Paolo Albani
IL GIOCO LETTERARIO

TRA ACCADEMICI INFORMI,
'PATAFISICI E OULIPISTI ITALIANI.

L'ESPERIENZA DELL'ISTITUTO
DI PROTESI LETTERARIA.

    Quest'intervento è una versione corretta e ampliata dell'introduzione al libro antologico da me curato Le cerniere del colonnello. Antologia degli scritti dell'Istituto di Protesi Letteraria, Ponte alle Grazie, Firenze, 1991, con testi di Guido Ceronetti, Giampaolo Dossena, Cesare Landrini, Cesare Milanese, Gianni Nicoletti, Saverio Vòllaro. Preziose indicazioni e utili suggerimenti ho ricevuto da Giorgio Celli, Giampaolo Dossena, Gaio Fratini, Cesare Landrini, Cesare Milanese, Martino Oberto, Pino Paioni e Anna Busetto Vicari che qui desidero ringraziare.
    Questo testo, leggermente modificato, è apparso nel libro Attenzione al potenziale! Il gioco della letteratura, a cura di Brunella Eruli, Marco Nardi Editore, Firenze, 1994, pp. 125-144.


 1. I lavori dell'Istituto di Protesi Letteraria costituiscono il nucleo significativo della prima esperienza "oulipista" nata in Italia (1973) all'interno di quel formidabile, sebbene ancora misconosciuto e troppo in fretta dimenticato, laboratorio culturale che fu la rivista il Caffè, fondata e diretta da Giambattista Vicari (un'avvertenza: di seguito parleremo di "testi oulipisti" e non "oulipiani", in accordo con la terminologia usata da il Caffè, n. 7-8, 1974).
 Iniziata, sotto il profilo politico, satirico e letterario, nel lontano marzo 1953, quando ancora si chiamava Venerdì il Caffè e il suo fondatore si firmava Romeo Giardini, l'eccitante avventura della rivista di Vicari coinvolse e travolse nel suo vorticoso movimento le forze più vivaci del nostro milieu artistico intellettuale.
 Tanto per non fare nomi, basti ricordare che annoverò fra i suoi collaboratori, in epoche diverse e con diversa assiduità ed impegno, scrittori come Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, Giorgio Manganelli, Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Romano Bilenchi, Aldo Palazzeschi, Cesare Pavese, Goffredo Parise, Leonardo Sciascia, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Mario Soldati, Alberto Arbasino, Paolo Volponi, ecc.; poeti come Giorgio Caproni, Mario Luzi, Leonardo Sinisgalli, Attilio Bertolucci, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Nanni Balestrini, ecc.; critici come Umberto Eco, Walter Pedullà, Guido Almansi, Carlo Bo, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi, un certo Achille Bonito Oliva, ecc.; satiri come Gaio Fratini, Italo Cremona, Ennio Flaiano, Achille Campanile, Carlo Manzoni, Augusto Frassineti, Leo Longanesi, ecc.; disegnatori come Jean-Michel Folon, Saul Steinberg, Mino Maccari, Roland Topor, Cardon, ecc. 
 Sulle sue pagine apparvero per la prima volta in traduzione italiana frammenti di opere di Max Jacob, Fernando Arrabal, Charles Cros, Julio Cortazar, Camilo José Cela, Christian Morgenstern (compreso il famoso Canto notturno del pesce), Ambrose Bierce, Edward Lear, Jean Tardieu, Slawomir Mrozek, Jerome David Salinger, Edward Estlin Cummings, Ezra Pound, Samuel Beckett, Henri Michaux, James Joyce, Erik Satie, Louis-Ferdinand Céline, Roman Jakobson, Pierre Klossowski, Robert Musil, Karel Capek (nella traduzione di Ela Ripellino), Jorge Luis Borges, Robert Walser, Octavio Paz, Viktor Šklovskji, Arthur Cravan, Stanislaw Jerzy Lec, Ramón Gomez de la Serna, Max Aub, Stanislaw Ignacy Witkiewicz, Witold Gombrowicz, Michail Bachtin, Daniil Charms, ecc. 
 E l'elenco potrebbe allungarsi, anche se quello che precede, per quanto parziale, crediamo basti a far emergere l'importanza dell'opera di sprovincializzazione sulla cultura italiana, e non solo sul versante di essa che simpatizzava con il grottesco ed il fantastico, svolta da il Caffè e quanto, sotto certi aspetti, la partecipazione alla vita della rivista significò un viaggio formativo per molti giovani scrittori (fra gli altri Gianni Celati, Antonio Tabucchi, Nico Orengo, ecc.) che su quella tribuna, sempre in procinto di chiudere, non per mancanza d'idee, ma per difficoltà economiche, vi avanzarono i primi passi creativi. 
 Personaggi che, in quest'ultimi anni, paiono sempre in procinto di spiccare il volo sulle ali di tardive riscoperte   si pensi a Rodolfo J. Wilcock, Enrico Morovich, Antonio Pizzuto, Antonio Delfini, ecc. su il Caffè erano già felici conoscenze. 
 Per i cercatori di radici lontane, il Caffè rappresenta una miniera ricca di anticipazioni nascoste. Un esempio per tutti. Legati alla rivista furono Anna e Martino Oberto, fondatori di "Ana etcetera" (1958), una delle prime voci sperimentali che contribuì ad aprire la strada alla poesia concreta e vis-iva/ uale in Italia. Gli Oberto, grazie ai buoni auspici di Ezra Pound, pubblicarono su il Caffè un lungo saggio in due parti su La scrittura cinese come mezzo di poesia (n. 11 12, 1958; n. 1, 1959) e curarono la presentazione de Le manifeste de la poésie lettriste di Isidore Isou (n. 4 5, 1960). Echi del rapporto arte-scienza, al centro del dibattito sulla "poesia tecnologica e visiva", giunsero alla rivista (n. 3, 1961) attraverso l'intervento: La scienza dell'arte e l'arte della scienza di Lamberto Pignotti, fondatore con Eugenio Miccini del Gruppo 70, laboratorio artistico-culturale, a fianco del Gruppo 63, della neo-avanguardia italiana.
 Non meno interessante, l'attività de il Caffè in quanto organizzatore di convegni, fra cui ricorderemo, per importanza, quello, preparato insieme a il verri di Luciano Anceschi, su: "Innovazioni e ritardi nella letteratura italiana d'oggi", tenutosi i giorni 16, 17 e 18 ottobre 1971 a Pesaro.
 Si costituì perfino una compagnia teatrale de il Caffè (n. 6, 1965) con Gigi Proietti, Gianni Bonagura, Carmelo Bene, Daniela Nobili e Sergio Graziani, intenzionata a recitare solo su commissione, al prezzo di 50.000 a notte, "in un salotto, in un solaio, in un'aia e possibilmente alla presenza della ricca figlia di un mugnaio".
 Insomma, tutto questo ci sembra testimoni come l'esperienza de il Caffè fu qualcosa di più di "un elemento di colore e di vivacità" nel panorama culturale romano come recita lo sbrigativo e liquidatorio giudizio di Alberto Asor Rosa (Asor Rosa e Cicchetti, 1989, p. 634).
 In attesa che trovi presto il suo tacito biografo   già esiste un'antologia fratiniana (Fratini, 1992) e si annuncia un indice ragionato per mano di Anna Busetto Vicari, figlia di Giambattista, laureatasi ad Urbino nell'anno accademico 1987-1988 con una tesi su Il Caffè di G. B. Vicari a noi interessa rivisitare per grandi linee la storia de il Caffè in quanto "organo ufficiale" di tre "giocose" istituzioni poeticamente e programmaticamente intrecciate fra loro: l'Accademia degli Informi, l'Istituto romano di Alti Studi 'Patafisici e l'Istituto di Protesi Letteraria.

 2. La prima scaturisce dalla mente estrosa di Antonio Delfini, letterato che in molti si sono affannati a dipingere come un "maudit", un "irregolare", ma che resta semplicemente un grande scrittore di presenze perdute, non apprezzato abbastanza, salvo rari casi, dalla critica del suo tempo, ed anche dopo.
 L'Accademia degli Informi (omonima di quella istituita a Ravenna nel 1588 e attiva fino a tutto il Settecento) nasce la sera del 14 giugno 1957. Nel suo Discours de réception, con un linguaggio tra il dada ed il surrealista, Delfini dichiara: 
Signori e Signore, oggi non c'è più niente di valido. Il mondo non esiste più e prove che il mondo sia mai esistito non ce ne sono. Le sole prove valide dell'esistenza di un tempo sarebbero i sogni. I sogni letterari, artistici, religiosi e politici... Il nostro programma accademico sarà quello di adattarci alla Rivolta, e per non avere fallimenti di tipo borghese (come quelli di Marinetti, Tzara ed altri) ci rifiutiamo di elaborare un programma. Gli illustri accademici da noi nominati, penseranno di indicarci via via le tracce necessarie per dare alla Chimera (al mondo, cioè, universale) un senso sempre più naturalmente illusorio, ma tale da farci credere per qualche momento in una realtà da concepirsi sostanziale. (Fratini, 1963, pp. 41-42).

 Libera, gratuita, indefinita, senza sede, per quanto città Capitale sia eletta Livorno e capitale provvisoria Roma, senza statuti né corpo accademico, con un Cancelliere generale nella persona del poeta Gaio Fratini, l'Accademia ha come fine abbastanza settario quello di "restituire al caos il peccato originario della poesia".
 La notizia della nascita dell'Accademia degli Informi appare, in un resoconto redatto dal suo stesso capo conclamato, sul n. 7 8, 1959 de il Caffè che, da quel momento, si assicura l'esclusiva di pubblicare le delibere della bizzarra istituzione, successivamente rinominata da Delfini "Accademia degli Informati" (il Caffè, n. 10-11, 1959).
  È così che, in una rubrica intitolata "Cronache degli informi", la rivista registra un fantasmagorico - e perciò stesso credibile - elenco di premi fasulli, deplorazioni, condanne, avvertimenti, richiami, inviti perentori, diffide, nomine, sospensioni (ad esempio sospesi sono: Paolo Pavolini fino a quando dirà "hoha hola" invece di Coca Cola, "sciacqui per questo i suoi logori c in un regolare corso di Chianti"; Ornella Sobrero fino a quando non farà salire sulla sua Topolino il Presidente in luogo dell'ex-accademico Giuseppe Ungaretti) ed espulsioni di accademici, insieme alla costituzione di vari organi come il registro del Do Ut Des, in cui annotare gli scambi di favori messi in atto tra letterati e letterate, critici poeti e poeti critici, o la Tabella Universale dei Pedaggi Spirituali.
 Il motto dell'Accademia è: "O si fa sul serio o si muore". Nel settembre 1959, Giambattista Vicari viene nominato Presidente del Consiglio di Stato dell'Accademia e lo scrittore Mario Tobino Capo di Stato Maggiore per qualsiasi eventualità bellica. Sempre in quel periodo, il Presidente Generale Antonio Delfini invita gli accademici a formulare la costituzione dell'Accademia in PARTITO POLITICO ATTIVO, a testimonianza dell'"impegno politico" di Delfini già evidente fin dal 1951, data di pubblicazione del suo Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia (Delfini, 1951).
 Qualche anno dopo la morte di Delfini (1963), l'Accademia degli Informi viene ricostituita per iniziativa della Società degli Amici di Antonio Delfini: per l'esattezza corrono le idi d'aprile dell'anno 1967 (il Caffè, n. 2, 1967).
 La Classe dei Numi Profetici & Proti dell'Accademia, oltre a Delfini, comprende ad memoriam Elio Vittorini, Piero Jahier ed in seguito anche il pittore Giuseppe Viviani; in gloriosa presenza: Carlo Emilio Gadda, Aldo Palazzeschi, Giuseppe Ungaretti; ad honorem quali Plenipotenziari Possenti & Barbari spiccano molti dei nomi citati fra i collaboratori stranieri della rivista di Vicari: fra essi Jean Tardieu, Roland Barthes, Henri Michaux, Raymond Queneau, Jorge Luis Borges, Günther Grass, Eugène Ionesco, Friedrich Dürrenmatt, François Le Lionnais, Michel Leiris, Lawrence Ferlinghetti, Aleksandr Isaevic Solženicyn, ecc. Nella Classe dei Propellenti & Propedeuti Ambiti troviamo invece Italo Calvino, Augusto Frassineti (primo Gran Moderatore Illibatissimo e Disintegrato, Guida Suprema), Paolo Volponi, Gaio Fratini, Andrea Zanzotto, Leonardo Sciascia, Saverio Vòllaro, Giordano Falzoni, Elio Pagliarani, Luigi Malerba, Giorgio Soavi, Edoardo Cacciatore, Renato Barilli, Gianni Rodari, ecc. Vi sono poi la Classe degli Accolti Sodali Circonlocuti & Circonvenuti (Sergio Saviane, Giacinto Spagnoletti, ecc.) e quella dei Catecumeni in Orbita (Vanni Scheiwiller, Antonino Cremona, Oreste Del Buono, Giuseppe Patroni Griffi, Gianni Toti, Arrigo Benedetti, Guido Davico Bonino, ecc.).
 Cancelliere o Zelatore alla Curatela, in data 15 maggio 1967, prima riunione del Consiglio Autoctono & Sovrano dell'Accademia, è Giambattista Vicari.
 L'Assemblea dell'Accademia è divisa in tre sfere: a) Museo dei Giochi Floreali (Lettere e Arti); b) Palestra dei Piaceri Civili (attività civiche); c) Ginnasio del Progresso (scienza, giure, cinema, urbanistica, editoria, ecc.).
 Fra i suoi scopi, oltre ad intervenire in tutti i settori della vita pubblica e culturale e di assegnare libere cattedre Litotiche, Anastrofiche, Paragogiche, Asindetiche, Zeugmatiche, Anaforetiche, Anacolute e Epifonematiche, c'è quello di promuovere studi di Letteratura Potenziale (su cui torneremo più avanti), d'Arte Iperbolica e di Politica Elittica (per gli Atti della ricostituita Accademia degli Informi in particolare il Caffè: n. 3, n. 4, n. 5, 1967; n. 1, n. 2, n. 3, 1968). 
 Uno dei primi decreti dell'Accademia, emesso in Roma le idi d'agosto 1967 a firma di Augusto Frassineti e Giambattista Vicari, riguarda la riabilitazione del napoletano Gennaro Perfetto, detto Janunculus, mirabile volgitore nel nostro idioma delle Opere di François Rabelais. Dall'edizione 1892 del Perfetto, l'Accademia sentenzia di pubblicare il capitolo XIII sull'invenzione del nettaculo. A mortificazione poi dell'oblìo in cui la cultura italiana ha tenuto per ben 15 lustri tale mirabile impresa, un'eletta équipe di valorosi scrittori (Augusto Frassineti, Corrado Costa, Saverio Vòllaro, Carlo Contreras, Guido Neri e Piero Chiara) viene condannata a tradurre entro 30 giorni dalla data del decreto stesso il capitolo VII del Gargantua e Pantagruele: "Comment le nom fut imposé à Gargantua et comment il humoit le piot" (per gli atti di questa Rablesiana: il Caffè, n. 5, 1967).
 L'accademia patrocina i premi letterari "Cal Porcaro", dal nome della località in Montecalvo in Foglio (provincia di Pesaro Urbino), distinti in due classi   la prima (adiectio) operante nell'area dei valori pubblici e la seconda (detractio) in quella dei valori auspicati   e graduati secondo una categoria retorica ben pertinente. Ad esempio per il 1970, nella prima classe, viene assegnato il Viareggino d'Oro (anadiplosi) a Leonida Répaci per l'auspicata prosecuzione dei Fratelli Rupe, mentre nella seconda si dona a Gaio Fratini per Il 13 giugno del 1970, invettiva in versi contro la Giuria del Premio, un trattato della "Dissenteria Biliosa", edizione 1784, raro (iperbole) (il Caffè, n. 2, 1970, pp. 158 159).

 3. Naturalmente l'Accademia aderisce al Collegio di 'Patafisica, altra "accademia dello sberleffo e della fumisteria", assumendo la gestione commissariale della sezione romana dell'Istituto di Alti Studi 'Patafisici.
  Si è detto naturalmente perché Giambattista Vicari, promotore della ricostituzione dell'Accademia degli Informi, è anche uno dei due Reggenti dell'Istituto romano di Alti Studi 'Patafisici (l'altro è il poeta Leonardo Sinisgalli), caldeggiato negli anni sessanta dal Satrapo Renato Mucci, rappresentante ipostatico del Collegio di 'Patafisica presso la Santa Sede.
 E con ciò abbiamo individuato il primo anello dell'intreccio che andiamo cercando: quello che lega accademici informi e 'patafisici.
 Com'è noto, un altro Istituto 'patafisico italiano   ratificato dal Vice Curatore (nella gerarchia 'patafisica è il rappresentante in terra del Curatore Inamovibile Dr. Faustroll) Jean Mollet, detto il Barone   viene fondato a Milano il 7 novembre 1963 dal Trascendente Satrapo Farfa, pseudonimo del "cartopittore", "aeropittore" e "poeta recordman" Vittorio Tommasini (1879-1964) (per queste notizie, e più in generale per una storia del Collegio di 'Patafisica, fondato l'11 maggio 1948 al Quartiere Latino di Parigi, rimandiamo a Launoir, 1969, e a Baj, 1982).
 Ma procediamo con ordine.
 Già nel dare notizia ai lettori de il Caffè (n. 7 8, 1959) della fondazione dell'Accademia degli Informi, Antonio Delfini cita un brano de La chanson du decervelage (1898) di Alfred Jarry:

Fui per lungo tempo operaio ebanista
In via Campo di Marte, parrocchia d'Ognissanti.
La mia sposa di mestiere era modista,
C'era mai mancato niente a tutti quanti.
Le domeniche serene e senza vento
Ci mettevamo gli abiti da festa
E s'andava a vedere lo scervellamento
In via dello Scottato, a passare un bel momento.
[...]

(Alfred Jarry, 1978, p. 226)

 Quasi certamente Delfini conosce le opere di Jarry ideatore, sotto le vesti del dottor Faustroll, della 'Patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie che studia le leggi che regolano le eccezioni   tramite il movimento surrealista di cui, fin dall'aprile maggio 1932, dopo un viaggio a Parigi, in compagnia del giornalista Mario Pannunzio, si dichiara un adepto.
 Nel 1962, i lettori de il Caffè (n. 5) vengono informati che, presso la redazione della rivista, si è costituito l'Istituto di Alti Studi 'Patafisici di cui sono dignitari: Giambattista Vicari per Roma; Piero Chiara per il Nord Italia; Gaio Fratini per il Centro Sud; eccetera. Si ricorda inoltre che sono disponibili le pubblicazioni del Collegio di 'Patafisica (Les Cahiers du Collège de 'Pataphysique, 28 numeri apparsi dal 1950 al 1957, e Les Dossiers Acenonètes du Collège de 'Pataphysique, 28 numeri apparsi dal 1957 al 1965) cui si ha diritto in numero di 4 previa iscrizione al prezzo di L. 6.500 all'Istituto stesso che comporta, fra gli altri benefici e privilegi, quello di essere proposto a Sua Magnificenza Antonio Delfini, Presidente, per l'ammissione alla Ducale Accademia degli Informi.
 La vera colonna portante della 'Patafisica all'interno della rivista è tuttavia Renato Mucci, romano, classe 1893, laureato in giurisprudenza, per anni direttore capo di ripartizione presso il Comune di Roma, traduttore di testi di Honoré de Balzac, Victor Hugo, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Marcel Proust, ed inoltre Satrapo del Collegio di 'Patafisica.
 A Mucci si devono le traduzioni dei testi 'patafisici apparsi su il Caffè, cominciando da alcuni frammenti delle Gestes et opinions du Docteur Faustroll pataphysicien  (n. 4 5 6, 1973) e dal Commento da servire alla costruzione pratica della macchina per esplorare il tempo del dottor Faustroll (n. 4, 1975) di Alfred Jarry, passando poi per Raymond Queneau (Quando lo spirito, n. 9, 1974), Jean Ferry (Il macchinista, n. 10, 1974), Boris Vian (Un trittico, n. 12, 1974), Julien Torma (Lettera anonima, n. 5 6, 1975). Senza dimenticare, infine, che sempre di Mucci è la cura di alcune primizie del "più grande magnetizzatore dei tempi moderni" Raymond Roussel (Spettacolo in Africa, n. 3 4, 1957; Fra i negri e Teste di cartone del carnevale, n. 11, 1974), oltre che di alcuni testi di Stéphane Mallarmé (Théodore de Banville, n. 10, 1960, e Conflitto, n. 5 6, 1972) e di Arthur Rimbaud (Voyelles, n. 2, 1962).
 Negli anni sessanta settanta il Caffè agisce dunque come portabandiera in Italia del beffardo spirito 'patafisico. Orgogliosa di questa funzione, sul n. 4, 1967, la rivista dà notizia della nomina del suo direttore a Reggente di Rogmologia del Collegio di 'Patafisica.

 4. Fra i membri del Collegio di 'Patafisica, vi sono Raymond Queneau e François Le Lionnais, il primo come Trascendente Satrapo ed il secondo come Sommo Reggente.
 E qui affiora il secondo anello dell'intreccio informe 'patafisico oulipista. Sì, perché Le Lionnais e Queneau, Plenipotenziari della ricostituita Accademia degli Informi, sono anche i fondatori dell'Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Per l'esattezza il primo, Le Lionnais, è anche l'ispiratore negli anni ottanta dell'Oulipopo (Ouvroir de Littérature Policiere Potentielle), dell'Oucuipo (Ouvroir de Cuisine Potentielle) e dell'Oupeinpo (Ouvrier de peinture potentielle), oltre che membro di un altro gruppo, chiamato "Nicolas Bourbaki", associazione di matematici, quasi tutti francesi, che dal 1939 pubblica scritti ispirati a una concezione assiomatica della matematica, derivata dal formalismo hilbertiano (Alain e Odette Virmaux, 1992, pp. 54-55).
 Come si sa, l'Oulipo non è altro che una delle numerose Sottocommissioni di Lavoro del Collegio di 'Patafisica (si vedano a questo proposito il n. 17 de Les Cahiers du Collège de 'Pataphysique, il n. 17 de Les Dossier Acenonètes du Collège de 'Pataphysique ed il n. 15 dei Subsidia 'Pataphysica editi dal Collegio di 'Patafisica), commissione ascesa a tale importanza che il presidente in carica (1991) dell'Oulipo, Noël Arnaud, è stato negli anni ottanta anche Reggente di 'Patafisica Generale, carica cui è affidata una perenne ridefinizione (impossibile) dei limiti (inesistenti) della 'Patafisica.
 In estrema sintesi, usando le parole di Le Lionnais, possiamo dire che: 
Lo scopo della letteratura potenziale è fornire agli scrittori futuri tecniche nuove, che consentano di mettere da parte l'ispirazione dell'affettività. Ne deriva la necessità di una certa libertà... Ci sono dunque due Lipo [Littérature potentielle]: una analitica e una sintetica. La Lipo analitica cerca possibilità che si trovano in certi autori senza che gli autori stessi ci abbiano pensato. La Lipo sintetica costituisce la grande missione dell'Oulipo, si tratta di aprire nuove possibilità sconosciute agli autori antichi... Chiamiamo letteratura potenziale la ricerca di forme, di strutture che siano nuove e che gli scrittori potranno utilizzare a piacere. (Jean Lescure, "Petite histoire de l'Oulipo", in Oulipo, 1973, p. 33; trad. it. pp. 37 38).

 Dal flauto magico della letteratura potenziale escono le note dei giochi oulipisti (il metodo S + 7, la scrittura lipogrammata, i palindromi, i tautogrammi, la letteratura definizionale, le poesie booleane, i testi con vocabolario limitato, le olopoesie, ecc.), di cui Cent Mille Milliards de Poèmes (1961) di Raymond Queneau, E (1967) di Jacques Roubaud, Zinga 8 (1967) di Jacques Duchateau e La disparition (1969) di Georges Perec assumono ben presto l'aureola di repertorio classico (per i 52 opuscoli dell'Oulipo finora pubblicati: Oulipo, 1990; ancora sull'Oulipo: Bens, 1980 e Roubaud, 1981). 
 Ma facciamo un passo indietro.
 Quando, il 24 novembre 1960, un gruppo di scrittori e di ricercatori scientifici, soprattutto matematici (Jean Queval, Raymond Queneau, Jean Lescure, François Le Lionnais, Jacques Duchateau, Claude Berge e Jacques Bens) si riunisce nella cantina del ristorante "Il Vero Guascone" a Parigi, l'Oulipo ancora si chiama Seminario di letteratura sperimentale. Soltanto un mese dopo, il 19 dicembre, grazie all'intervento di Albert Marie Schmidt, il Seminario cambia nome e diventa l'Ouvroir de littérature potentielle (Jean Lescure, "Petite histoire de l'Oulipo", in Oulipo, 1973, p. 26; trad. it. p. 30).
  È dunque con estremo tempismo che il Caffè s'interessa allo svolgimento dell'invenzione oulipista se già nel n. 1 del gennaio 1960 la rivista di Vicari pubblica alcuni testi di François Le Lionnais (che certo risentono della partecipazione di quest'ultimo al movimento Dada e della sua lunga amicizia con Marcel Duchamp) fra cui queste poesie composte negli anni 1957-1958:

Sur le bout de la langue

.......................................................................
.......................................................................
.......................................................................
.........................................................................

La poésie à l'état de traces

 1, 2, 3, 4, 5.
 6; 7; 8; 9; 10.
  12?
  11!

Reduction d'un poème à une seule lettre

T.......................

Poème composé d'un seul mot

  Fenouil

(François Le Lionnais, "La recerche", il Caffè, n. 1, 1960, pp. 43-44)

e se ancora nel 1961 pubblica i lavori di due membri storici dell'Oulipo: un'antologia di scritti (Texticules, Zazie nella sua più giovane età, I romanzi che non si raccontano, Vieni vai, Ricordo di Cerisy, Istante finale, Il canto dello Stirene) di Raymond Queneau (n. 6) insieme ad alcune poesie della raccolta Drailles (n. 2) e al Metodo del discorso, ovvero chi fa dei racconti fa i suoi conti. Dalla matematica all'umore si può mattare ciò che muore. Fiutar l'odore della tematica (n. 6) di Jean Lescure.
 Né va tralasciato che gran parte del n. 4, 1965 della rivista è dedicato a Jean Tardieu (di cui sono già apparsi alcuni scritti sui numeri 7 8, 1960 e 2, 1961), poeta e drammaturgo dai toni sarcastici, ricercatore di linguaggi perduti, il cui nome figura, anche in virtù dei suoi paradossali esercizi di stile, fra gli "invitati d'onore" alle riunioni dell'Oulipo. Nella nota di commento, Vicari cita questo breve "divertissement" di Tardieu tratto da Musique de Scène pour une thèse (senza nessuna indicazione editoriale): 

Langage
lang âge
langue âge
lent gage
l'an gage
l'engage
langage langage langage langage langage langage

(Giambattista Vicari, "L'arpa di Tardieu", il Caffè, n. 4, 1965, p. 51)

piccolo esempio dell'importanza che Tardieu attribuisce al suono costruito come sequenza naturale di note nei significati verbali.
 Alla la fine degli anni sessanta, in "L'apocrifo? Borges e la mistificazione. L'Oulipo in azione" (il Caffè, n. 2, 1968), Vicari torna a parlare dell'Oulipo per via di un'articolo di Pierre Berloquin apparso sul supplemento dei libri di Le Monde del 1967, all'interno di due paginone centrali dedicate all'interrogativo: "Qu'est-ce que la 'Pataphisique?" (Berloquin, 1967). Dopo aver sottolineato le due direzioni in cui si muove il gruppo di ricerca francese, cioè da un lato "elaborare dei metodi che rivelino nei testi già esistenti ciò che nessuno vi ha mai visto" (la lipo analitica) e dall'altro "cercare delle nuove strutture per metterle a disposizione degli scrittori stanchi dei moduli consueti" (la lipo sintetica), Vicari riprende l'accostamento fra la potenzialità dei metodi dell'Oulipo ed il gioco di Jorge Luis Borges di scrivere delle pagine che riproducano testualmente due capitoli del Don Chisciotte (Borges, 1988).
 Dopo aver rilevato che la ri scrittura borgesiana può essere interpretata come una sorta di metodo S + n per n = 0, Vicari, ancora seguendo Berloquin, fa notare che quest'ultimo metodo, consistente nel sostituire ogni sostantivo di un testo con l'n esimo che lo segue in un dato dizionario, offre altresì una versione di Genesi molto vicina a quella che si trova in Comme il faut beau!, sketch di André Breton, Robert Desnos e Benjamin Péret, pubblicato sulla rivista surrealista Littérature (nuova serie, n. 9, 1 febbraio 1 marzo 1923), che inizia così: 

I.  In principio la catena dell'orologio creò 
    il tabacco e l'antracite.
II. Il tabacco era informe e glabro. Le fumate
    coprivano la faccia dei passeggiatori e lo
    spirito della catenella galleggiava nell'alcool.
III Ora la catenella disse: «che i piombi saltano!» e i piombi saltarono.
[...]

(Henri Béhar, 1976, p. 140)

 Un accenno - sempre ripreso da Berloquin- viene fatto anche al P. A. L. F. (Production Automatique de Littérature Française), progetto di "gioco letterario" la cui elaborazione da parte di Georges Perec e Marcel Bénabou ha inizio nella primavera del 1966, durante le riunioni settimanali che, in omaggio a Stéphane Mallarmé, si svolgono il martedì pomeriggio a casa di Perec, indipendentemente dai lavori dell'Oulipo che ancora, a quei tempi, si muove come una "società segreta" (per una storia del P. A. L. F. e per la raccolta completa della sua produzione: Bénabou, 1989).
 In breve, l'esperimento originale consiste: a) nello scegliere due parole e/o due frasi possibilmente apodittiche o apoftegmatiche; b) nel sostituire ad esse le definizioni date dal Dictionnaire de la langue française di Émile Littré; c) quindi nell'ottenere, attraverso continue trasformazioni, l'equivalenza finale delle due parole e/o delle due frasi.
 Sarà bene precisare che il metodo della "production automatique" non va confuso con l'"écriture automatique" dei Surrealisti: quest'ultima, affermano Bénabou e Perec, non ha niente di automatico, poiché legata più al "rilassamento" che al "movimento". La definizione stessa di automatismo implica, non tanto l'assenza di ogni controllo razionale, quanto una costruzione rigorosa che porta in sé il principio del proprio movimento. 
 In questo senso, i lavori del P. A. L. F., di cui il L. S. D. (Littérature Semi Défitionnelle) ed il L. S. A. (Littérature Sémantique Analogique) non rappresentano che fantasiose varianti (Bénabou, 1989, p. 26, p. 85 ), appartengono a quella tradizione letteraria illustrata, tra gli altri, da Raymond Roussel il quale muove dall'analogia fonica o, al contrario, dalla disarticolazione fonica d'una frase per costruire i suoi racconti.
 Fra i "plagiaires par anticipation" del P. A. L. F., come ricorda lo stesso Bénabou, vi sono Raymond Queneau con i suoi esercizi di "letteratura definizionale", ma soprattutto lo scrittore inglese, d'origine polacca, Stefan Themerson, inventore della cosidetta "Poesia Semantica", che fin dal 1945, in alcune parti di un curioso racconto intitolato Bayamus, si diverte a sostituire le parole-chiave di una canzone intitolata "Vive les étudiants" e quelle della poesia cinese "Bere sotto la luna" di Li Po con la loro definizione.
 Strana coincidenza (si fa per dire!) vuole che in Italia Stefan Themerson sia una scoperta de il Caffè che pubblica, fin dagli anni sessanta, insieme a numerosi disegni della moglie Franciszka, molti testi dello scrittore inglese fra cui, oltre ad un bel saggio su Gli ideogrammi di Apollinaire (n. 1, 1970), proprio La storia di Bayamus (n. 4, 1963) dove si narra la vita di una specie di mutante con tre gambe (per gli altri scritti: il Caffè, n. 3, 1962; n. 1, 3, 1963; n. 1, 4, 1964; n. 5, 1967). 
 Resta da aggiungere che, secondo Bénabou, il metodo del P. A. L. F. si differenzia da tutti gli altri simili perché introduce, nella catena troppo rigida delle definizioni, la possibilità di "une légère dérive" che può distruggere il sistema delle costrizioni, di uno scarto giocoso e liberatorio che Perec ha chiamato clinamen (nella fisica epicurea, una deviazione spontanea degli atomi), principio di cui egli ha fatto un uso magistrale nelle sue opere oulipiane, e specialmente ne La vita istruzioni per l'uso (1978). Di passaggio noteremo che già in Alfred Jarry troviamo un riconoscimento dell'importanza de "la bête imprévue Clinamen" di Epicuro, filosofo che per primo ha osato mettere "un'indeterminazione" al centro di ogni possibile spiegazione del mondo (Arnaud, 1967).
 Al termine della sua nota informativa sull'attività dell'Oulipo, Vicari comunica che "le sedi radiali de 'il Caffè' di Reggio Emilia [Corrado Costa? Giulio Bizzarri?], di Ca' Gallo (Urbino) [località della casa di campagna di Vicari chiamata "Casino del Sole"], e di via Andrea Costa (Bologna) [Adriano Spatola?] stanno attrezzando laboratori dove verranno collaudate esercitazioni di tal genere, su materiali nostrani."
 I primi semi dell'oulipismo italiano sono così gettati. A tenere i contatti con il "gruppo madre" di Parigi è naturalmente Italo Calvino, nominato dall'Oulipo "invité d'honneur" il mercoledì 8 novembre 1972 e poi "membre étranger" il mercoledì 14 febbraio 1973 (Bénabou, 1990, p. 41).
 Da lì a qualche anno sarà fondato l'Istituto di Protesi Letteraria (I. P. L.) italiano.

 5. Preparatorio alla costituzione dell'I. P. L., si apre un dibattito intorno alla letteratura combinatoria (la definizione risale al 1961 ed è di François Le Lionnais nella postfazione ai Cent Mille Milliards de Poèmes di Raymond Queneau) che coinvolge Italo Calvino, Giambattista Vicari e Cesare Milanese sulle pagine de il Caffè.
 Lo spunto per la discussione è offerto da un articolo di Calvino   "Appunti sulla narrativa come processo combinatorio"   apparso sul n. 46 47 del 1968 della rivista Nuova Corrente (ora anche in versione ampliata in Calvino, 1980, pp. 164 181). 
 In esso, dopo aver accennato, da un lato, ad alcune analisi in cui le possibilità narrative sono assunte come il risultato di un gioco combinatorio (gli studi di Vladimir Jakovlevic Propp sulle fiabe russe, quelli dei formalisti russi e della scuola semiologica di Roland Barthes insieme al lavoro creativo degli scrittori del gruppo Tel Quel e naturalmente dell'Oulipo francese) e, dall'altro, alla nuova tendenza in atto nella cultura contemporanea di vedere il mondo sempre più come discreto, nel senso matematico del termine, cioè composto di parti separate, e non come continuo (il riferimento è ai modelli interpretativi di scienziati come Claude Shannon, Norbert Wiener, John Von Neumann, Alan Turing, Noam Chomsky, Julien Algirdas Greimas, ecc.), Calvino s'interroga sul senso della letteratura.
 Essa non si risolve in un problema d'ispirazione discesa da chissà quali altezze o d'intuizione pura o di rispecchiamento delle strutture sociali o di presa diretta della psicologia del profondo, come vogliono le varie estetiche del novecento. È piuttosto "un'ostinata serie di tentativi di far stare una parola dietro l'altra seguendo certe regole definite, o più spesso regole non definite né definibili ma estrapolabili da una serie di esempi o protocolli, o regole che ci siamo inventate per l'occasione cioè che abbiamo derivato da altre regole seguite da altri". 
 In queste operazioni, continua Calvino, la persona io si frammenta in figure diverse, in un io che sta scrivendo e in un io che è scritto; l'io dell'autore nello scrivere si dissolve, tende a scomparire (si avverte qui l'eco delle teorizzazioni di Umberto Eco sull'opera aperta).
 Ma se la letteratura è un gioco combinatorio che segue le possibilità implicite nel proprio materiale, indipendentemente dalla personalità del poeta, va detto anche, aggiunge Calvino, che tale gioco ad un certo punto si carica di significati inattesi, di effetti imprevisti (il clinamen perechiano), come nel procedimento del gioco di parole.
 Nell'esempio caro a Calvino, ciò succede anche al narratore della tribù che "procede imperterrito a permutare giaguari e tucani, fino al momento in cui da una delle sue innocenti storielle esplode una rivelazione terribile: un mito, che esige d'essere recitato in segreto e in luogo sacro", mito che tende subito a cristallizzarsi, a comporsi in formule fisse.
 La letteratura si eleva allora a sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio, diventa uno strumento per navigare nel mare del non dicibile. La sua linea di forza risiede nel dare la parola a tutto ciò che nell'inconscio sociale o individuale è rimasto non detto. È per questa via di libertà aperta dalla letteratura, attraverso un insieme variegato di giochi combinatori che si vestono di contenuti preconsci, che gli uomini   conclude Calvino   acquistano lo spirito critico e lo trasmettono alla cultura e al pensiero collettivo.
 Sul n. 2 3, 1969 de il Caffè, che non a caso riporta un esempio di letteratura combinatoria, il famoso Un racconto a modo vostro (1967) di Raymond Queneau, sia Vicari (Il significato inatteso) che Milanese (Dal processo combinatorio alla teoresi mitopoietica) discutono l'articolo di Calvino.
 Il primo per sottolineare come la lotta della vera arte, sempre compiuta per allargare all'infinito il potere dell'immaginazione, sia protesa verso l'indicibile, il significato inatteso. Ma precisando che, se non si vuole produrre soltanto degli automatismi formali di mera tradizione manieristica spingendo il pedale delle permutazioni molteplici, bisogna proporsi sempre di ordire una burla alla ricerca dell'imprevisto, come insegnano Gadda, Palazzeschi, Delfini e per l'appunto Calvino e Queneau.
 Il secondo per rimarcare in primo luogo i limiti della letteratura del rispecchiamento, giudicata decadente in quanto sottrae alla mente la fiducia nel proprio potere di giudizio e nella propria facoltà di trasformazione del reale; secondariamente, proponendo di allargare la nozione di processo combinatorio a quella di "modello", poiché la realtà che l'artista veramente inventa non è l'opera, ma lo strumento, l'"organon" che rende possibile l'opera: un modello appunto, una macchina; infine, ricordando che lo scrittore, di qualunque fabula parli, alla fine si riduce a parlare sempre di una sola ed unica cosa: la storia del proprio processo di individuazione.
 Nella sua risposta, in forma di lettera (il Caffè, n. 5 6, 1969), Calvino sottoscrive le preoccupazioni espresse da Vicari sui pericoli di tecnicismo nell'"ars combinatoria", anche se osserva che "il ripetitivo cui vuoi sfuggire poi lo ritrovi come significati elementari e immagini primarie, cioè non altro che strutture mitiche fondamentali, che il linguaggio continuamente veicola, cela e rivela." Comunque, anche per Calvino non va dimenticata l'importanza del gioco, dell'aspetto ludico utile a dissolvere "la gravità sempre ideologica che tende a cristalizzarsi attorno ai discorsi letterari". Quanto al "modello operativo (l'organon)" di Milanese, propone di chiamarlo modello spastico, nel senso in cui l'aggettivo "spastico" è usato da Carlo Emilio Gadda, ovvero per qualificare le deformazioni dell'espressione letteraria vista come "tensione (o spasmo) poetica", "tensione spastica dell'intelligenza dell'autore e del lettore".
 Prima della risposta di Calvino, va segnalato un altro articolo che, in modo creativo, s'inserisce a pieno titolo nella discussione sulla "letteratura combinatoria". Si tratta delle Esplorazioni d'ingegneria letteraria di Gabriel Zaid, poeta ed ingegnere "economista" messicano arrivato alla rivista tramite lo scrittore spagnolo Max Aub (il Caffè, 5 6, 1968).
 Il fine ultimo delle "esplorazioni" di Zaid è dimostrare: 1) che esiste solo un numero finito di buoni sonetti che si può produrre meccanicamente, cioè con l'aiuto di un cervello elettronico; 2) che il famoso Teorema di Max Aub ("se io ho due genitori, e ognuno di essi a loro volta ne ha altri due, e così via, il numero dei miei antenati è immenso; la popolazione dunque era una volta più numerosa di adesso") è fallace. Vengono inoltre date istruzioni su come fare poesia di protesta e su come automatizzare l'industria dell'elogio. Per finire, si tracciano le linee di un nuovo gioco chiamato "La Bambola di Carta" che consiste nel prendere una recensione, nel ritagliare il titolo del libro recensito insieme al nome dell'autore e ad altri connotati delatori ed infine nell'applicarli ad un altro libro.

 6. Dopo queste prime avvisaglie teoriche, e l'uscita estemporanea, dal sapore perechiano, di due cruciverba letterari attribuibili a Pier Francesco Paolini (il Caffè, n. 3 4 e n. 5 6, 1971), allo scoccare del ventesimo anniversario della rivista, nasce presso la sede dell'Accademia degli Informi in Cal Porcaro di Urbino, su licenza del gruppo francese dell'Oulipo, l'Istituto di Protesi Letteraria che inizia la sua attività come Seminario Permanente di Letteratura Sperimentale.
 La terminologia è quella coniata da François Le Lionnais nel secondo Manifesto dell'Oulipo, là dove si dice:
[...] spero mi si consenta di porre l'accento su una fondazione che sembra, ma sembra soltanto, modesta. Si tratta dell'Istituto di Protesi letteraria. Chi non ha avvertito leggendo un testo (qualunque ne sia la qualità) l'interesse che ci sarebbe a migliorarlo con qualche ritocco pertinente? Tutta la letteratura mondiale dovrebbe essere oggetto di protesi numerose e giudiziosamente concepite. (François Le Lionnais, "Le second manifeste", in Oulipo, 1973, p. 22; trad. it. p. 25).

 L'annuncio della "data storica" (così si esprime la rivista) compare sul numero triplo 4 5 6 del settembre ottobre-novembre 1973 de il Caffè dove, fra l'altro, si riportano le prime adesioni al neo-nato Istituto: Guido Almansi, Alfredo Giuliani, Saverio Vòllaro, Giambattista Vicari, Carlo Contreras, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Corrado Costa, Luigi Malerba, Nico Orengo, Giorgio Celli, Cesare Landrini.
 In data 8 febbraio 1974, Calvino scrive a Vicari da Parigi:

Caro Vicari,
i membri dell'Ou.li.po. sono stati molto contenti del proclama del Caffè (il titolo Una data storica li ha entusiasmati) e François Le lionnais mi ha pregato di chiederti di mandargli una dozzina di copie del numero 4/5/6 da distribuire tra gli oulipiani.
 (Forse una dozzina è esagerato: pensando che il pagamento oltrefrontiera può essere complicato e che nessuno dell'Ou.li.po. capisce una parola d'italiano, credo vada bene mandargli 4 o 5 copie, riservando un invio più nutrito per un numero del Caffè in cui i contributi dell'Istituto di Protesi siano più robusti).
 L'indirizzo è: M. François Le Lionnais 23, Route de la Reine 92100 Boulogne-sur-Seine. È un personaggio molto simpatico: matematico, campione di scacchi, patafisico, oltre che fondatore con Queneau dell'Ou.li.po.
     Un caro saluto
      tuo
       Calvino

(lettera appartenente all'"Archivio de il Caffè", per gentile concessione di Anna Busetto Vicari)
 

 Riguardo alle finalità dell'Istituto, si parla della "produzione automatica di letteratura italiana", di "un'azione da compiersi nella sfera e secondo gli stimoli della genetica combinatoria" che, com'ha scritto Calvino, "smuova l'enciclopedia del possibile", di "una disponibilità intellettuale e spirituale che possa consentire un automatismo distensivo e liberatorio in questi truculenti tempi di tensioni [non gaddianamente spastiche, bensì] velleitarie e di problematiche gelide".
 Il programma dell'Istituto si articolerà, secondo le intenzioni dei suoi fondatori, in una serie infinita di generatori inimmaginabili di cui si offre un primo elenco di esempi, ripresi dall'edizione Gallimard 1973 dell'antologia oulipiana La littérature potentielle (Créations Re-créations Récréations): Intarsi, Centoni, Olorime, Zagagliamenti, Crittografie, Giochi polisemici, Poesie tangenti, Racconti intersecati, Racconti a cassetti, Tautogrammi o Circoli Viziosi, Versi eurofallici (croissants), Contrazioni alfabetiche, Teste coda anastrofiche, Permutazioni, Poesia antonimica, Lipogrammi, Chimere, Tautofonie, Racconti diramati, Trasformazioni per proiezione, ecc.
 Accompagna il lancio della fondazione dell'I. P. L. italiano un primo esempio di protesi letteraria: a firma di G.[uido] Cer.[onetti] riprende il volo l'aforistico balbettìo linguistico demenziale della Nuova Vaselina Sinfonica:

Proustituta: meretrice che è anche lettrice di Proust.
Lisbica: lesbica libica.
L'imperatrice Deodora di Busanzio. Circo Culo.
È l'ora del prepuziolo; ci nutriremo di glande.
Il supplemento erotico dell'Osservatore Romano: Il Voyeur Romano.
Un testimone (di Geova) nel carcere di reBibbia.

(Guido Ceronetti, "Nuova Vaselina Sinfonica", il Caffè, n. 4 5 6, 1973, p. 27)

 Da segnalare, su quello stesso numero, all'interno di una piccola antologia consacrata alla ricorrenza del centenario manzoniano, un intervento di Cesare Landrini dove, sulla base di un falso inedito proveniente dal Fondo Imbonati Malpighi, si attribuisce ad Alessandro Manzoni un gioco tipicamente oulipista. Soffrendo di una particolare forma di nevrosi intellettuale ("slittamento ansioso"), il grande scrittore lombardo si sarebbe divertito a sostituire nel famoso attacco: "Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi" del capitolo VIII de I Promessi Sposi le parole suggeritegli dall'inconscio con quelle successive e/o precedenti del vocabolario sortendo, sulla scia del metodo s ± 1, l'effetto che segue: 

Addipanare montiano sorgentifero dall'acquacedrata ed elevatore al cifosi cimanalisi Inelegante notizia a chiacchiera; cresima tozzo voglioso.

oppure applicando sempre le regole di slittamento del medoto s ± 1:

Addimostrare montessoriano sorella dallato a cotiledone d'elevatezza al ciellenista cilindroide inefficiente notocorda a chetone. Di crescione trabacca voialtri (Cesare Landrini, "Addio monti", il Caffè, n. 4 5 6, 1973, p. 128).

 Successivamente, nel corso del 1974, sulle pagine di alcuni numeri della rivista (il Caffè: n. 2 3; n. 7 8; n. 10; n. 11) si aprono delle "finestre" che annunciano la preparazione di un fascicolo de il Caffè dedicato all'Oulipo francese, con testi inediti scritti per l'occasione e l'aggiunta di un'appendice, curata da Giambattista Vicari con la supervisione di Jean Lescure (membro storico dell'Oulipo, inventore del "metodo S + 7"), di testi "oulipisti" italiani.
 Nonostante le ripetute promesse, l'antologia degli scritti degli oulipisti francesi non vedrà mai la luce.
 In attesa di una messa a punto del materiale per la presentazione italiana da parte dell'Istituto parigino, escono sul n. 5 6, 1975 della rivista i primi lavori dell'I. P. L. italiano e cioè: Mongòlital e Bacedìfo di Giampaolo Dossena; il Saggio di letteratura pitagorica. Il numero segreto delle "Città invisibili" di Italo Calvino di Cesare Milanese; Giocate con me[erda] di Saverio Vòllaro, quindi L'ipotesi nodulare di Cesare Landrini ed infine altri frammenti della Nuova vasellina sinfonica di Guido Ceronetti.
 Successivamente, sul n. 2, 1977, gli esercizi dell'I. P. L. si arricchiscono de I neologissimi di Luigi Malerba e de Il Dahlia Anagrammatico. Saggio strutturale di Gianni Nicoletti. Sul n. 3, 1977 escono poi 3 esercizi di protesi letteraria e 1 esercizio letterario di protesi politica ancora di Saverio Vòllaro ed un altro saggio di Giampaolo Dossena intitolato Le cerniere del colonnello.
 L'I. P. L. nasce sotto gli auspici dell'Accademia degli Informi di Roma e del Laboratorio di Scrittura di Urbino. Quest'ultimo è un Istituto di ricerca e analisi del discorso che opera presso l'Università di Urbino. Il suo Consiglio Direttivo, formato dai professori Bruno Gentili, Pino Paioni e Mario Petrucciani, è presieduto da Carlo Bo, a suo tempo (10 settembre 1959) nominato da Antonio Delfini Gran Conservatore Agostiniano dell'Accademia degli Informi. Del Laboratorio di Scrittura è direttore Giambattista Vicari, docente alla scuola di giornalismo dell'Università di Urbino (per alcune notizie sul Laboratorio di Scrittura: il Caffè, n. 3 4, 1972).
 In qualità di corrispondente dell'Oulipo di Parigi, l'I. P. L. è presentato come "il risvolto per così dire 'tecnico' dell'azione che 'il Caffè' va perseguendo da oltre vent'anni nel tentativo di rinnovare i registri del nostro organo letterario" (il Caffè, n. 5-6, 1975, p. 26).
 In questo senso, vengono accomunati nell'attività di sperimentazione dell'I. P. L., in alcuni casi forse troppo generosamente, altri scrittori come Gaio Fratini, Gianni Celati, Augusto Frassineti, Guido Almansi, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, Antonio Pizzuto, Umberto Eco, Alfredo Giuliani, Corrado Costa, Vico Faggi, Giordano Falzoni, Giuliano Gramigna, Carlo Contreras, Pier Francesco Paolini, Franco Palmieri, Nino Ravenna, Luigi Brioschi, Gianni Rodari, Umberto Simonetta, Antonio Tabucchi, Mario Biondi, Giuseppe Bonura, Aldo Buzzi, Giuseppe Conte, Italo Cremona, Roberto Mazzucco, Gianni Nicoletti, Nico Orengo, Marilla Battilana, Anna Mongiardo, ecc. (il nome di Italo Calvino figura fra quelli dell'Oulipo francese). 
 Sempre sul n. 5-6 del 1975 de il Caffè, nella breve presentazione non firmata che accompagna i testi dell'I. P. L., viene avanzato il proposito di "una riunione congiunta, qui in Italia, di operatori dell'OuLiPo e dell'Istituto di Protesi Letteraria" da attuarsi al più presto, di cui però non si hanno notizie.
 Il riconoscimento di un'adesione allo spirito dei giochi oulipistici più ampia di quella sancita dalle macchinose vie tipografiche è importante. Ancor più se si pensa che non di rado Giambattista Vicari si dimentica di apporre il marchio dell'Istituto là dove non avrebbe sfigurato. Così che testi che alla "protesi letteraria" appartengono de iure finiscono per restare misteriosamente privi di un'omologazione ufficiale. 
 Ne sono un esempio eclatante il celebre Piccolo sillabario illustrato di Italo Calvino, ispirato al Petit abécédaire illustré (1969) di Georges Perec, e gli Pseudobifronti di Giampaolo Dossena, entrambi usciti sul n. 1, 1977 della rivista senza l'etichetta dell'Istituto.
 Altri esempi d'"involontaria omissione di protesi" potrebbero essere rintracciati. Fra questi, forse, i Versi in proprio e mistraduzioni di Guido Almansi (il Caffè, n. 7 8, 1974), comprendenti una "ri-scrittura" de L'infinito leopardiano:

Colle Cor Guardo Immensità Mare Orizzonte
Parte Pensier (2) Piante Quiete Siepe Silenzio
Spazi Stagioni Suon Vento Voce

Annega Comparando Esclude Fingo Fu
Mirando Ode Naufragar Sedendo Sovvien
Paura Stormir Vo

Caro Dolce Ermo Eterno Infinito Indeterminati
Mio Morte Poco Presente Profondissima
Questo Tanto Ultimo Viva

Così Là Dove E (10) Ma

Io (2) Lei Mi (4) Quella Quelle Quest'
Questa (2) Queste Si

A Da (2) Dell' Di (2) Fra In Nel
Per Tra

Il (6) L' La Le

ed alcune "mistranslations" come questa da John Keats:
 

Ode on Melancholy    Ode alla Malinconia

No, no! go not to Lethe,   Non, no! va' no' 'ntel Lete
neither twist.     E bala minga el twist.

(Guido Almansi, "Versi in proprio e mistraduzioni", il Caffè, n. 7-8, 1974, pp. 12-15)

 Sebbene sprovvisti della griffe di riconoscimento, potrebbero appartenere all'I. P. L. anche i Colloqui intimi fra l'ermafrodito e l'androgino di Corrado Costa (il Caffè, n. 4, 1975) disseminati di giochi di parole sul tipo di questi: 

- Stavo per pestare una biscia.
- Con la b?
- No, non con la b, con il tallone. Io bestavo la biscia con il tallone e la biscia languiva.
- L'anguis, languiva?
- Sì, sì, languiva languidamente, l'anguisdemente. Era una cosa biscia, una melmosa liscia che dilagava, dileguava per terra.
[...]
- Attenzione alla biscia, che t'imbiscia addosso.
- Non si poteva trattenere era tutta liscia, scorreva via, filtrava attorno senza fibra.
- L'esangue angue.
- L'angue che langue.
- La langue langue.
- La lingua langue.
- La lingua è languida.
- La lingua è liquida.

(Corrado Costa, "Colloqui intimi fra l'ermafrodito e l'androgino", il Caffè, n. 4, 1975, pp. 22-23)

 Del resto, in alcuni numeri de il Caffè (ad esempio n. 1 e n. 2-3, 1974), fra gli annunci riguardanti i "Testi per l'Istituto di Protesi lett.[eraria]", vengono segnalati dei Logogrifi di Corrado Costa. Tuttavia, per una corretta attribuzione all'I. P. L., senza prove e confessioni in carta da bollo, meglio - come suggerisce il noto aforisma di Wittgenstein - tacere.

 7. Sulla natura dei testi legati a questa prima esperienza di "protesi letteraria" italiana, ci limiteremo a notare che, in gran parte, essi mostrano, rispetto a quelli francesi rigidamente strutturati in una ragnatela di regole vincolanti, una maggiore propensione verso l'effetto ludico, verso lo slittamento comico. 
 Si pensi ad esempio agli aforismi di Guido Ceronetti: 

Tra i filologi c'è la crisi del Petronio.
Andiamo al mare a farci due risacche.
Regaliamo a Strehler un paio di brechtelle.

(Guido Ceronetti, "Nuova Vasellina Sinfonica", il Caffè, n. 5-6, 1975, p. 63)

oppure ai neologissimi di Luigi Malerba:

Motònomi. Si distinguono dagli autonomi soltanto per un dato esteriore: mentre gli autonomi si spostano in automobile, i motonomi viaggiano in motocicletta.

Pseudogàdda. Adottato per la prima volta da Giambattista Vicari a proposito di un testo autentico, ma non firmato, di Carlo Emilio Gadda (autenticato da Gian Carlo Roscioni) pubblicato su il Caffè n. 1 del 1969. Si può usare anche, in modo ancora più pertinente, per quegli imitatori del gran lombardo che hanno sempre evitato con cura di citare il loro modello.

Scemiologìa. Scienza generale degli scemi, da non confondere con la semiologia, scienza generale dei segni.

Vaffancàrlo. Imprecazione composita con suffisso variabile (vaffan giulio, vaffan giorgio, eccetera). Il messaggio acquista efficacia con l'identificazione del destinatario.

(Luigi Malerba, "I neologissimi", il Caffè, n. 2, 1977, pp. 10-12)

o al coprogioco di Saverio Vòllaro il cui meccanismo consiste nello scegliere parole che comincino con la lettera D o con vocale e farle precedere dalla particella mer, e nello scegliere parole che, per affinità di suono, siano capaci di "inglobare" le suddette due particelle (ad esempio: commerdatore) oppure infine ad alcuni esercizi - sempre del Vòllaro - giocati sul filo del tautogramma:

"Letterario" di protesi politica in "pe" e "p"

Parecchi personaggi politici d'un partito pervicacemente al potere, ma poco pratici e previdenti, reputarono di prelevare dalle pensioni dei poveracci l'importo indispensabile per coprire una pesante passività e presentarono una proposta proprio puzzolente: il pensionato non può produrre e, appecorandosi in posizione di preghiera permanente, prenderà le poche palanche periodiche ripudiando ogni opera in più, sia pure indispensabile per sopravvivere.

(Saverio Vòllaro, "3 esercizi di protesi letteraria e 1 esercizio letterario di protesi politica", il Caffè, n. 3, 1977, p. 13)

 Con Cesare Milanese, Cesare Landrini e Gianni Nicoletti, entriamo nel campo della saggistica ri creativa, essendo quello del primo un "saggio di letteratura pitagorica", quello del secondo un "saggio tecnico scientifico" e quello del terzo un "saggio strutturale". 
 Attraverso un procedimento trasformazionale operato sull'indice preposto a Le città invisibili (1972) di Italo Calvino, Milanese ottiene il numero finale 666, numero indicante la Bestia dell'Apocalisse la cui presenza invisibile determina il senso generale del libro calviniano (in una lettera privata a Milanese, Calvino giudicò interessante questo scritto perché contribuiva a liberarlo dall'etichetta d'illuminista, diventata ormai un luogo comune).
 L'"ipotesi" su cui ruota il lavoro di Landrini è che, una volta individuate le caratteristiche nodulari di un soggetto, i relativi collegamenti tra noduli e le aree di conoscenza, sia facile confezionare un messaggio capace di essere recepito appieno (per "nodulo", situato in un luogo ben preciso del corpo umano, s'intende la quantità di conoscenze, pregiudizi, informazioni e tabù esistenti su uno specifico elemento generale della vita quotidiana: agilità, attenzione, insicurezza, virilità, ecc.). La trama di un racconto o di un romanzo o di una poesia verrà quindi scelta a seconda delle zone che si vogliono colpire. In questo modo la letteratura cesserà di essere fraintesa come scrittura e diverrà azione, causa motrice poiché ad ogni iniziativa conseguirà sempre una reazione. 
 Sull'anagramma del nome Hadaly (= Dahlia), l'automa femminile del romanzo Eva futura (1886) di Philippe Auguste Mathias conte di Villiers de l'Isle Adam, ruota invece il saggio di Nicoletti, in cui le lettere dell'alfabeto ed i simboli numerici corrispondenti assumono insospettabili valori semantici.
 Più strettamente implicati nello schema dei giochi oulipistici appaiono infine i contributi di Italo Calvino e di Giampaolo Dossena.
 Per quanto riguarda Calvino, assiduo collaboratore della rivista, il Caffè gli dedica nel 1964 un numero quasi monografico (n. 4) contenente alcuni racconti - La distanza dalla Luna, Sul far del giorno, Un segno nello spazio, Tutto in punto - tratti da Le Cosmicomiche, con disegni di Chago ed una nota dello stesso Calvino, insieme ad articoli di André Pieyre De Mandiargues, François Wahl e Stefan Themerson. In una lettera del 9 marzo 1963 indirizzata a Giambattista Vicari, Calvino scrive:

la tua proposta di dedicarmi un numero del Caffè mi ha lasciato oltre che commosso e grato e inorgoglito, anche un po' sbalordito. Avete fatto il numero per Palazzeschi, che compie 77 anni, mentre io ne compio solo (al prossimo ottobre) 40. (Calvino, 1991, p. 429)

 Sul Piccolo sillabario illustrato, in particolare, sappiamo che fu stimolato dalla proposta di un'edizione italiana del libro Oulipo, La littérature potentielle (1973) avanzata nel 1975 da Ruggero Campagnoli e da Yves Hersant all'editore Einaudi, ma realizzata solo dieci anni più tardi per la Clueb di Bologna nella collana "Biblioteca di Sisifo", diretta dallo stesso Campagnoli e da Gualtiero Calboli, come si legge in Campagnoli, 1987.
 Più in generale, possiamo distinguere, come fa Marcel Bénabou (Bénabou, 1990, p. 42), la produzione del Calvino oulipista in due gruppi di lavori. Da un lato, una serie di testi relativamente brevi fra i quali, oltre al già citato Piccolo sillabario illustrato, figurano: Poème à lipogrammes vocaliques progressifs (1977), in omaggio a Raymond Queneau, apparso sul n. 4 della Bibliothèque Oulipienne (Oulipo, 1990, vol. 1, p. 63), pubblicato in italiano per la prima volta in Dossena, 1979, p. 61 ed ora anche in Dossena, 1988a, pp. 89-90; Extension sémantique de la méthode S + 7 in Oulipo, 1981, pp. 169-170; ed infine la poesia Georges Perec, oulipien sull'opuscolo n. 23 della Bibliothèque Oulipienne dedicato "A Georges Perec" (Oulipo, 1990, vol. 2, p. 110). Dall'altro, spiccano due grandi romanzi: Il castello dei destini incrociati (1973) e Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979). Sulla struttura e sulle regole che stanno alla base dei dieci "inizi" di quest'ultimo romanzo Calvino si sofferma in Comment j'ai écrit un de mes livres (1978) uscito sul n. 20 della Bibliothèque Oulipienne (Oulipo, 1990, vol. 2, pp. 26 44) e nell'articolo Se una notte d'inverno un narratore apparso sulla rivista Alfabeta (Calvino, 1979, pp. 4-5) (su Calvino ed i giochi di parole ancora: Palmarini, 1985; Dossena, 1987-1988).
 Fra i progetti oulipisti non realizzati da Calvino, Bénabou ricorda Les mystères de la maison abominable, un testo a base informatica da trasformare in un racconto o romanzo intitolato L'ordre dans le crime, in cui quattro personaggi perversi perpretano 12 crimini lasciando al lettore il compito di scoprire "chi ha commesso che cosa". Questo progetto è descritto da Calvino nel capitolo 5 "Prose et anticombinatoire" dell'Atlas de littérature potentielle (1981, pp. 319-321). Vi sono poi l'idea di riscrivere l'Amleto cominciando dalla fine e l'Odissea immaginando un Ulisse assolutamente incapace di muoversi (ritroviamo l'Amleto e l'Odissea in primo piano nella riflessione di Calvino su I livelli della realtà in letteratura, saggio del 1978, ora in Calvino, 1980, pp. 310-323).
 Com'è noto, nei 19 esercizi di sillabario, per limitare il nostro discorso all'esperienza oulipista de il Caffè, Calvino compone altrettante storie la cui chiave di lettura è data da un altro testo di poche sillabe a sua volta equivalente dal punto di vista fonetico alla successione di una consonante e delle cinque vocali come avviene per l'appunto nei sillabari. Ad esempio:

CIA - CE - CI - CIO - CIU

L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei generi alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.

(Italo Calvino, "Piccolo sillabario illustrato", il Caffè, n. 1, 1977, p. 9)

 Ripubblicando nel 1978 il Piccolo sillabario illustrato nell'opuscolo n. 6 della Bibliothèque Oulipienne (Oulipo, 1990, vol. 1, pp. 97-121), Calvino adottò per la lettera p (PA - PE - PI - PO - PU) la soluzione avanzata nel 1977 da Tristam, alias Giampaolo Dossena, nella rubrica "I giochi" della rivista di fumetti alter alter in cui si legge:

Vi prego di ricapitolare attentamente: leggevo Desiderius Papp, e Pippo, pùm, mi salvò dalla disperazione. Papp, e Pippo, pùm, PA - PE - PI - PO - PU, è una storia vera, ma  è anche un gioco che ho inventato io nel settembre 1943 (Dossena, 1977, p. 75).

 Impegnato a mettere ordine in quel vasto territorio traboccante di trabocchetti che è l'immaginario linguistico troviamo, fra i collaboratori de il Caffè, Giampaolo Dossena, il cui nome è indissolubilmente legato all'invenzione del Bacedìfo.
 Nel saggio Mongòlital e Bacedìfo (ora in una nuova versione: Dossena, 1992b), Dossena si occupa di lingue "inaudite, inventate, mostruose" ed in particolare del mongòlital o italiano mongoloide, lingua congetturale ottenuta attraverso il procedimento del Bacedìfo. Secondo la definizione di Dossena, l'Ur-bacedìfo (dove il prefisso "ur" sta per il tedesco "antichissimo, primo, originale") è gioco orale o canoro consistente nell'emettere i suoni vocalici di una lingua x secondo il loro ciclo di comparsa nell'ordine alfabetico della lingua in questione, inframmezzati ai suoni consonantici, anche questi secondo il loro ciclo di comparsa nell'ordine alfabetico. In italiano, da b-c-d-f-g ecc., inframmezzando a-e-i-o-u, si ha "b-a-c-e-d-i-f-o-g-u-h-l-e-m-i...". Dalle prime quattro sillabe deriva il nome del gioco. Partendo dalla famosa strofetta:

Garibaldi fu ferito
fu ferito 'n una gamba,
Garibaldi che comanda
che comanda i suoi soldà.

applicando il procedimento sopra descritto, dopo aver eliminato tutte le geminate (le cosidette "doppie"), gli incontri di due o più consonanti diverse, i dittonghi, i trittonghi e gli iati, si arriva a:

Bacedìfo guhalémi
nopuqàre sitovùza,
becidòfu gahelìmo
nupaqéri sotuvàz.

che, scritta in prosa, con l'aggiunta delle lettere mancanti ("considerate, deplorevolmente, alla stregua di 'consonanti'") j, k, w, x, y, diventa: bacedifoguhajekilomunapeqirosutavewixoyuza, testo che, a sua volta, "opportunamente tagliato a fette e spruzzato di segni diacritici", può leggersi: Bacedìfo guhà Jekilòmu. "Napeqìro?" sutàv. "Ewìxo yu zâ!" ed interpretarsi così: Il sovrano chiamò a sé il Grande Sacerdote. "Si sono avverati i presagi?" gli chiese con irruenza. "I tempi sono maturi!". In quanto gioco scritto il Bacedìfo consiste nell'estrarre dalle griglie omonime, attraverso un procedimento di "lettura automatica", parole e frasi di una lingua immaginaria, totalmente sconosciuta, a cui si attribuisce un senso per via di "traduzione immaginaria" ovvero di una lingua congetturale (per l'italiano, il mongòlital), assimilabile alla lingua madre del giocatore, largamente inquinata da echi dialettali o di lingue finitime. Per griglia del Bacedìfo s'intende una successione di lettere ottenuta inframmettendo le vocali di una lingua x alle consonanti, entrambe secondo il loro ciclo di comparsa nell'ordine alfabetico. Naturalmente esistono diverse varianti delle griglie del Bacedìfo a seconda dell'alfabeto adottato (latino-inglese di 26 lettere o latino-italiano di 21 lettere) e della lettura più o meno bifronte dei cicli consonantici e/o vocalici (lettere consonantiche e vocaliche da sinistra a destra o da destra a sinistra; lettere consonantiche da sinistra a destra e lettere vocaliche da destra a sinistra e viceversa).
 Detto questo, soffermiamoci brevemente su un po' di storia del Bacedìfo. Come ricorda lo stesso Dossena, il Bacedìfo scritto o milanese (per la versione orale, risalente all'inverno 1949-1950 o 1950-1951, si parla di Bacedìfo pavese o Ur-bacedìfo) è inventato da un certo Giovanni, dirigente industriale e ex-copywriter, nell'estate (probabilmente fine luglio) del 1965. Successivamente, nel marzo 1972, con una lettera ai Wutki, sigla collettiva dei responsabili di una rubrica di giochi della rivista Linus, il "linguaggio universale" Bacedìfo viene presentato ai lettori della rivista che sono esortati a decifrare questa frase, scritta in Bacedìfo, posta a titolo della pagina: "Wuxa-yezi, bocu da fegi: hoju kale mi no puqare, s'itovú", (Wutki, 1972a, p. 47). Tutto ciò si consuma dopo una serie di puntate dedicate alla divulgazione del gioco oulipista "metodo S + 7", metodo che ha una qualche concretezza, mentre il Bacedìfo, classificabile come una "manipolazione letterale", è "quintessenza di astrazione" (Dossena, 1992, p. 69). Fra gli undici lettori che scrivono ai Wutki per spiegare come hanno capito e apprezzato il gioco del Bacedìfo si distingue il colonnello Mario Zaverio (o Xavier) Rossi, di Mirandola (Modena), già addetto all'Ufficio Cifra del SIM, ateo, robustamente antifascista e antimonarchico, grande amante delle "rimes à l'oeil" ed autore di alcuni epigrammi pubblicati su il Caffè, n. 1 del 1965. Il colonnello ribadisce che il Bacedìfo "si può definire linguaggio universale in quanto chiunque può scriverlo, con risultati identici, su tutta la faccia della terra, purché usi naturalmente il nostro alfabeto latino di ventisei lettere dall'A alla Z" (Wutki, 1972c, p. 40). Le osservazioni del colonnello Mario Zaverio Rossi vanno prese in seria considerazione perché egli, oltre ad assistere alla nascita del Bacedìfo nel 1965, ne è anche, fin dagli anni d'insegnamento presso le cattedre di Messaggi Cifrati e di Istituzioni Retoriche all'Accademia Militare di Modena, il primo vero "artefice" (1913). Di più, nel 1914 la sua carriera viene spezzata proprio perché sorpreso dal Duca di Spoleto mentre fa cantare agli Allievi il Bacedìfo sull'aria della Marcia Reale: "Bacedì foguhà leminò/ puqàre sitovù zà-zà". Fra i possibili precursori del Bacedìfo lo stesso colonnello cita alcuni progettisti di lingue universali del secolo XVIIº come il pedagogista ceco Jan Amos Komensky, il filosofo inglese George Dalgarno e il filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (per la storia del Bacedìfo, oltre ai testi già citati, si vedano ancora una lettera ai Wutki del colonnello Mario Zaverio Rossi in Wutki, 1972b, p. 48, e gli articoli di Giampaolo Dossena su Il Venerdì di Repubblica, 1988b, p. 123; 1988c, p. 178; 1989a, p. 173, contenente il primo haiku in Bacedìfo; 1989b, pp. 144-150; 1989c, pp. 147-149; 1990, p. 138; 1992a, p. 143).
 Lo scritto intitolato Pseudobifronti di Dossena è un affresco, ricco di esemplificazioni e di riferimenti bibliografici, su "uno dei giochi più belli di tutte le lingue alfabetizzate": il gioco del palindromo e del bifronte che il colonnello Mario Zaverio Rossi, dalle cui carte Dossena trae non pochi spunti di riflessione, chiama il Gioco degli Specchi: "specchio limpido come l'occhio d'un fanciullo, il palindromo [anilina-anilina]; specchio appannato da suffumigi faustiani, il bifronte [enoteca-acetone]!". Per quanto riguarda gli pseudobifronti, definiti come una serie di lettere che, lette da sinistra a destra, danno una o più parole, mentre lette da destra a sinistra danno un quid a cui, con opportuna scansione, per lettura automatica e per traduzione immaginaria, si può attribuire un certo significato in una lingua congetturale (ad esempio: brutto = otturb; Paolo = Oloap; ecc), ne riproduciamo uno in versi, costruito su nome e cognome di alcuni letterati italiani, particolarmente significativo:

I tre Bigiùl
i dra', i cnai, Bona i' cul:
«e t’ naròm a slè»

O marèla, allibìs!
a n'à p' mac o nid
oivo borébil.

I cnoll è ba i ram,
i niròtt i vòile
azzèl le boi rad.

I noz na mord n'asséla.

(Giampaolo Dossena, "Pseudobifronti", il Caffè, n. 1, 1977, p. 45)

di cui lo stesso Dossena offre questa traduzione: "I tre Luigioni (Bigiùl accrescitivo-spregiativo di Bigio: tre giovinastri giganteschi, tutt'e tre a nome Luigi, come capita nei paesi)/ dragano, quelle canaglie, Bona (una giovinetta, o una sposa) nel culo (la sodomizzano con impeto da ruspa, da caterpiller)/ «e ti andremo a gelare!» (le dicono: ti faremo rabbrividire vieppiù)./ O piccola madre, allibisci!/ non c'è più al (nel) nido/ (un solo) uovo bevibile./ Le cornacchie sono basse ai (stanno sotto ai) rami,/ i passerotti volano/ in mezzo al bosco rado./ Le noci ci (dativo etico) morde uno scricciolo." (Giampaolo Dossena, "Pseudobifronti", il Caffè, n. 1, 1977, pp. 45-46).
 La trilologia dosseniana progettata nell'ambito dell'I. P. L. si completa con Le cerniere del colonnello, dove "colonnello" sta per il già citato Mario Zaverio Rossi, mentre il termine "cerniera" si riferisce al gioco consistente nell'accostamento di tre parole la terza delle quali ottenuta dalle prime due mediante la formula: xa/bx = ab (esempio: dro-ga/la-dro = gala). Il saggio di Dossena espone i risultati cui egli è pervenuto dopo l'esame di un quaderno del colonnello Mario Zaverio Rossi intitolato Apologia dell'aplologia, una specie di diario di ricerca, iniziato il 30 settembre 1930, sulla classificazione e "codificazione antinomenclatoria" di alcuni giochi di parole, culminante nella proposta di raggruppare sotto l'unico nome di cerniera le quattro filiazioni della sciarada incatenata (ax/xb = axb come in prete/tesa = pretesa) e cioè:

1. ax/xb = ab (casco/scovolo = cavolo) lucchetto
2. xa/bx = ab (droga/ladro = gala)  cerniera
3. xa/xb = ab (sciame/scialo = melo)  lucchetto alterno, secondo Musetti, 1970, p. 157.
4. ax/bx = ab  (pesche/lische = peli)  lucchetto alterno, secondo Paracelso, 1964, p. 53.

accompagnate rispettivamente dagli aggettivi, dedotti da "certe elucubrazioni della retorica classica", anadiplosico (1), epanadiplosico (2), anaforico (3) ed epiforico (4).
 Nel finale le carte del colonnello Mario Zaverio Rossi contengono le istruzioni per costruire una "macchinetta generatrice di cerniere". Per capire di cosa si tratta serviamoci di un esempio molto semplice esibito da Dossena. Prese quattro parole bisillabiche aventi una combinazione a bifronte sillabico (seme, mese, meno, nome) e disposte secondo i quattro tipi di cerniera precedentemente visti, si ottiene:

1. seme/meno seno
2. mese/nome seno
3. mese/meno seno
4. seme/nome seno

 Al colonnello queste quattro parole-chiave, "incernierate" fra loro, servono da "contrainte" (costrizione) per elaborare un breve testo ludico-letterario:

Il mio seme, come da se stesso mosso, ti viene a cercare; si spande per le terre, le sommerge, giunge a lambirti i piedi, ti sale al seno. Non posso più fare a meno di te. Grido il tuo nome nei deserti. Fra un mese, fra un anno... (Giampaolo Dossena, "Le cerniere del colonnello", il Caffè, n. 3, 1977, p. 48).

 8. L'Istituto di Protesi Letteraria sopravvive al suo pigmalione. Dopo la morte di Giambattista Vicari (1978), vero folletto catalizzatore delle "giocose" istituzioni informe 'patafisico oulipiste, escono ancora due pezzi a nome dell'I. P. L. in una nuova serie (IX) della rivista: Quattro minuti del Giorno del giudizio di Saverio Vòllaro (n. 162, 1980), lungo poema scritto in un linguaggio falsamente dotto, e L'autogenito di Sal Kierkia, alias Salvatore Chierchia, noto anche con il nome di Magòpide nel mondo enigmistico (n. 163 164, 1981), racconto breve basato sul gioco dello shehfu cinese, altrimenti chiamato dai linguisti e dal colonnello Mario Zaverio Rossi (il Caffè, n. 3, 1977) aplologia o più comunemente lucchetto dagli enigmisti, che consiste, come abbiamo già visto, nel legare due parole secondo la formula dell'esempio seguente: LIbro + broDO = LIDO.
 Poi con la definitiva chiusura de il Caffè (dopo il 1981, escono tre numeri coordinati da Cesare Landrini: n. 0, aprile 1985; n. 1, 1 settembre 1986; n. 1, marzo 1988), anche l'Istituto di Protesi Letteraria si scioglie. Almeno formalmente, in quanto movimento "istituzionale".
 Perché, al contrario, lo spirito che ne ha mosso l'esperienza, nonostante l'atmosfera seriosa calata sulla cultura letteraria italiana dopo di allora, le defezioni all'immortalità, i ripensamenti e l'asssenza di figure vicaresche, quello spirito si può dire che... 

gennaio 1993



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
(esclusi i testi apparsi su il Caffè)

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Wutki (1972b), "Confidate i vostri pensieri ai Wutki", Linus, n. 5, p. 48.
Wutki (1972c), "Le epigrafi appassionano più di quanto credano i Wutki", Linus, n. 10, pp. 39-40.

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Il libro Le cerniere del colonnello è stato il primo di una collana da me curata per l'editore Ponte alle Grazie di Firenze. In effetti uscì soltanto un altro testo Bisticci classici di Vincenzo Trambusti, con una nuova appendice di testi latini curata da Paolo Panizza e una postilla di Giampaolo Dossena.
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Su Le cerniere del colonnello la recensione di Maria Sebregondi su L'Indipendente del 21 dicembre 1991.
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Una curiosità. Il 6 ottobre 1981 all'Alliance française di Melbourne Georges Perec tenne una conferenza intitolata "Discussione sulla poesia". Durante il dibattito gli fu chiesto se esistevano gruppi simili all'Oulipo in altri paesi. Perec rispose che ce n'erano in Germania, in America e anche in Italia. Per quest'ultimo paese citò l'"Istituto d'ipotesi [sic] letteraria" che "è - disse - leggermente più scherzoso di noi, ma la cosa non ci dispiace". La stessa espressione - Istituto d'ipotesi [sic] letteraria - Perec usa anche il 29 ottobre sempre del 1981 durante una conferenza, intitolata "Creazione e contraintes nella produzione letteraria", tenuta all'univesità di Copenaghen.
Nella nota 27 a pagina 292 del libro di Georges Perec, Entretiens et conférences, volume II 1979-1981 (Joseph K., Mayenne, 2003), i curatori Dominique Bertelli e Mireille Ribière precisano:
"Il s'agit de l'Istituto di Protesi Letteraria, qui trouve son nom dans "Le second Manifeste" (1973) de François Le Lionnais. Sa naissance est annoncée en septembre 1973, quelques mois après la parution en France du volume collectif  La Littérature potentielle, dans Il Caffè (n. 4-5-6), revue fondée et dirigée par Giambattista Vicari qui accueillera de nombreux travaux du groupe jusqu'en 1977. L'Istituto comprend à ses débuts une douzaine de membres dont Guido Almansi, Giambattista Vicari, Guido Ceronetti et Luigi Malerba. Ses travaux s'inspirent de près des premières productions oulipiennes (voir l'anthologie composée par Paolo Albani en 1991: Le Cerniere del Colonnello), et manifestent comme le note ici Perec une très nette propension à toutes les formes de comique. C'est un groupe différent qui, en novembre 1990 à Capri, créera l'homologue italien de l'Oulipo, l'Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale)".
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Il libro Le cerniere del colonnello è citato anche in Texte nach Bauplan. Studien zur zeitgenössichen ludisch-methodischen Literatur in Frankreisch und Italien (Universitätsverlag Winter, Heidelberg, 2012, p. 29) di Astrid Poier-Bernhard, docente di letteratura presso l'Institut d'études romanes di Graz (Austria).



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