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«NON CE LA FACCIO PIÙ» Tutte le mattine di ogni giorno che Dio comanda in terra, Riccardo, mio fratello maggiore (ora non c’è più), si alzava dal letto, andava in cucina, faceva colazione e dopo, a passetti brevi e strascicati, barcollando un po’ (da un anno non stava bene in salute), si metteva in poltrona nel salotto. Una volta in poltrona, lasciava passare qualche minuto di silenzio, poi, guardando verso la porta-finestra dietro la quale si apre un terrazzino affacciato su un ampio cortile (volgendo lo sguardo a destra si vede la collina di Fiesole), diceva: «Non ce la faccio, non ce la faccio più». Era il suo modo di salutare il giorno, d’iniziare una nuova giornata. Questo accadeva ogni mattina. Era un rito che si ripeteva ogni volta che mio fratello maggiore scendeva dal letto e iniziava la giornata. Quando facevo colazione con lui (di solito il giovedì), dopo che lui si era sprofondato sulla poltrona del salotto, io pensavo: “Ecco, ora lo dice, scommetto che lo dice”, e lui, come se mi avesse sentito o letto nel pensiero, non si smentiva, e trac! pronunciava la frase mattutina: «Non ce la faccio, non ce la faccio più». A me veniva da sorridere, lui se n’accorgeva e mi chiedeva: «Perché ridi?». «Nulla» rispondevo io. Era quel «più», drastico, definitivo, senza possibilità di ritorno, che mi mandava in tilt, che mi lasciava sconcertato. Una volta misi sullo scaffale della sua libreria, appoggiato a una fila di libri, un foglio bianco rettangolare su cui avevo scritto con il computer, in stampatello: NON CE LA FACCIO PIÙ / MA FORSE CE LA POSSO ANCHE FARE. In fondo che male c’è. Uno inizia la giornata come meglio crede, e poi non tutte le giornate sono uguali (come non tutte le famiglie infelici lo sono allo stesso modo). Alcune giornate sono grigie, si schiudono all’insegna del grigiore più triste, altre si annunciano meno grigie (qual è il contrario di «grigio» per definire il colore di una giornata?). Poco si è scritto sulle frasi con cui uno inizia la giornata. Molto invece si è scritto sulle ultime parole pronunciate in punto di morte. C’è una letteratura vastissima.(1) Sappiamo ad esempio che Voltaire, quando il prete gli chiede di rinunciare a Satana, risponde: «Buon padre, non è proprio il momento di farsi dei nemici». Oppure che Luigi XIV, ai presenti raccolti intorno al suo regale talamo, afferma meravigliato: «Perché piangete? Pensavate forse che fossi immortale?». Marie Antoinette, arciduchessa d’Austria, ultima regina consorte di Francia, scusandosi dopo aver calpestato il boia: «Signore, vi chiedo perdono. Non l’ho fatto apposta». Victor Hugo: «Qui c’è la luce oscura». Charles Baudelaire, colpito da ictus e afasia, ridotto al silenzio da mesi, negli ultimi istanti di vita, esclama: «Guarda! Bello, Dio». Alfred Jarry, padre della Patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie, prima di spirare, chiede uno stecchino da denti. Oscar Wilde: «O se ne va questa carta da parati, o me ne vado io», frase pronunciata sul letto di morte, in una stanza d’albergo a Parigi con una carta da parati che lo scrittore irlandese detesta. ![]() Questo per quanto riguarda la fine della vita. E l’inizio? E non penso all’inizio della vita, in senso stretto, ché le prime parole che escono dalla nostra bocca (da zero a 2 anni) sono in realtà dei borbottii, vocalizzi, suoni gutturali e vocali lunghe: «aaa», «ooo», «eh», semplici combinazioni consonante-vocale: «ba», «ma», «pa», «da». Quando dico «inizio» mi riferisco all’inizio del giorno, al risveglio, all’attimo in cui uno apre gli occhi, si stira come un gatto, sollevando le braccia e allungando le gambe sotto le coperte, e scende dal letto. Qual è la prima parola o frase che uno dice? Mio fratello maggiore, Riccardo, – l’ho detto – cominciava la giornata con la stoica sentenza: «Non ce la faccio, non ce la faccio più». Esclusi quelli che al mattino non carburano e stanno muti, abbottonati, rincoglioniti fino a metà giornata e oltre, come succede al Signor Rossi, un Signor X qualunque, che, appena in piedi, non spiccica parola, neanche un mugolio: la moglie gli passa accanto, e lui nulla, zitto, si stropiccia gli occhi; incontra nel corridoio i figli che si preparano per andare a scuola, fanno casino, si tirano le ciabatte dietro o una matita, e lui ancora nulla, muto, la faccia imbronciata, tutte le mattine, sempre, anche quando è a tavola che prende il caffè insieme alla famiglia. Non si scompone, tace. L’espressione inespressiva, assente. A parte il caso estremo del Signor Rossi (ne ho conosciuti tanti di Signor Rossi e di Signore Rossi, gente da prendere a schiaffi, da scuotere violentemente: «Su, di’ qualcosa!»), a parte la schiera-zombie dei Rossi ammutoliti di prima mattina, gli altri come si comportano? Esistono dei cliché? Ho fatto una piccola indagine, una ricerca prêt-à-porter da sociologo improvvisato, fra amici e conoscenti e ho individuato, così in modo approssimato, alcune tipologie di persone-al-risveglio. Dalla mia indagine, per quello che vale, risulta a grandi linee che ci sono in primo luogo gli imprecatori, quelli che si alzano, tirano su le tapparelle della finestra e cominciano a imprecare, piova o ci sia il sole, non fa differenza; loro, a prescindere da tutto, appena si accendono, inveiscono: «Porca troia, un’altra giornata!» (le varianti di «Porca troia», sono «Cazzo», «Dio mio», «Accidenti», «Che palle», «Uffa», «Miseria infame», «Cavolo», ecc.). A volte, li senti che si abbandonano, ancora in pigiama, narcotizzati dal sonno, a un patetico: «Che rottura. Rieccoci sul posto di combattimento!». Poi ci sono gli ottimisti che si dispongono a affrontare la giornata con lo stesso spirito racchiuso nell’aforisma di Oscar Wilde: «Sii sempre un po’ improbabile», odiosi quanto, se non più degli imprecatori. Si svegliano con un sorrisino antipatico sulle labbra e non c’è verso di farglielo sparire, nemmeno con la fiamma ossidrica. Sorridono sempre. Disarmanti. Altra categoria inventariata, personaggi inqualificabili (e non solo al risveglio), sono i menefreghisti che ragionano, vittime del loro nichilismo da due soldi, più o meno così: «Coraggio. Tanto prima o poi mi devo alzare». «Destino ingrato, un’altra levataccia!». Infine ci sono quelli come me – li chiamo i rinunciatari – che appena si alzano da letto, con grande fatica, già stanchi prima di stancarsi, pensano tutte le mattine, ma proprio tutte, ovunque siano, da soli o in compagnia: «Come me ne resterei volentieri sotto le coperte, al calduccio». (1) Mi limito a segnalare: Ray Robinson, Famous Last Words, Fond Farewells, Deathbed Diatribes, and Exclamations Upon Expiration, Workman Publishing, New York 2003; Violaine Vanoyeke & Philippe Engerer, Leurs derniers mots… Avant leur dernier souffle, Grancher, Paris 2008. febbraio 2025
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