LA «CONTRAINTE»
E I PAZZI LETTERARI
Nell’ambito dell’esperienza oulipiana la «contrainte»
è considerata (vissuta come) uno strumento creativo, una «source
de liberté» che amplifica le possibilità di arrivare
a soluzioni originali, bizzarre, inattese, imprevedibili: l’essere «costretti»
a seguire certe regole induce uno sforzo di fantasia, stimola l’invenzione
di percorsi labirintici, di circumnavigazioni acrobatiche del linguaggio.
La «contrainte» non restringe l’orizzonte delle strategie narrative
dello scrittore, al contrario ne allarga le «potenzialità
visionarie», come ha scritto Italo Calvino, risvegliando «in
noi i demoni poetici più inaspettati e più segreti».
La visionarietà cui allude Calvino a proposito della scrittura
«à contrainte» è una caratteristica che, nel
bene e nel male, accomuna in modo dirompente i testi sconclusionati dei
cosiddetti «fous littéraires», studiati da Raymond Queneau,
una schiera di «paranoici reazionari e chiacchieroni rimbambiti»,
senza maestri né discepoli, le cui elucubrazioni si allontanano
da tutte quelle professate dalla società in cui essi vivono.
L’impresa queniana è apertamente influenzata dall’interesse
dedicato al fenomeno dell’alienazione mentale da parte del movimento surrealista
che Queneau frequenta fin dal 1924 (e da cui per altro si allontanerà
ben presto, insofferente al dispotismo bretoniano). Com’è noto André
Breton vede nel malato di mente una creatura che si ritrae e che, con ciò,
si ritrova interamente nella sfera dell’immaginario, una vittima della
propria immaginazione, che attinge un grande conforto dall’immaginazione
(«un folle non proverà mai a copiare una mela» afferma
Jacques Rigaut per sottolinearne l’energia creativa non realistica) e ne
esalta, in uno slancio dai connotati velatamente romantici, il desiderio
di rivolta, l’inosservanza delle regole della società borghese,
il rifiuto della censura, dell’autorità e della ragione.
Dunque l’affermazione calviniana sul legame «contrainte»-visionarietà
può trovare un riscontro stimolante negli scritti dei «pazzi
letterari». Ed in effetti, limitando lo sguardo al solo campo letterario,
vediamo che alcuni di essi hanno prodotto testi «à contrainte»,
cosa che non stupisce se, come si è appena suggerito, il rispetto
di regole - esplicite o invisibili – si configura come un mezzo che tende
a valorizzare la forza visionaria dell’attività letteraria.
Per amore del gioco del classificare possiamo suddividere i «pazzi
letterari» che ricorrono all’uso di «contrainte» in due
categorie: i «ludo-scrittori» e gli «scrittori di riscritture».
Alla prima categoria appartengono i «pazzi letterari» che
a vario titolo impiegano procedimenti linguistici di tipo ludico, come
lipogrammi, acrostici e simili. Il gioco con le parole (verbale, visivo
e sonoro) è uno strumento maieutico, nel senso che contribuisce
a smuovere i «demoni poetici» dentro di noi, come testimonia
il fatto che una volta i versi palindromi («in girum imus noctu,
ecce ut consumimur igni») erano chiamati «versi del diavolo»
per il loro carattere eccentrico e singolare.
Avventurandoci nei repertori classici dei «pazzi letterari»,
primo fra tutti quello di André Blavier, non è difficile
incontrare alcuni di questi personaggi. Ad esempio, nel Petit Livre
de poche très pittoresque et des plus curieux, contenant cinq lettres
morales et chrétiennes d’un père à son fils; dans
la rédaction de chacune d’elles on remarquera l’absence d’une des
cinq voyelles de notre alphabet (Paris, Périsse frères,
1854) Jean-François de Mas-Latrie (1782-?) compone cinque lettere
lipogrammatiche ed una sesta in cui al contrario viene utilizzata una sola
vocale, cioè «la revenente». Mas-Latrie, che si autodefinisce
«una delle Muse più scostumate del Lauragais», scrive
frasi del genere: «Tremblez, êtres dégénérés
et pervers, rebelles envers les décrets et les préceptes
célestes; tremblez, penchés d’excès en excès
vers les descentes et les ténèbres de l’enfer: le sceptre
de fer de l’Éternel est présentement levé!! Le temps
me permet, très cher Nérée, d’étendre le texte
de cette 5e lettre et de te révéler mes secrètes et
ferventes pensées de tendre père terrestre et d’excellent
frère céleste en même temps». Un’Apendice
[sic] pour le «Petit livre de poche» (Toulouse, impr. de
J. Dupin, 1854) contiene «un logogrifo fuori linea di più
di 200 versi alessandrini tutti rimanti in if». Nel 1865 La Revue
anecdotique consacra due pagine a Jean-François de Mas-Latrie
(André Blavier, Les fous littéraires, Paris, Éditions
des Cendres, 2000, pp. 980-981).
Nel 1864 L.A. Caron pubblica a Mirecourt un foglio intitolato
Essais
carographiques con due quadrupli acrostici, uno dedicato alla Legione
d’onore e l’altro alla gloria della Francia (André Blavier, op.
cit., pp. 978-979).
Il numero 241 della Nouvelle Revue Française dell’ottobre
1933 riporta un «Tableau» dedicato alla poesia in Francia in
cui si parla, fra gli altri, del poeta «mutualista» Alexander
Rey, bibliotecario della «Société fraternelle des protes»
di Parigi, nonché rimatore di talento e sostenitore di cause buoniste
come la mutualità materna, le case a poco prezzo, la lotta contro
le catapecchie, la fuga dalle campagne, ecc. (Alexander Rey, «Poète
mutualiste», Bizarre, IV, avril 1956, p. 91). Sfidando i temi
più aridi, dopo il 1890 Rey «apporta alle riforme e alle opere
nuove, il concorso della sua penna» componendo sonetti, ballate,
elegie, odi, rondò, versi quadrati, a forma di losanga o di X, come
i seguenti:
ÉLOGE DE LA CAISSE NATIONALE DES RETRAITES
POUR LA VIEILLESSE
(ELOGIO DELLA CASSA NAZIONALE DELLE PENSIONI
PER LA VECCHIAIA)
Oh! combien cette Caisse en sa présence au monde,
Par tous saluée
avec un vrai transport
Pour le travailleur
et contre le sort
A combé tout un espoir
qu’il fonde
Que sa vie ait un soir
meilleur!
Car du bien-être elle est sœur
Par l’aide si discrète
Pour ne cesser
D’e f f a c e r
Les pertes
Certes
Oui!
A u s s i
D’elle on parle,
En prose, en vers,
Quand par des revers,
Tout comme à Monte-Carle,
La fortune
vous trahit
Par le hasard
le plus subit
Et vous plonge en la
noire misère
Le travailleur peut donc braver
le sort
S’il lui verse un peu du
gain de son effort:
La rente qu’elle fait
n’est point une chimère!
Nel 1938 Luois de Meerless, pittore, poeta libero e inventore
belga, pubblica un testo intitolato O Foire de Paris! (O fiera Parigi!)
che apostrofa con l’epiteto: «Alta Novità! Nuova Scuola!»
pregando il lettore di «non confondere la mia Poesia Cruciale con
le parole incrociate!». In realtà, come scrive Michel Laclos,
siamo piuttosto sul terreno dei «versi acrostici».
O P A R I S!O F R A N C E!
T A J O I E,F R A N C H E,
C H A R M E;O!E
X C I T E!...
V E R S T O I,O V I T T E;
J’A C C O U R;J E V O L E,
C A R T U T E D O N N E S!
O!F O IREDEPA
R IS,
L E M O N D E T’E N V I E!
T U E S:U N P A R A D I S;
O!B R I L L A N T:J O L I!
N I D D E F R A N C E!T U
E S«E S P R I T
C O N Ç U»;
I S S U,D E S M O N D E S!
Secondo Laclos la poesia merita, per la sua incontestabile originalità,
un piccolo posto nella collezione degli eterocliti (Michel Laclos, «La
poesie cruciale», Bizarre, IV, avril 1956, p. 64). Nella disposizione
originale, ogni punta della croce si prolunga in un piccolo triangolo raffigurante
la bandiera francese, o meglio, come nota lo stesso Meerles, «i tre
colori nell’ordine celeste, cioè: 1° Il Cielo (blu); 2°
Le Nuvole (bianco); 3° La Terra (rosso)». Laclos mette in guardia
il lettore dal considerare errori di ortografia certe dissonanze («j’accour»,
«vitte») che, al contrario, vanno interpretate come licenze
poetiche.
La categoria di quelli che abbiamo chiamato «scrittori di riscritture»
comprende i «pazzi letterari» che si sono cimentati in operazioni
di ri-scrittura di testi più o meno famosi, condotte sulla base
di regole precise. Un illustre antesignano di questi scrittori è
Pierre Menard che ri-scrive il Don Quijote usando il metodo S +
n, per n = 0. Senza dimenticare che fra i progetti non realizzati di Italo
Calvino figurano una riscrittura dell’Amleto in cui l’ordine degli
avvenimenti è rigorosamente capovolto («Amleto in palindromo»)
ed un’altra dell’Odissea con un Ulisse completamente incapace di
viaggiare. Nel caso di questa tipologia di «pazzi letterari»
l’elemento visionario s’incarna nella piega di un’ossessione formale (ad
esempio la brevità, come vedremo fra poco), nell’inseguimento maniacale
di un modulo espressivo (il monosillabismo), sintomo forse di un richiamo
all’essenzialità della vita, al senso della misura.
Una delle figure più interessanti a questo proposito è
Carlo Cetti (1884-?), autore eclettico e prolifico, la cui produzione comprende
novelle, testi di critica letteraria, libri di poesia, politica, economia,
filosofia morale, satira, storia, pedagogia, trattati di mnemonica. Che
cosa ha fatto Cetti? Movendo dalla teoria del «Brevismo», da
lui elaborata nel 1946, ha riscritto, in ben 196 pagine, una versione semplificata
dei Promessi sposi (1827) di Alessandro Manzoni.
In un libro intitolato La lingua si perfeziona e progredisce tendendo
a brevità (Teoria del brevismo). Appendice: Dell'arte narrativa
(Como, Edizioni «Il ginepro», 1946) Cetti espone i princìpi
del «Brevismo», una teoria che individua nella brevità
del linguaggio un mezzo per la perfezione dello stile. Nel libro, scritto
in forma di dialoghi fra diversi personaggi indicati come «Studente»,
«Cugino», «Ingegnere», «Dottore», ecc.,
Cetti sostiene che «la prima cosa cui, parlando o scrivendo, si deve
badare, è la parsimonia sillabica, quindi, in ogni caso, alle parole,
o locuzioni lunghe, si dovran preferir le brevi». Fra due parole
di eguale numero di sillabe, si preferirà quella che inizia con
vocale, perché nel corpo della frase, una sua sillaba si elide.
La prosa dei più illustri scrittori italiani (Cetti chiama in causa
Giacomo Leopardi) pecca di ridondanza sillabica. Più una lingua
si libera del superfluo, più si fa perfetta. Più è
sintetica, maggiore sarà la perfezione di stile. Cetti propone cinque
norme per la sua teoria: 1. non usare la doppia consonante, dove basti
la semplice come in «imagine», «patriota», «sodisfare»;
2. omettere la «i», la «u» o altra vocale in parole
come «ceco», «sufficente», «gioco»,
ecc. 3. usare senza prefisso parole che di solito lo conservano come «bruciare»
per «abbruciare», «malare» per «ammalare»;
4. liberare del prefisso le parole che lo tengono incollato a sé
dicendo «lontanare» per «allontanare», «ricchire»
per «arricchire», «bandonare» per «abbandonare»,
e cercare altre semplificazioni di parole come quella,
ad esempio, di «sututto» per «soprattutto», «nostante»
per «nonostante»; 5. valersi il più possibile dell'apostrofo
e dei troncamenti per risparmiare sillabe e quindi migliorare lo stile.
Cetti riassume la sua teoria con questa «regola delle regole»:
«è solo coll'usar, pur col debito riguardo a chiarezza, il
minor numero possibile di sillabe, che si può conseguir la perfezion
dello stile». La lingua italiana, che ha il pregio di essere armoniosa
e di scriversi come si pronuncia, ha in più il dono della brevità.
I dialetti, ad esempio il lombardo, sia nella grafia che nella pronuncia,
sono più brevi dell'italiano e quindi sono uno strumento più
perfetto d'espressione delle idee e dei sentimenti, anche se hanno il limite
di essere compresi da poche persone. Il loro uso non può che favorire
lo sviluppo dell'intelligenza e del carattere. Per bocca dei suoi personaggi,
Cetti avanza la proposta di fondare una «Società per il progresso
e perfezionamento della lingua» con il compito di bandire concorsi
a premio consistenti nel: a) presentare saggi d'emendazione di brani di
prosa di nostri illustri scrittori; b) fornire elenchi di vocaboli che
si possono scrivere in due differenti modi, al fine di eleggere stabilmente
il più breve; c) proporre la semplificazione sillabica di parole
lunghe. Come il secolo scorso ha visto trionfare il «purismo»,
Cetti si augura che questa possa essere l'epoca del «Brevismo».
A suo parere nuocciono alla brevità l'abuso della congiunzione «e»,
l'uso del «d eufonico» che si aggiunge alla congiunzione «e»,
dell'«i» messo in principio alle parole che iniziano per «s
impura», delle preposizioni articolate (meglio dire «le città
di Francia» che «le città della Francia»), degli
inutili partitivi («c'erano oggetti» e non «c'erano degli
oggetti»), l'eccesso di «che», «di», «come
se», degli avverbi in «mente», dei superlativi, ecc.
Anche i segni d'interpunzione permettono di risparmiare parole, a vantaggio
della rapidità e dello stile; invece che «i due amici discorrevan,
mentre le note d'una canzone salivan dalla via» meglio dire «i
due amici discorrevan: le note d'una canzone salivan dalla via».
Altre regole per valorizzare la brevità individuate dal Cetti sono:
1. omettere tutto ciò che l'uditore o il lettore possono facilmente
sottintendere; 2. disporre le parole in modo accorto nelle frasi e nei
periodi; «vidi un monte verdeggiante di pascoli, boscoso, altissimo»
non va, devo dire «vidi un monte altissimo, boscoso, verdeggiante
di pascoli»; 3. scrivere usando periodi in prevalenza brevi, ciascuno
dei quali esprima un concetto a sé, ben distinto dagli altri, andando
spesso a capo.
Quando il «Brevismo» avrà esaurita la sua funzione
e la nostra lingua avrà raggiunto un grado di brevità oltre
il quale non si può andare senza venire meno alla chiarezza, allora
- sostiene Cetti - potrà sorgere un nuovo movimento: lo «stacchismo»
cioè il dare ad ogni periodo il conveniente stacco concettuale da
quello che lo precede.
A dimostrazione della bontà della sua teoria Cetti propone la
semplificazione di questo brano di Leopardi tratto da I Pensieri
(1845):
Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò
qui sotto, perchè, oltre che la mia natura era troppo rimota da
esse, e l'animo tende sempre a giudicare gli altri da se medesimo, la mia
inclinazione non è stata mai d'odiare gli uomini, ma di amarli.
In ultimo l'esperienza quasi violentemente me le ha persuase: e son certo
che quei lettori che si troveranno aver praticato cogli uomini molto e
in diversi modi, confesseranno che quello ch'io sono per dire è
vero; tutti gli altri lo terranno per esagerato, finchè l'esperienza,
se mai avranno occasione di veramente fare esperienza della società
umana non lo ponga loro dinanzi agli occhi.
che applicando il metodo cettiano diventa:
Ho ricusato a lungo, di creder vere le cose che qui dirò,
perchè, oltre che l'indole mia era assai remota da esse, - e l'animo
tende a giudicar gli altri da sè - non fu mai mia inclinazione odiar
gli uomini, ma amarli.
Da ultimo, quasi a forza, l'esperienza me ne persuase,
e son certo che coloro che molto, e in diversi modi, han praticato con
essi, troveran vero ciò che son per dire: gli altri lo terran per
esagerato, sin che l'esperienza, se mai avranno occasione di farne, nol
ponga loro dinanzi gli occhi.
Ma il vero «capolavoro» del Cetti è il Rifacimento
dei Promessi Sposi (Como, a cura dell’Autore, Soc. Arti Grafiche S.
Abbondio, 1965) dove il brevismo conosce la sua realizzazione più
originale e profonda.
L’ìncipit manzoniano:
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra
due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello
sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a restringersi,
e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra e un’ampia
costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par
che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione,
e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia, per ripigliar
poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua
distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.
diventa nella versione cettiana:
Quel ramo del Lario che, tra due catene di monti e tutto
seni e golfi, volge a sud, quasi a un tratto si restringe e, tra un’ampia
costiera a manca e un promontorio a destra, prende corso di fiume; mutazione
resa più evidente da un ponte che unisce le due rive lì ove
termina il lago e l’Adda ricomincia, per riprendere poi nome di lago, ove
esse riaprendosi, lasciano spaziare le acque in nuovi golfi e seni.
Nella sua autobiografia Cetti scrive: «la mia mente, a differenza
di quel che avviene per la maggior parte degli uomini, non accoglie le
idee da altri, ma le produce» (Carlo Cetti, Autobiografia,
Como, a cura dell’autore, Soc. Arti Grafiche S. Abbondio, 1961, p. 48).
Una piccola notazione a margine. Nel libro Il Meretore (Ed.
Sgambati, Padova, 1972) di Anacleto Cajazzo l’autore racconta di un suo
prononno, vissuto tristemente a cavallo dell’Otto e Novecento che, assillato
da problemi di lingua, vaneggia di grammatica ed ha deliri idiomatici sognando
un italiano «degenerato». Rinchiuso nel manicomio di Fidenza
quest’antenato trascorse gli ultimi giorni della sua travagliata esistenza
riscrivendo i Promessi sposi in «inversex», cioè
volgendo al femminile tutte le parole: «Quella rama della laga di
Coma» e così via (Pier Francesco Paolini, «Equilibri»,
il
Caffè, 3-4, 1972, pp. 110-112).
Alla stessa filosofia «brevista» è ispirato l’esercizio
di Mary Godolphin, pseudonimo della scrittrice inglese Lucy Aikin (1781-1864),
che, con intenti pedagogici «ad uso dei più giovani lettori»,
scrive un Robinson Crusoe in words of one syllables, uscito postumo
a Londra nel 1869 presso l’editore G. Routledge, una riduzione composta
esclusivamente, salvo un paio di nomi propri, di parole monosillabiche
del romanzo di Daniel Defoe The life and strange surprizing adventures
of Robinson Crusoe (1719-1720).
La scena del naufragio nella versione monosillabica della Godolphin
inizia così:
We were not more than twelve days from the Line, when
a high wind took us off we knew not where. All at once there was a cry
of «Land!» and the ship struck on a bank of sand, in which
she sank so deep that we could not get her off. At last we found that we
must make up our minds to leave her, and get to shore as well as we could.
There had been a boat at her stern, but we found it had been torn off by
the force of the waves. One small boat was still left on the ship’s side,
so we got in it.
Misteriosamente nel suo rifacimento la scrittrice inglese si prende
alcune libertà, come far morire Venerdì prima della fine
del romanzo. La Godolphin è autrice di altri due libri monosillabici
Sandford
and Merton, in words of one syllabe (1868?) e The pilgrim's progress,
in words of one syllabe (1884), entrambi pubblicati a New York.
Un vero e proprio trionfo della «brevità regolata»
(però senza riscrittura) sono le poesie del poeta emiliano Saverio
Ascari, tutte rigorosamente composte di una sola parola. Una s’intitola
«Colore» e fa: Blu. Un’altra che ha per titolo «Cavallo»
recita così: Animale. In un’altra ancora, intitolata «Elettrodomestico»,
si legge: Frigorifero oppure Televisione (Daniele Benati,
Silenzio
in Emilia, Milano, Feltrinelli, 1997, pp. 30-41).
Intervento al convegno su «Écritures et lectures à
contraintes» organizzato dalla rivista
Formules,
revue des littératures à contraintes diretta da Jan Baetens
e Bernardo Schiavetta, convegno svoltosi al Centre Culturel International
de Cerisy-la-Salle dal 14
al 21 agosto 2001.
Questo testo è uscito nella traduzione francese di Tanka G.
Tremblay sul numero 1, 2008, de Les Cahiers de l'Institut, rivista
dell'Institut International
de Recherches et d'Exploration sur les Fous Littéraires costituitosi
a Fontenoy-la-Joute in Francia nel 2007. Per andare al menu delle mie collaborazioni
a Les Cahiers de l'Institut cliccate qui.
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