Paolo Albani
 
COME SE NIENTE FOSSE



C’è un modo di dire, un’espressione idiomatica, non so se è corretto definirla così, che mi ha sempre affascinato e allo stesso tempo lasciato perplesso, dubbioso nell’intento di afferrarne il senso. L’espressione di cui sto parlando è: «Come se niente fosse». Per altro ho visto che di recente Adelphi ha pubblicato il libro di una brava scrittrice e giornalista, Letizia Muratori, un romanzo che s’intitola per l’appunto: Come se niente fosse.

            Cosa significa quest’espressione? È una domanda che mi sono posto molte volte, una specie di rompicapo che ancora non sono riuscito a sciogliere in modo esauriente.

            In una prima accezione (vedremo più avanti che ce ne sono altre) l’espressione «come se niente fosse» significa letteralmente «con la massima facilità». Ho fatto quella cosa lì, quella particolare impresa «come se niente fosse», cioè l’ho fatta senza troppo sforzo, impegno, mi è riuscita facile, mi è venuta spontanea, insomma nel farla non ho incontrato alcuna difficoltà. Ecco, l’uso dell’espressione «come se niente fosse» rimanda a questo fattore che secondo me, sebbene sembri innocuo e quasi banale, una volta accostato al niente, ha invece qualcosa d’imponderabile, di non ben definibile e sfuggevole come la facilità, l’essere facile, fattibile, realizzabile in maniera semplice, disinvolta.

            Se in prima istanza traduciamo «come se niente fosse» nella frase omonima «con la massima facilità», francamente non riesco a capire bene quale sia il rapporto tra la facilità (nell’eseguire o nell’elaborare un qualcosa) e il niente. In altre parole ciò che non mi convince in questo abbinamento è il fatto che si lasci intendere che il niente sia facilmente accessibile, ovvero che sia una cosa (un’entità, una condizione, un attributo, una proprietà o quello che vi pare) – se mi passate il giochetto di parole – da nulla.

            In realtà non è così, e lo sbandierato buon senso delle frasi fatte (cui appartiene l’espressione «come se niente fosse» al pari delle frasi tipo «culo e camicia», «menar il can per l’aia», «troppa grazia, Sant’Antonio!», «il gioco non vale la candela» e tante altre) qui prende un abbaglio, a mio avviso. E spiego subito perché.

            Il niente è un affare complicato. Pensate ad esempio alle pratiche zen e alla ricerca di quel tipo di «conoscenza assoluta», come la chiamano i buddisti, che trascende non solo il pensiero intellettuale, ma anche la percezione dei sensi e permette, semplifico al massimo, un’esperienza diretta dell'essenza assoluta, indifferenziata, indivisa, indeterminata della vita. Ma vogliamo scherzare? Approdare a questa esperienza di «pacificazione nullista» («Cosa fa un Buddha sotto l'albero del Bodhi? Non fa nulla. Si limita a essere») comporta anni e anni di studio, di meditazione, di assimilazione di tecniche ascetiche che sono tutto tranne che facili.

            A questo punto potremmo buttarla sul piano della logica che, com’è noto, definisce il niente uno pseudo-concetto e razionalmente taglia la testa al toro mettendo al bando la sua pensabilità. Che senso ha alludere a qualcosa, come se fosse qualcosa, mentre invece tale non è? Dal punto di vista strettamente logico ne consegue perciò che la frase «come se niente fosse» appare priva di senso, dato che il niente è un fenomeno che non esiste in quanto impensabile, ovvero non racchiudibile e formulabile in un pensiero.

            In definitiva, comunque la mettiamo, in senso razionale o intuitivo-religioso, il niente resta un qualcosa di non facile comprensione, tutt’altro, una figura del pensiero contraddittoria in quanto non si può concepire se non attribuendole una consistenza che non ha (anche l’etimologia della parola, tra cui quella di non ente adottata da Heidegger, è incerta e complessa) e l’espressione «come se niente fosse», nell’accezione di «con la massima facilità», risulta fuorviante e soprattutto non veritiera.

            Ho detto all’inizio che l’espressione «come se niente fosse» si presta a altre sfumature interpretative. Vediamone alcune attraverso degli esempi concreti.

            Si dice ad esempio: «L’ho ascoltata come se niente fosse» intendendo dire che ho ascoltato la persona cui si allude nel colloquio con un interlocutore X fingendo noncuranza, facendo finta di niente. Ecco in questo caso è un altro concetto problematico a essere chiamato in causa, quello di finzione. La strategia relazionale che metto in pratica mi porta a dissimulare, a mascherare il mio comportamento. In altre parole io fingo con l’altro. Di nuovo tuttavia il discorso s’ingarbuglia, prende una piega scivolosa e ci troviamo di fronte allo stesso pantano concettuale che abbiamo visto in precedenza. Questa volta il dubbio è: «Si può fingere un qualcosa che non esiste?» Perché se il niente è l’assenza di tutto, è il non-essere per antonomasia, allora la vedo davvero dura con la simulazione, nemmeno il più grande mimo del mondo, che ne so uno come Lindsay Kemp o Marcel Marceau, potrebbe essere in grado di mimare, di parodiare il niente. C’imbattiamo anche in questo caso nella spiegazione di una frase, «Far finta di niente», che lascia insoddisfatti per l’evidente contraddizione che presenta, e non - si badi bene - per un fatto puramente terminologico, ma di sostanza.

            Lo ripeto, qualora ce ne fosse bisogno: considero vano, oltre che patetico, lo sforzo di cercare di allestire qualsiasi forma di finzione relativa al niente che per sua natura è irrappresentabile e alla fine dei conti assolutamente non dicibile, nemmeno a gesti. La conclusione che si può trarre al riguardo è dunque che sia del tutto assurdo pensare di «fingere il niente», in altre parole pensare d’ingannare qualcuno rifilandogli una certa dose di niente che in quanto tale finirebbe per non approdare a niente, appunto, e ciò per una ragione molto semplice: poiché nella circostanza specifica l’attore propulsivo, l’agente scatenante è il niente, ne discende che l’effetto ingannevole non può che risultare nullo, praticamente vacuo. Un’ulteriore riprova dell’insensatezza che circonda alcuni modi di dire del linguaggio comune di cui non sempre ci accorgiamo dato che, come spiegano i linguisti, a volte accade che siamo noi a essere parlati dal linguaggio, e non il contrario.

            Un altro esempio da esaminare, offertoci dalla consuetudine linguistica, riguarda la frase abbastanza ricorrente: «Si è comportato come se niente fosse». In estrema sintesi la frase significa che il soggetto in questione si è comportato come se prima di un istante di tempo preciso e ben individuabile non fosse accaduto niente, mentre resta presupposto che al contrario qualcosa (che cosa ai fini del nostro discorso è ininfluente e quindi possiamo ometterlo) deve effettivamente essersi verificato.

            Ora questo implica due evenienze. Prima evenienza: il tale di cui stiamo parlando fa il furbo e finge di non essersi accorto che qualcosa è realmente accaduto; in questo caso valgono le riflessioni che abbiamo riferito poco prima a proposito del «far finta di niente», e tutto finisce qui. Seconda evenienza: il tale, per vari motivi (sbadataggine, era sovrappensiero, guardava da un’altra parte, stava leggendo il giornale, era andato alla toilette, ecc.), non si è accorto davvero che qualcosa è successo nell’istante preciso di cui stiamo ragionando e perciò si comporta come se niente fosse stato. Quest’ultima evenienza merita un chiarimento supplementare: il fatto che il nostro soggetto faccia finta di niente per motivi non intenzionali, ovvero che non faccia apposta a fingere, non cambia di una virgola la sostanza del problema che è, e resta, che lui, il soggetto della frase considerata, si fa portatore di un comportamento che è basato sull’idea che si possa, consapevolmente o no, «fingere il niente», affermazione che abbiamo già visto si presenta sotto ogni aspetto fasulla e contraddittoria.

            C’è un’ultima interpretazione della frase «come se niente fosse» che dobbiamo esaminare, forse la più comune e condivisa (per questo l’abbiamo lasciata alla fine) e è quella che spiega la nostra espressione con la perifrasi: «come se fosse una cosa di nessun valore, di nessuna importanza». «La mia proposta è stata rifiutata come se niente fosse». A questa diffusa interpretazione sembrerebbe difficile avanzare obiezioni rilevanti. Il ragionamento, che equipara il niente a «una cosa di nessun valore», appare a prima vista del tutto legittimo e apprezzabile. Ma non è così, se riflettiamo bene.

            Il niente non è una cosa di nessun valore, di nessuna rilevanza come vorrebbe la vulgata interpretativa appena riferita, al contrario è molto importante. Il filosofo Emanuele Severino ha scritto, in un bel libro su Il nulla e la poesia (1990), che l’essenza del pensiero occidentale è il nichilismo, la persuasione che gli enti, ossia le cose che sono, propriamente non siano; le cose, spiega Severino, appaiono nella loro nullità perché il nulla, ossia l’emergere dal nulla e lo sprofondarvi, è l’evidenza prima. Ma questa evidenza, questa certezza, questa fede nel divenire è pura follia, dice Severino, perché concepisce le cose che non sono come essenti. E allora, dopo una spiegazione del genere, per di più elaborata da uno dei nostri massimi filosofi, come la mettiamo? Vi sembra ancora plausibile sostenere che il niente sia una bagattella, un’inezia, una sciocchezzuola? Un altro filosofo, Sergio Givone, ha ricostruito la storia del nulla, da Parmenide a Heidegger, da Pascal a Leopardi e Sartre, giudicandola cruciale per svelare la dimensione tragica dell’essere al mondo. Dunque l’idea che il niente sia una cosa di poco conto, come vorrebbero coloro che attribuiscono alla frase «come se niente fosse» il significato di «come se fosse una cosa di nessun valore», è destituita di fondamento, non regge.

            A questo punto, cerchiamo di tirare le fila del nostro discorso.

            Siamo partiti da un’espressione molto semplice, banale, dalla frase «come se niente fosse», presa a modello di un tipo di comunicazione ordinaria, che è possibile sentire in un bar o alla fermata di un autobus. Nel tentativo di darle un senso, ci siamo resi conto, in modo sorprendente, delle difficoltà che quella frase pone al suo disvelamento, difficoltà che suggeriscono di muoversi con una certa cautela nell’uso letterale del «come se niente fosse» perché abbiamo accertato in modo persuasivo, credo, che il niente non si declina mai come se fosse «niente», e cioè come vorremmo che fosse, e questo, volendo allargare il discorso, vale anche per il tutto - compreso o sommato, a un tratto o di un pezzo, prima di o innanzi - che non se la passa poi tanto meglio del niente in fatto di intelligibilità.   

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Relazione tenuta sabato 15 dicembre 2012, nell'ambito delle iniziative dedicate a John Cage, al Convegno sul Nulla svoltosi presso la Biblioteca Salaborsa di Bologna (Piazza del Nettuno 3), a cura di Paolo Nori, in collaborazione con CISIM di Lido Adriatico, ARCI di Reggio Emilia, Ravenna e Bologna, con Carlo Boccadoro, Mirco Ghirardini, Guido Barbujani, Stefano Andreoli, Alessandro Bonino, Alfredo Gianolio, Mauro Dadina, Anna Pasi, Paolo Albani, Guido Leotta, Ugo Cornia e Paolo Nori.
Il 29 maggio 2011 ho partecipato al primo convegno sul Nulla, curato da Laura Gambi e Paolo Nori, tenutosi presso il CISIM (Centro Internazionale Studi e Insegnamenti Mosaico) di Lido Adriano (Ravenna), con una relazione intitolata: Il complesso di Peeperkorn ovvero l'arte di non dire niente.

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Questo testo, con alcune modifiche, è stato ripubblicato
nel mio libro
Il complesso di Peeperkorn. Scitti sul nulla,
edito da Italo Svevo Editore nella collana
"Piccola Biblioteca di Letteratura inutile",
ideata e curata di Giovanni Ricci.
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