UN GRAFFIANTE TAMBUREGGIARE
DI ALLITTERAZIONI
di
Paolo Albani
Postfazione al libro di D'Avec,
Oblò,
LietoColle,
Faloppio (Co), 2009, pp. 85-86.
Cosa si vede (o si crede di vedere) dentro l’Oblò
di Jean-Charles d’Avec Sommeils, nome altisonante che incute all’istante
sulla cute del lettore un certo timore, ma anche il sospetto che sotto
sotto, al di là del nome, si celi l’identità di un altro
poeta, inconsueta voce, preso dal diletto prezioso del dialetto (milanese),
oltre alla figura di uno studioso di architettura?
Il fatto è che prim’ancora di vedere (e di prendere
per buoni, e non per cloni, i pensieri che, anche in fieri, si rincorrono
sul ring della pagina), si sente qualcosa dentro l’Oblò,
a iosa, qualcosa che ricorda la scocca di una filastrocca generosa. Nei
versi dell’Oblò si ascolta divertiti molta buona musica,
i pruriti delle parole, prole di una famiglia di giochi acustici che s’accendono
come fuochi d’artifici in una festa che fa perdere la testa.
Un suono melodioso risuona, quasi corda unisona, nel
poetico sfottò dell’Oblò.
Il plot procede in un incedere spassoso, rondò
effervescente, felicemente sfizioso che si abbandona sulla sponda di un
graffiante tambureggiare di allitterazioni, e di altrettante allettanti
diversioni verbali (e mentali), e parimenti di accostamenti linguistici
insoliti, di slittamenti al limite del surreale e del preterintenzionale,
di scarti letterali e d’infarti ludici per niente plateali.
L’Oblò si nutre di significati attesi,
di iati aperti verso reperti di mondi in cui è facile confondersi,
ma pur sempre tondi e non secondi a nessuno quanto a fantasia e frenesia
di bisticci di parole e di feticci da svuotare nel presente, di calibrati
calembour. È un tour di giravolte metaforiche, l’Oblò,
a volte còlte con il gusto giusto per l’azzardo, il parto di capriole
in versi, cosparsi - per dirla con l’immortale Montale - di «spruzzi
e sprazzi» ironici e vulcanici.
Comunque lo si ascolti l’Oblò è
una miniera foriera di argutezza comica che possiede la virtù empatica
di farci riflettere con leggerezza sulla nostra illimitata finitezza, ossimoro
capace di suscitare in maniera sagace un’ebbrezza salutare.
Se dunque l’Oblò ci attizza è perché
si caratterizza da poesia sonora, testo che onora il fascino delle rime
per l’orecchio, specchio dell’abilità di un costruttore di lazzi,
già tenace «corruttore di bozze», e di spiazzanti motti,
e di botti che sbottano in frasi nutrienti, e di sapienti definizioni come
quella - bella - per cui i calembour sono «borborigmi / nel magma
/ dei sintagmi».
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