LA VOCE IN MOVIMENTO
di
Paolo Albani
Recensione al libro di
Giovanni Fontana,
La voce in movimento,
Harta Performing & Momo 2003.
Dal maggio 2003 a oggi sono usciti in Italia tre importanti studi
sulla poesia sonora, una trilogia esauriente sia sotto il profilo della
profondità dell'approccio critico, che di quello della documentazione
storica e dell'ampiezza dei riferimenti bibliografici, dovuta a Giovanni
Fontana, poliartista, poeta della voce e del corpo, uno dei maggiori studiosi
internazionali in questo ambito di ricerca artistica.
Ci riferiamo a:
a) La voce in movimento. Vocalità, scritture e strutture
intermediali nella sperimentazione poetico-sonora, un volume di 566
pagine, corredato di un'antologia di testi e di un CD di documenti
sonori (e non poteva essere altrimenti, sarebbe stato come pubblicare un
libro di cucina senza mettervi degli esempi di ricette), con alcune brevi
note in esergo di Marcello Carlino e una postilla di Arrigo Lora Totino;
b) Il nomadismo performativo, comparso nel maggio 2004,
sul numero 25 della rivista "il verri", anch'esso contenente un CD-ROM
intitolato Verbivocovisual, un'antologia di poesia sonora relativa
al periodo 1964-2004;
c) Poesia della voce e del gesto. Percorsi della vocalità
nella poesia d'azione, con una prefazione di Eugenio Miccini.
Tutto ciò a testimonianza di un risveglio, sul piano dell'elaborazione
critica e della pratica sperimentale, di una nuova attenzione e sensibilità
verso i fenomeni della poesia (concreta, visuale-visiva, sonora) altra
da quella lineare, tradizionale, legata come un'edera linguistica alla
pagina.
Fra le esperienze poetiche che si possono far rientrare nella
più generale categoria della cosiddetta poesia d'azione -
dalla poesia fonetica alla performance fono-gestuale, dalla
poesia-teatro
alla poesia sonora, è su quest'ultima, in un'accezione larga,
che si è concentrato principalmente lo sguardo storico e critico
di Fontana. Là dove, quando si parla di poesia sonora, s'intende,
in prima approssimazione, un testo che ha nella voce, nel suono fantasmagorico
dei segni vocali, coadiuvato, supportato dalle tecnologie magnetofoniche
e intermediali, il proprio elemento portante, e fondante, la propria sostanza
articolata in quelle unità microfoniche definite da Paul Zumthor
vocemi. Dunque un testo che si apre a dimensioni diverse da quelle
gutenberghiane, che va oltre la scrittura.
(Una curiosità: forse il termine «poésie
sonore», riferito ai «crirythmes» di François
Dufrêne, - scrive Fontana - appare per la prima volta in un articolo
di Jacques de la Villeglé sul numero 2 della rivista Grâmmes
del 1958).
Muovendo dalle prime sperimentazioni in campo sonoro dovute alle
avanguardie storiche - dalla declamazione futurista ai balbettamenti dissacratori
dei dadaisti, dalla lingua trasmentale fino al simultaneismo e al lettrismo
- l'analisi di Fontana si dipana in un'attenta e meticolosa ricognizione
che comprende il rapporto voce e corpo sonoro, vocalità e scrittura,
le interrelazioni ritmiche fra musica e testo, le immagini della voce espresse
in pre-testi e partiture, dando un adeguato rilievo all'uso delle nuove
tecnologie informatizzate, che dilatano in spazi simulati, virtuali l'intervento
dell'artista, sempre più «poliartista», proiettato in
una dimensione creativa di «arte totale», di una totalità
problematica, dove cioè si coagulano anche «il dubbio, il
vuoto, il silenzio, l'interrogazione».
Nel saggio apparso su il verri, Fontana ricostruisce le vicende
della poesia sonora, in particolare quelle italiane, dedicando ampio
spazio alla figura di Adriano Spatola, ispiratore nel 1978, fra le altre
cose, di Baobab, la prima audiorivista di poesia sonora italiana, contenuta
in una scatolina di cartone ondulato.
Verso la fine degli anni settanta succedono avvenimenti importanti
per la storia della poesia sonora: fra questi l'uscita dell'antologia Futura,
a cura di Arrigo Lora Totino per la Cramps Records, comprendente un libro
più 7 LP 33, dov'è antoligizzato un panorama molto ampio
della poesia sonora, dalle esperienze futuriste alle ultimissime realizzazioni.
E poi ancora l'avvio di alcune trasmissioni radiofoniche dedicate ai nuovi
linguaggi poetici («Fonosfera», «Audiobox»); la
pubblicazione, ad opera di Sarenco, di LP di poesia sonora con l'etichetta
«Factotum art», ben presto trasformata in «Radiotaxi.
vibrazioni del sonoro; la costituzione del gruppo «Il Dolce Stil
Suono», che raccoglie il fior fiore degli autori sonori italiani,
in occasione della rassegna internazionale di poesia visuale e fonetica
«Oggi Poesia Domani», organizzata a Fiuggi da Fontana e Spatola;
la prima edizione del festival «Poliphonix», ideato da Jean-Jacques
Lebel; la pubblicazione del volume con audiocassette Poésie Sonore
Internationale di Henri Chopin.
Uno snodo teorico interessante, che emerge affrontando le commistioni
fra suono e gesto, fra vocalità e azione performativa, è
quello che conduce/induce Fontana a servirsi del concetto di poesia pre-testuale.
«La poesia, scritta o dipinta che sia» - afferma Fontana -
«pur nella sua stesura completa e definitiva, può essere considerata
come una poesia interrotta, come un pre-testo da utilizzare
per aprire un varco verso altre dimensioni». In una concezione del
testo «come testo integrato, come politesto in risonanza,
come ultrateso traversale basato su una lingua poetica che vive di polifonie
intermediali e interlinguistiche», si può parlare di poesia
pre-testuale, di una poesia cioè che sposta «progressivamente
in avanti la soglia della testualità, definitiva per un attimo e
subito riorganizzata, che riappare di continuo con un nuovo habitus pre-testuale».
Già in uno scritto del 1984, «quasi un manifesto»,
Fontana aveva osservato che «Il poeta-mago-guitto-cantore-alchimista-artificiere,
come in un infinito gioco spiralico, attuerà sconfinamenti progressivi
per ri-testualizzare ogni volta, per approdare a sempre nuove situazioni
poematiche, fragili, effimeri, volatili, ma uniche, irripetibili, totali,
che saranno pretestuosi pre-testi per nuovi pre-testi pretestuosi,
fragili, effimeri, volatili, ma unici, irripetibili, totali».
Al termine del saggio verriano, Fontana ritorna poi efficacemente
sul concetto di «artista nomade», portatore di pratiche artistiche
dominate dalla contaminazione, dall'intersezione, dalla fusione di linguaggi,
di tecniche sperimentali, di generi, di dimensioni esistenziali e modi
di vita.
Stimolato dall'intervento di una studiosa danese che aveva sottolineato
«le analogie tra i trovatori medioevali, poeti nomadi che diffondevano
la loro cultura attraverso poesia, musica e vocalità, e i performer
contemporanei, che fondano la loro ricerca su un mélange tecnologico
e linguistico che testimonia la ricchezza e l'ampiezza del concetto di
performance», Fontana aggiunge: «Ma questo artista non è
nomade soltanto in senso metaforico: egli, infatti, da una parte attraversa
i linguaggi, dall'altra si relaziona e si sposta nel mondo alla scoperta
di altre realtà culturali, trascinandosi dietro bagaglio tecnico
e universo linguistico. [...] L'impegno degli "artisti nomadi" è
quello di approntare strategie che collochino i principi del pluralismo
e della tolleranza e i temi dell'uomo e del suo destino tecnologico in
uno spazio critico che si opponga fermamente a un'informazione (e non solo
a quella) asservita agli interessi di quei gruppi di potere per i quali
la logica dell'immediato profitto è al di sopra di qualsiasi altro
valore».
Né va dimenticato, in conclusione, che il poeta sonoro
- come lo stesso Fontana ci ricorda, sullo sfondo di uno studio del Camporesi
su «rustici e buffoni» - è un artista che non disdegna
d'indossare i panni dell'antico jongleur, di accogliere nel proprio
repertorio il riso, lo sberleffo, l'oscenità verbale e gestuale,
la capacità di mimesi fonica della voce, l'abilità diabolica
e giullaresca di cambiare pelle, di parlare tutti i linguaggi di tutte
le arti: «cose» - assicura Fontana - «che il nostro sulfureo
poeta sonoro sa e deve fare».
L'immaginazione, 210, gennaio/febbraio 2005, pp. 41-42.
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