L'ITALIANO IMMAGINARIO
(estratto)

 Il primo esercizio di scrittura, tracciato su pergamena all’età di quattordici anni da Baudolino, un furfantello nato nella Frascheta Marincana, landa posta più o meno là dove nel 1168 nascerà la città di Alessandria, ha questa forma:

a yo face habeo facto il rubamento più grande de la mia vita cio è o preso da uno scrinio del vescovo Oto molti folii ke forse sono cose de la kancel cancelleria imperiale[...]
se poi li trovano questi Folii ke li ho scriti non li capise gnanca un cancelliere perké qvesta è una lengva ke la parla queli de la Frasketa ma nesuno la mai shrita
però se è una lengva ke nesuno capise ndovinano subito ke sono io perké tuti dicono ke a la frasketa parliamo na Lengva ke non è da christiani dunque devo nasconderli bene
fistiorbo ke fatica skrivere mi fa gia male tuti i diti [...]
mamma mia momenti mi masavano
masavano o amasavano o necabant adesso quasi schrivo Latino non è ke non capisco il latino perké ho imparato a legere su un librum latino et quando mi parlano latino capisco ma è lo skrivere ke non so come si scrivono i verba (Eco 2000a, pp. 5-7)

Il brano è tratto dal romanzo picaresco di Umberto Eco dedicato alle avventure di Baudolino che si apre, appunto, con un capitolo interamente scritto dal protagonista in un volgare della sua zona su cui non esiste alcun documento.
Poco prima dell’uscita del romanzo, a proposito del dialetto della Frascheta, Eco dichiara in un’intervista: «Ho inventato un italiano immaginario» (Lilli 2000, sottolineatura nostra).
Alcuni elementi del frasketiano di Baldovino – la mancanza di doppie, la sostituzione del «ch» con il «k», una serie di termini di vaga intonazione veneziana come «capise gnanca» – ricordano, sia pure lontanamente, certi tentativi, diciamo così, anomali di «riforma ortografica» o più in generale di «semplificazione» dell’italiano cui accenneremo più avanti.
Il tema di cui ci occuperemo è appunto, usando la terminologia di Eco, l’italiano immaginario, qui inteso come l’insieme delle forme di italiano fittizio, inventato, artificiale, improprio e improbabile, che si registrano da un lato nel campo della comunicazione sociale – l’ansia di semplificazione legata alla ricerca di una lingua universale non ha risparmiato, come vedremo, neanche l’italiano - e dall’altro nell’ambito più nutritivo dell’espressività artistica.
Non si tratta dunque dell’italiano derivante da contaminazioni (vedi italo-americano e simili), mix, ibridismi che in certi casi trasformano la nostra lingua in un pidgin colorito. Un esempio per tutti: l’uso delle nuove tecnologie informatiche, come Internet, ingenera spesso comportamenti linguistici che si manifestano in frasi del tipo: «Ciao, ti forwardo un mail, se non ti interessa droppola pure», o in temi svolti per la scuola di domani come il seguente: «Il 3/31/00 il provider agli studi ha org.anizzato, per ragioni di edu.cazione, un transfer per un path che ci ha routato verso il lago di.Com» (Eco 2000).
Né ci avventureremo (anche per insufficiente attrezzatura teorica) in argomenti suggestivi quali l’«espressionismo letterario», termine usato da Gianfranco Contini per accomunare l’esperienza di quegli scrittori – si pensi fra gli altri ad Antonio Pizzuto, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Manganelli - le cui innovazioni grammaticali, sintattiche e lessicali si fondono in una implacabile sollecitazione e deformazione linguistica che più di una volta fanno sospettare il lettore d’essere di fronte ad un italiano inesistente. 
Caratterizzate da mescolanza macaronica, poliglottismo, intrusioni pluridialettali, violenza sulla verbalità e fonicità, gusto per il pastiche, invenzione di parole immaginarie (Contini 1988), queste «lingue rotte alla sperimentazione» hanno la capacità di trasformare l'oggetto linguistico in una specie di lingua artificiale, «immaginaria».
Il nostro campo d’indagine è più ristretto, mirato, anche per sfuggire alla generica condivisione del postulato che vuole «l’idioletto» di uno scrittore espressione di una lingua inventata o neo-lingua (del resto, scomodando La Palisse, se uno scrittore non re-inventasse la lingua di cui si serve che scrittore sarebbe?).
In breve l’italiano immaginario di cui parleremo è uno pseudo-italiano, un finto italiano, un italiano facsimile che si burla del suo alter ego, insomma una parodia dell’italiano vero, così come il turco di Clèonte ne Il borghese gentiluomo (1670) di Molière è un finto turco.
 

Indice:

1. La «Lingua de Nazioni» e il basic italian
2. Dall’alfabeto farfallino alla lingua locopea
3. Gli epigoni di Lewis Carroll
4. Un trompe l’oeil linguistico: l’italiano sosia
5. Neologissimi e finneghismi
6. «Ostrigotta, ora capesco»
7. L’italiacano
8. Il grammelot italiano
9. Uno scherzetto finale
 

Riferimenti bibliografici

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Questo testo è apparso in: Gina Giannotti, a cura di, L'italiano, lingua d'Europa. Situazione e prospettive, Zibaldone, Les Editions de l'Istituto Italiano di Cultura de Strasbourg, Strasbourg, 2002, pp. 167-197. 
Si tratta della mia relazione al Colloque organisé à l'occasion de l'Année Européenne des Langues tenutosi all'Auditorium del Musée d'Art Moderne et Contemporain di Strasburgo nei giorni 24 e 25 ottobre 2001.

Ho parlato dell'italiano immaginario, insieme a Paolo Nori, in un incontro su Letteratura e lingue inventate durante una manifestazione intotolata Testi&contesti. Cinque percorsi tra le pieghe della scrittura, svoltasi nell'ottobre-novembre 2007 a Pasian di Prato, presso la sede dell'Enaip (Ente Nazionale ACLI Istruzione Professionale).


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