Paolo Albani*
CERCATORI DI BABELE


Angelo Motta (1826-1888). Nella storia italiana della conservazione dei cadaveri, tema da cui sono nate misteriose leggende, il nome di Angelo Motta ha un posto di rilievo. Verso la fine del secolo XIX Motta inventò un processo elettro-chimico di metallizzazione dei corpi organici, suddiviso in due stadi di preparazione: carbonizzazione e trasformazione in metallo. Attraverso l’uso di particolari sostanze, rimaste segrete, Motta si prefisse di metallizzare tutto, da una piuma a un capello, da un fiore a un cadavere, senza modificare né volume né forma. Come lui stesso spiegò la metallizzazione è ben diversa dal galvanismo, tecnica consistente nel rivestire di un sottile strato di metallo mediante elettrolisi, la quale si arresta alla superficie dei corpi. «Coll’uso delle correnti elettriche, dei liquidi e dei solidi da me preparati, coll’uso della pila, coll’apparecchio d’altre forze, messe in azione con un dato processo, l’oggetto» afferma Motta «passa da una sostanza all’altra, il corpo da metallizzare è, si può dire, come assorbito da una sostanza metallica, per cui della sostanza primitiva non rimane che la forma, e questa poi nella più perfetta naturale configurazione, meno il peso ed il colore che si può applicare poscia a piacimento. In una parola, rimane tutto l’organismo naturale del corpo, colla perfetta e, direi, matematica conservazione di forme anche microscopiche». Fra i prodotti che Motta metallizzò ci fu la mano destra di Garibaldi. Quanto ai vantaggi della metallizzazione Motta ricorda, da un lato, quelli privati legati alla conservazione del corpo di un uomo illustre, di un caro animale, del «primo fiore che la fidanzata pudica presentava allo sposo promesso»; dall’altro, quelli pubblici relativi agli «studi di anatomia descrittiva, di anatomia dei tessuti morbosi e delle tante anomalie e mostruosità dei processi delle conformazioni organiche». Senza dimenticare l’utilità che la metallizzazione può recare alla botanica, all’entomologia, all’archeologia e alle belli arti. Nel testamento di Motta si legge: «Spiacemi di non essere in tempo per trascrivere e lasciare nel dominio della scienza il segreto della trasmissione metallica e ciò perché occorrerebbemi molto tempo a farne una dettagliata spiegazione; lo che mi manca: e quindi è indipendentemente dalla mia volontà se sono costretto a portar meco il segreto della mia scoperta».

Alberto Corva (sec. XX). Per molti anni, come scrive nel libro intitolato Telefonia umana (1915), Corva ha trasmesso i suoi pensieri manifestandoli con parole e ha ricevuto risposte e comunicazioni precisamente come accade con il telefono ordinario. «Nel settembre del 1914 io fui primo (e desidererei che fosse consacrato alla storia, non per vana gloria, ma per amore alla scienza) a trasmettere ed a ricevere nel breve spazio d’un’ora, da S. Giuliano Nuovo a Tortona (km. 9), poche frasi con una gentile signorina sconosciuta, e da S. Giuliano Nuovo ad Alessandria (km. 16) coi Signori Avv. G. Bruni e B. Venghi, pretore quello Cancelliere questo del II° Mandamento di Alessandria». Se la distanza della persona con cui ci si vuole mettere in contatto è grande, spiega Corva, è indispensabile che si conosca l’ubicazione precisa del luogo al fine di dirigere verso quel punto la maggior quantità d’energia magnetica possibile, andando a zonzo con moto lento e continuo, mai a sbalzi, concentrando l’energia magnetica verso il cervello della persona ricevente, chiamandola sommessamente per nome. Se la persona è sveglia, avvertendo la nostra chiamata e sentendo il proprio nome, risponderà presto; se è di notte, e la persona è addormentata, la pressione dell’irradiazione la farà svegliare e la comunicazione sarà stabilita. È il nostro cuore che, irradiando energia magnetica, ricerca il cuore dell’amico, del conoscente, della persona a cui si vuole parlare. Corva precisa che nelle comunicazioni si deve parlare con tono di voce ordinario, la voce dev’essere naturale, chiara e limpida: uno dei modi migliori di manifestare i nostri pensieri a mezzo della telefonia umana è parlare sommessamente. Esistono varie modalità di comunicazione: si può parlare al cervello (l’emanazione magnetica trasmettitrice fascia il cervello e la parola è percepita da tutta la massa cerebrale), dentro al torace (con il pensiero si porta la nostra testa dentro al petto della persona ricevente e si parla), in bocca (ci si concentra con il pensiero sulla parola ponendola all’interno della bocca dell’interlocutore e si parla sommessamente).


* Paolo Albani è scrittore, poeta, patafisico frequentatore di istituti anomali, esploratore di bibliografie marginali, dotto compilatore di enciclopedie del bizzarro e dizionari dell’eccesso come Aga Magéra Difùra e Forse Queneau. Annuncia inoltre un allarmante Repertorio sui folli letterari italiani. Gli ho parlato di alcuni inventori e calcolatori infaticabili, protagonisti del libro. E lui, dal mare magnum di teorici del moto perpetuo, dei quadratori del cerchio e dei “mattoidi scienziati”, ha estratto queste due voci in regalo per Babele.
                                                                                           
[Gabriele Mina]

Dal libro: Costruttori di Babele. Sulle tracce di architetture fantastiche e universi irregolari in Italia, a cura di Gabriele Mina, Elèuthera, Roma, 2011, pp.187-188.

[I "costruttori di Babele" di cui si parla nel libro sono artisti irregolari che hanno realizzato - fuori o ai confini dell'ufficialità e del mercato dell'arte - un proprio universo immaginario, misconosciuti autodidatti che hanno consacrato decenni della loro vita a un'opera totale. Ci sono un ferroviere che da cinquant'anni costruisce uno smisurato presepe fatto con materiali di recupero, un muratore messinese che trasforma la sua baracca in una casa dei sogni tra mosaici e elefanti, un contadino sardo che modella una donna di quindici metri fatta di colla e reti da pollaio, ecc., ndr]

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