'attività esplorativa della sua mente, con parole «a senso poco determinato» aventi una singolare efficacia dovuta sia alla loro capacità di evocare «fantasiose associazioni» (fonosimboliche, si pensi alla zaum’, lingua trasmentale o dell’inconscio dei futuristi russi) sia alla loro bellezza estetica, alla loro forma audio-visiva. 
 Infine l’ultimo caso (la trasmutazione), relativo all’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici, ci rimanda all’uso di codici non verbali, come quello mimico-gestuale, decisivo per riempire di senso il finto inglese e lo pseudofrancese, varianti di quel vulcanico pastiche linguistico che è il «grammelot» di Dario Fo, o la «traduzione corporale» del Canto notturno del pesce (1905) di Christian Morgenstern, poesia i cui versi sono costituiti dai simboli delle sillabe brevi e lunghe, eseguita con straordinaria efficacia espressiva e fedeltà stilistica dal ginno-fono-poeta Arrigo Lora Totino in un suo spettacolo teatrale.
 Di recente alcune fànfole di Fosco Maraini sono state tradotte in un francese metasemantico. «Il lonfo non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta / ma quando soffia il bego a bisce bisce / sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta» si è trasformato in «Le lonfe ne vaterque ni glouit / et c’est très rare aussi qu’il barigatte / mais quand souffle le beg à bisse bisse / sdilenche un peu et glage s’arquepatte». Un esercizio di traduzione letterale da una lingua tutta musica e colori.

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Per i testi da tradurre, la mia proposta è:

André Blavier, Les fous littéraires, Paris, Éditions des Cendres, 2000 [ristampa, corretta e considerevolmente ampliata, della prima versione del 1982].
Alfred Liede, Dichtung als Spiel. Studien zur Unsinnpoesie an den Grenzen der Sprache, 2 voll., Berlin, Walter de Gruyter & Co., 1963 [testo fondamentale per i cultori della «parola giocata»].
Jérôme Peignot, Le Petit Peignot. Dictionnaire de mots-images, Paris, Éditions des Cendres, 1996 [delizioso dizionarietto «typoétique», cioè di «poesie da vedere»].



Testo tratto dal Dossier n. 7, intitolato L'artefice aggiunto. Trenta scritti sulla traduzione, a cura di Dario Voltolini, apparso su "L'Indice dei libri del mese", 5, maggio 2001, p. XII.
Il testo, leggermente modificato, è stato pubblicato nel Quaderno edito da Babel festival di letteratura e traduzione, edizione 2019, svoltasi a Bellinzona (Svizzera), intitolata Non parlerai la mia lingua, dedicata alle lingue inventate, per leggere questa nuova versione cliccate qui.

Questo testo è citato in Veronica Passudetti, Lingue e grammatiche fantastiche nella letteratura italiana del Novecento, tesi di laurea Corso di Laurea magistrale (ordinamento ex D.M. 270/2004) in Filologia e letteratura italiana, Università Ca’ Foscari di Venezia, Anno Accademico 2014 / 2015.



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