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Paolo Albani
DATE LA CACCIA
AI MANGIATORI
DI PANE INTEGRALE




C’è stato un periodo, forse qualcuno se lo ricorderà, in cui chi mangiava il pane integrale, ottenuto con qualunque tipo di lavorazione: pane integrale a lievito di birra; a lunga fermentazione; a lievitazione naturale (lievito madre); macinato a pietra, ecc., veniva guardato male, con sospetto, e la gente lo additava per strada come fosse un appestato.
    Si era scatenata una vera e propria caccia al mangiatore di pane integrale perché quelli che mangiano il pane integrale, diceva la gente, in questo imbeccata e persuasa dalle autorità costituite, dai social media e dagli influencer, sono dei guastafeste che, dietro il paravento di un finto salutismo, in realtà si fanno in quattro per rovinare il buongusto in tavola, ammazzando con la loro scelta integralista le belle tradizioni culinarie del nostro paese.




    L’indignazione popolare contro il pane integrale crebbe a dismisura. A Napoli, in zona Mergellina, un pizzaiolo fu sottratto per miracolo dai carabinieri al linciaggio di una folla inferocita che gli distrusse il locale perché aveva profanato il mito della pizza facendone alcune con farina integrale. Disgustoso! «L’ho fatto perché sono diabetico, le fibre aiutano il metabolismo degli zuccheri» si difese il pizzaiolo piagnucolando davanti al giudice.
    In quel periodo i NAPI (Nuclei Anti-mangiatori Pane Integrale), corpo speciale di polizia dipendente dal Ministero per la Salute Pubblica, facevano controlli a tappeto, anche nelle abitazioni private, muniti di regolari mandati di perquisizione rilasciati dalla magistratura che su questo punto, il consumo abusivo di pane integrale, era diventata intransigente e non guardava in faccia a nessuno. Tanto che una volta venne arrestato perfino un sottosegretario che dai banchi del Parlamento, nei comizi e in televisione era fra i più scalmanati a stigmatizzare il comportamento indecoroso dei mangiatori di pane integrale, ma intanto lui, insieme alla sua famiglia, di nascosto, due o tre volte alla settimana faceva uso di quel ripugnante tipo di pane: Alberto Grattacaso – questo era il nome del sottosegretario – venne pizzicato in flagranza di reato grazie alla soffiata di un suo compagno di partito.
    Anche la Chiesa fece sentire la sua voce sulla delicata questione del pane integrale. Il vescovo di Udine durante un’omelia della domenica disse che se uno mangiava il pane integrale commetteva peccato mortale e doveva pentirsi da buon cristiano, non esitare un attimo, e cambiare subito regime alimentare se non voleva andare dritto all’inferno.
    Il Parlamento decretò l’aggiunta di un nuovo articolo del codice civile che proibiva gli assembramenti in strada e in tutti i luoghi pubblici e le riunioni clandestine aventi per oggetto il pane integrale, pena l’interdizione a vita dai pubblici uffici e finanche il carcere dai 2 ai 4 anni.
    Con grande tempismo Romito Lanfranchi, una delle firme più autorevoli del giornalismo italiano, si fece promotore di un’accesa campagna di stampa per cambiare il nome all’Accademia della Crusca (il pane integrale “vero” contiene crusca perché la farina integrale per definizione è macinata dal chicco intero) con l’intento di riportarlo, quel nome, per ragioni etico-scientifiche a un livello di decoro conforme alla svolta anti-integralista del momento: propose perciò che l’Accademia della Crusca, con una cerimonia ufficiale aperta da un discorso del Capo dello Stato, fosse rinominata Accademia delle Purissime Lettere.
    L’ultimo accorgimento delle autorità, predisposto nella fattispecie dal Ministero degli Interni, fu di far sparire dai libri di storia qualsiasi riferimento al pane integrale così che, alla fine, venne oscurato, fra gli altri, il fatto deleterio che Giuseppe Garibaldi fosse stato un grande consumatore di pane integrale e ne avesse fatto uso persino durante la sua memorabile spedizione dei Mille.
    D’intesa con l’Associazione Nazionale degli Editori vennero mandati al macero tutti i romanzi (compresi quelli di Prisco, Moravia, Bevilacqua e Baricco) in cui c’erano personaggi che dichiaravano esplicitamente, o comunque lasciavano intendere fra le righe, la loro malsana simpatia per il pane integrale.
    Il vocabolario Zingarelli, ristampato in fretta e furia, riportava come seconda accezione della voce «integrale», da integro, questa spiegazione:
    «Detto di farina di frumento o di altri cereali che si presenta particolarmente povera, insulsa e disdicevole proprio perché non (o solo parzialmente) abburattata, scomparsa di circolazione in quanto proibita per legge».


«Domenica - Il Sole 24 Ore», N. 355,
  28 dicembre 2025, p. XII.


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