IL
GIOCO
LETTERARIO
TRA ACCADEMICI
INFORMI,
'PATAFISICI
ED OULIPISTI ITALIANI
L'ESPERIENZA
DELL'ISTITUTO DI
PROTESI LETTERARIA*
* Quest'intervento è una
versione corretta ed ampliata dell'introduzione
al libro antologico da me curato Le cerniere del colonnello.
Antologia
degli scritti dell'Istituto di Protesi Letteraria, Ponte
alle Grazie, Firenze, 1991, con testi di
Guido
Ceronetti, Giampaolo Dossena, Cesare Landrini, Cesare Milanese, Gianni
Nicoletti, Saverio Vòllaro, Firenze, Il Ponte alle Grazie, 1991.
Preziose indicazioni ed utili suggerimenti ho ricevuto da Giorgio
Celli,
Giampaolo Dossena, Gaio Fratini, Cesare Landrini, Cesare Milanese,
Martino
Oberto, Pino Paioni ed Anna Busetto Vicari che qui desidero
ringraziare.
1. I lavori dell'Istituto
di Protesi Letteraria costituiscono il
nucleo significativo della prima esperienza "oulipista" nata in Italia
(1973) all'interno di quel formidabile, sebbene ancora misconosciuto e
troppo in fretta dimenticato, laboratorio culturale che fu la rivista il
Caffè, fondata e diretta da Giambattista Vicari
(un'avvertenza:
di seguito parleremo di "testi oulipisti" e non "oulipiani", in accordo
con la terminologia usata da il Caffè, n. 7-8, 1974).
Iniziata, sotto il profilo politico, satirico e letterario, nel
lontano marzo 1953, quando ancora si chiamava Venerdì il
Caffè
e il suo fondatore si firmava Romeo Giardini, l'eccitante avventura
della
rivista di Vicari coinvolse e travolse nel suo vorticoso movimento le
forze
più vivaci del nostro milieu artistico intellettuale.
Tanto per non fare nomi, basti ricordare che annoverò
fra i suoi collaboratori, in epoche diverse e con diversa
assiduità
ed impegno, scrittori come Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda,
Italo
Calvino, Giorgio Manganelli, Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Romano
Bilenchi,
Aldo Palazzeschi, Cesare Pavese, Goffredo Parise, Leonardo Sciascia,
Luciano
Bianciardi, Carlo Cassola, Mario Soldati, Alberto Arbasino, Paolo
Volponi,
ecc.; poeti come Giorgio Caproni, Mario Luzi, Leonardo Sinisgalli,
Attilio
Bertolucci, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani,
Antonio
Porta, Nanni Balestrini, ecc.; critici come Umberto Eco, Walter
Pedullà,
Guido Almansi, Carlo Bo, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi, un certo
Achille
Bonito Oliva, ecc.; satiri come Gaio Fratini, Italo Cremona, Ennio
Flaiano,
Achille Campanile, Carlo Manzoni, Augusto Frassineti, Leo Longanesi,
ecc.;
disegnatori come Jean-Michel Folon, Saul Steinberg, Mino Maccari,
Roland
Topor, Cardon, ecc.
Sulle sue pagine apparvero per la prima volta in traduzione
italiana
frammenti di opere di Max Jacob, Fernando Arrabal, Charles Cros, Julio
Cortazar, Camilo José Cela, Christian Morgenstern (compreso il
famoso
Canto notturno del pesce), Ambrose Bierce, Edward Lear, Jean Tardieu,
Slawomir
Mrozek, Jerome David Salinger, Edward Estlin Cummings, Ezra Pound,
Samuel
Beckett, Henri Michaux, James Joyce, Erik Satie, Louis-Ferdinand
Céline,
Roman Jakobson, Pierre Klossowski, Robert Musil, Karel Capek (nella
traduzione
di Ela Ripellino), Jorge Luis Borges, Robert Walser, Octavio Paz,
Viktor
Šklovskji, Arthur Cravan, Stanislaw Jerzy Lec, Ramón Gomez de la
Serna, Max Aub, Stanislaw Ignacy Witkiewicz, Witold Gombrowicz, Michail
Bachtin, Daniil Charms, ecc.
E l'elenco potrebbe allungarsi, anche se quello che precede,
per quanto parziale, crediamo basti a far emergere l'importanza
dell'opera
di sprovincializzazione sulla cultura italiana, e non solo sul versante
di essa che simpatizzava con il grottesco ed il fantastico, svolta da
il
Caffè e quanto, sotto certi aspetti, la partecipazione alla vita
della rivista significò un viaggio formativo per molti giovani
scrittori
(fra gli altri Gianni Celati, Antonio Tabucchi, Nico Orengo, ecc.) che
su quella tribuna, sempre in procinto di chiudere, non per mancanza
d'idee,
ma per difficoltà economiche, vi avanzarono i primi passi
creativi.
Personaggi che, in quest'ultimi anni, paiono sempre in procinto
di spiccare il volo sulle ali di tardive riscoperte si
pensi
a Rodolfo J. Wilcock, Enrico Morovich, Antonio Pizzuto, Antonio
Delfini,
ecc. su il Caffè erano già felici
conoscenze.
Per i cercatori di radici lontane, il Caffè
rappresenta
una miniera ricca di anticipazioni nascoste. Un esempio per tutti.
Legati
alla rivista furono Anna e Martino Oberto, fondatori di "Ana etcetera"
(1958), una delle prime voci sperimentali che contribuì ad
aprire
la strada alla poesia concreta e vis-iva/ uale in Italia. Gli Oberto,
grazie
ai buoni auspici di Ezra Pound, pubblicarono su il Caffè
un lungo saggio in due parti su La scrittura cinese come mezzo di
poesia
(n. 11 12, 1958; n. 1, 1959) e curarono la presentazione de Le
manifeste
de la poésie lettriste di Isidore Isou (n. 4 5, 1960). Echi
del rapporto arte-scienza, al centro del dibattito sulla "poesia
tecnologica
e visiva", giunsero alla rivista (n. 3, 1961) attraverso l'intervento: La
scienza dell'arte e l'arte della scienza di Lamberto Pignotti,
fondatore
con Eugenio Miccini del Gruppo 70, laboratorio artistico-culturale, a
fianco
del Gruppo 63, della neo-avanguardia italiana.
Non meno interessante, l'attività de il Caffè
in quanto organizzatore di convegni, fra cui ricorderemo, per
importanza,
quello, preparato insieme a il verri di Luciano Anceschi, su:
"Innovazioni
e ritardi nella letteratura italiana d'oggi", tenutosi i giorni 16, 17
e 18 ottobre 1971 a Pesaro.
Si costituì perfino una compagnia teatrale de il
Caffè
(n. 6, 1965) con Gigi Proietti, Gianni Bonagura, Carmelo Bene, Daniela
Nobili e Sergio Graziani, intenzionata a recitare solo su commissione,
al prezzo di 50.000 a notte, "in un salotto, in un solaio, in un'aia e
possibilmente alla presenza della ricca figlia di un mugnaio".
Insomma, tutto questo ci sembra testimoni come l'esperienza de il
Caffè fu qualcosa di più di "un elemento di colore e
di vivacità" nel panorama culturale romano come recita lo
sbrigativo
e liquidatorio giudizio di Alberto Asor Rosa (Asor Rosa e Cicchetti,
1989,
p. 634).
In attesa che trovi presto il suo tacito biografo
già esiste un'antologia fratiniana (Fratini, 1992) e si annuncia
un indice ragionato per mano di Anna Busetto Vicari, figlia di
Giambattista,
laureatasi ad Urbino nell'anno accademico 1987-1988 con una tesi su Il
Caffè di G. B. Vicari a noi interessa rivisitare per grandi
linee la storia de il Caffè in quanto "organo ufficiale"
di tre "giocose" istituzioni poeticamente e programmaticamente
intrecciate
fra loro: l'Accademia degli Informi, l'Istituto romano di Alti Studi
'Patafisici
e l'Istituto di Protesi Letteraria.
2. La prima scaturisce
dalla mente estrosa di Antonio
Delfini,
letterato che in molti si sono affannati a dipingere come un "maudit",
un "irregolare", ma che resta semplicemente un grande scrittore di
presenze
perdute, non apprezzato abbastanza, salvo rari casi, dalla critica del
suo tempo, ed anche dopo.
L'Accademia degli Informi (omonima di quella istituita a Ravenna
nel 1588 e attiva fino a tutto il Settecento) nasce la sera del 14
giugno
1957. Nel suo Discours de réception, con un linguaggio tra il
dada
ed il surrealista, Delfini dichiara:
Signori e Signore, oggi non c'è più niente di valido.
Il mondo non esiste più e prove che il mondo sia mai esistito
non
ce ne sono. Le sole prove valide dell'esistenza di un tempo sarebbero i
sogni. I sogni letterari, artistici, religiosi e politici... Il nostro
programma accademico sarà quello di adattarci alla Rivolta, e
per
non avere fallimenti di tipo borghese (come quelli di Marinetti, Tzara
ed altri) ci rifiutiamo di elaborare un programma. Gli illustri
accademici
da noi nominati, penseranno di indicarci via via le tracce necessarie
per
dare alla Chimera (al mondo, cioè, universale) un senso sempre
più
naturalmente illusorio, ma tale da farci credere per qualche momento in
una realtà da concepirsi sostanziale. (Fratini, 1963, pp.
41-42).
Libera, gratuita,
indefinita, senza sede, per quanto
città
Capitale sia eletta Livorno e capitale provvisoria Roma, senza statuti
né corpo accademico, con un Cancelliere generale nella persona
del
poeta Gaio Fratini, l'Accademia ha come fine abbastanza settario quello
di "restituire al caos il peccato originario della poesia".
La notizia della nascita dell'Accademia degli Informi appare,
in un resoconto redatto dal suo stesso capo conclamato, sul n. 7 8,
1959
de il Caffè che, da quel momento, si assicura
l'esclusiva
di pubblicare le delibere della bizzarra istituzione, successivamente
rinominata
da Delfini "Accademia degli Informati" (il Caffè, n.
10-11,
1959).
E' così che, in una rubrica intitolata "Cronache degli
informi", la rivista registra un fantasmagorico - e perciò
stesso
credibile - elenco di premi fasulli, deplorazioni, condanne,
avvertimenti,
richiami, inviti perentori, diffide, nomine, sospensioni (ad esempio
sospesi
sono: Paolo Pavolini fino a quando dirà "hoha hola" invece di
Coca
Cola, "sciacqui per questo i suoi logori c in un regolare corso di
Chianti";
Ornella Sobrero fino a quando non farà salire sulla sua Topolino
il Presidente in luogo dell'ex-accademico Giuseppe Ungaretti) ed
espulsioni
di accademici, insieme alla costituzione di vari organi come il
registro
del Do Ut Des, in cui annotare gli scambi di favori messi in atto tra
letterati
e letterate, critici poeti e poeti critici, o la Tabella Universale dei
Pedaggi Spirituali.
Il motto dell'Accademia è: "O si fa sul serio o si muore".
Nel settembre 1959, Giambattista Vicari viene nominato Presidente del
Consiglio
di Stato dell'Accademia e lo scrittore Mario Tobino Capo di Stato
Maggiore
per qualsiasi eventualità bellica. Sempre in quel periodo, il
Presidente
Generale Antonio Delfini invita gli accademici a formulare la
costituzione
dell'Accademia in PARTITO POLITICO ATTIVO, a testimonianza
dell'"impegno
politico" di Delfini già evidente fin dal 1951, data di
pubblicazione
del suo Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia
(Delfini,
1951).
Qualche anno dopo la morte di Delfini (1963), l'Accademia degli
Informi viene ricostituita per iniziativa della Società degli
Amici
di Antonio Delfini: per l'esattezza corrono le idi d'aprile dell'anno
1967
(il Caffè, n. 2, 1967).
La Classe dei Numi Profetici & Proti dell'Accademia, oltre
a Delfini, comprende ad memoriam Elio Vittorini, Piero Jahier ed in
seguito
anche il pittore Giuseppe Viviani; in gloriosa presenza: Carlo Emilio
Gadda,
Aldo Palazzeschi, Giuseppe Ungaretti; ad honorem quali Plenipotenziari
Possenti & Barbari spiccano molti dei nomi citati fra i
collaboratori
stranieri della rivista di Vicari: fra essi Jean Tardieu, Roland
Barthes,
Henri Michaux, Raymond Queneau, Jorge Luis Borges, Günther Grass,
Eugène Ionesco, Friedrich Dürrenmatt, François Le
Lionnais,
Michel Leiris, Lawrence Ferlinghetti, Aleksandr Isaevic Solženicyn,
ecc.
Nella Classe dei Propellenti & Propedeuti Ambiti troviamo invece
Italo
Calvino, Augusto Frassineti (primo Gran Moderatore Illibatissimo e
Disintegrato,
Guida Suprema), Paolo Volponi, Gaio Fratini, Andrea Zanzotto, Leonardo
Sciascia, Saverio Vòllaro, Giordano Falzoni, Elio Pagliarani,
Luigi
Malerba, Giorgio Soavi, Edoardo Cacciatore, Renato Barilli, Gianni
Rodari,
ecc. Vi sono poi la Classe degli Accolti Sodali Circonlocuti &
Circonvenuti
(Sergio Saviane, Giacinto Spagnoletti, ecc.) e quella dei Catecumeni in
Orbita (Vanni Scheiwiller, Antonino Cremona, Oreste Del Buono, Giuseppe
Patroni Griffi, Gianni Toti, Arrigo Benedetti, Guido Davico Bonino,
ecc.).
Cancelliere o Zelatore alla Curatela, in data 15 maggio 1967,
prima riunione del Consiglio Autoctono & Sovrano dell'Accademia,
è
Giambattista Vicari.
L'Assemblea dell'Accademia è divisa in tre sfere: a) Museo
dei Giochi Floreali (Lettere e Arti); b) Palestra dei Piaceri Civili
(attività
civiche); c) Ginnasio del Progresso (scienza, giure, cinema,
urbanistica,
editoria, ecc.).
Fra i suoi scopi, oltre ad intervenire in tutti i settori della
vita pubblica e culturale e di assegnare libere cattedre Litotiche,
Anastrofiche,
Paragogiche, Asindetiche, Zeugmatiche, Anaforetiche, Anacolute e
Epifonematiche,
c'è quello di promuovere studi di Letteratura Potenziale (su cui
torneremo più avanti), d'Arte Iperbolica e di Politica Elittica
(per gli Atti della ricostituita Accademia degli Informi in particolare
il
Caffè: n. 3, n. 4, n. 5, 1967; n. 1, n. 2, n. 3,
1968).
Uno dei primi decreti dell'Accademia, emesso in Roma le idi
d'agosto
1967 a firma di Augusto Frassineti e Giambattista Vicari, riguarda la
riabilitazione
del napoletano Gennaro Perfetto, detto Janunculus, mirabile volgitore
nel
nostro idioma delle Opere di François Rabelais. Dall'edizione
1892
del Perfetto, l'Accademia sentenzia di pubblicare il capitolo XIII
sull'invenzione
del nettaculo. A mortificazione poi dell'oblìo in cui la cultura
italiana ha tenuto per ben 15 lustri tale mirabile impresa, un'eletta
équipe
di valorosi scrittori (Augusto Frassineti, Corrado Costa, Saverio
Vòllaro,
Carlo Contreras, Guido Neri e Piero Chiara) viene condannata a tradurre
entro 30 giorni dalla data del decreto stesso il capitolo VII del
Gargantua
e Pantagruele: "Comment le nom fut imposé à Gargantua et
comment il humoit le piot" (per gli atti di questa Rablesiana: il
Caffè,
n. 5, 1967).
L'accademia patrocina i premi letterari "Cal Porcaro", dal nome
della località in Montecalvo in Foglio (provincia di Pesaro
Urbino),
distinti in due classi la prima (adiectio) operante
nell'area
dei valori pubblici e la seconda (detractio) in quella dei valori
auspicati
e graduati secondo una categoria retorica ben pertinente. Ad esempio
per
il 1970, nella prima classe, viene assegnato il Viareggino d'Oro
(anadiplosi)
a Leonida Répaci per l'auspicata prosecuzione dei Fratelli Rupe,
mentre nella seconda si dona a Gaio Fratini per Il 13 giugno del 1970,
invettiva in versi contro la Giuria del Premio, un trattato della
"Dissenteria
Biliosa", edizione 1784, raro (iperbole) (il Caffè, n. 2,
1970, pp. 158 159).
3. Naturalmente l'Accademia
aderisce al Collegio di
'Patafisica,
altra "accademia dello sberleffo e della fumisteria", assumendo la
gestione
commissariale della sezione romana dell'Istituto di Alti Studi
'Patafisici.
Si è detto naturalmente perché Giambattista
Vicari,
promotore della ricostituzione dell'Accademia degli Informi, è
anche
uno dei due Reggenti dell'Istituto romano di Alti Studi 'Patafisici
(l'altro
è il poeta Leonardo Sinisgalli), caldeggiato negli anni sessanta
dal Satrapo Renato Mucci, rappresentante ipostatico del Collegio di
'Patafisica
presso la Santa Sede.
E con ciò abbiamo individuato il primo anello
dell'intreccio
che andiamo cercando: quello che lega accademici informi e 'patafisici.
Com'è noto, un altro Istituto 'patafisico
italiano
ratificato dal Vice Curatore (nella gerarchia 'patafisica è il
rappresentante
in terra del Curatore Inamovibile Dr. Faustroll) Jean Mollet, detto il
Barone viene fondato a Milano il 7 novembre 1963 dal
Trascendente
Satrapo Farfa, pseudonimo del "cartopittore", "aeropittore" e "poeta
recordman"
Vittorio Tommasini (1879-1964) (per queste notizie, e più in
generale
per una storia del Collegio di 'Patafisica, fondato l'11 maggio 1948 al
Quartiere Latino di Parigi, rimandiamo a Launoir, 1969, e a Baj, 1982).
Ma procediamo con ordine.
Già nel dare notizia ai lettori de il Caffè
(n. 7 8, 1959) della fondazione dell'Accademia degli Informi, Antonio
Delfini
cita un brano de La chanson du decervelage (1898) di Alfred Jarry:
Fui per lungo tempo operaio
ebanista
In via Campo di Marte, parrocchia d'Ognissanti.
La mia sposa di mestiere era modista,
C'era mai mancato niente a tutti quanti.
Le domeniche serene e senza vento
Ci mettevamo gli abiti da festa
E s'andava a vedere lo scervellamento
In via dello Scottato, a passare un bel momento.
[...]
(Alfred Jarry, 1978, p. 226)
Quasi certamente Delfini
conosce le opere di
Jarry
ideatore, sotto le vesti del dottor Faustroll, della 'Patafisica,
scienza
delle soluzioni immaginarie che studia le leggi che regolano le
eccezioni
tramite il movimento surrealista di cui, fin dall'aprile maggio 1932,
dopo
un viaggio a Parigi, in compagnia del giornalista Mario Pannunzio, si
dichiara
un adepto.
Nel 1962, i lettori de il Caffè (n. 5) vengono
informati che, presso la redazione della rivista, si è
costituito
l'Istituto di Alti Studi 'Patafisici di cui sono dignitari:
Giambattista
Vicari per Roma; Piero Chiara per il Nord Italia; Gaio Fratini per il
Centro
Sud; eccetera. Si ricorda inoltre che sono disponibili le pubblicazioni
del Collegio di 'Patafisica (Les Cahiers du Collège de
'Pataphysique,
28 numeri apparsi dal 1950 al 1957, e Les Dossiers
Acenonètes
du Collège de 'Pataphysique, 28 numeri apparsi dal 1957 al
1965)
cui si ha diritto in numero di 4 previa iscrizione al prezzo di L.
6.500
all'Istituto stesso che comporta, fra gli altri benefici e privilegi,
quello
di essere proposto a Sua Magnificenza Antonio Delfini, Presidente, per
l'ammissione alla Ducale Accademia degli Informi.
La vera colonna portante della 'Patafisica all'interno della
rivista è tuttavia Renato Mucci, romano, classe 1893, laureato
in
giurisprudenza, per anni direttore capo di ripartizione presso il
Comune
di Roma, traduttore di testi di Honoré de Balzac, Victor Hugo,
Paul
Verlaine, Stéphane Mallarmé, Marcel Proust, ed inoltre
Satrapo
del Collegio di 'Patafisica.
A Mucci si devono le traduzioni dei testi 'patafisici apparsi
su il Caffè, cominciando da alcuni frammenti delle Gestes
et opinions du Docteur Faustroll pataphysicien (n. 4 5 6,
1973)
e dal Commento da servire alla costruzione pratica della macchina
per
esplorare il tempo del dottor Faustroll (n. 4, 1975) di Alfred
Jarry,
passando poi per Raymond Queneau (Quando lo spirito, n. 9,
1974),
Jean Ferry (Il macchinista, n. 10, 1974), Boris Vian (Un
trittico,
n. 12, 1974), Julien Torma (Lettera anonima, n. 5 6, 1975). Senza
dimenticare,
infine, che sempre di Mucci è la cura di alcune primizie del
"più
grande magnetizzatore dei tempi moderni" Raymond Roussel (Spettacolo
in Africa, n. 3 4, 1957; Fra i negri e Teste di cartone del
carnevale,
n. 11, 1974), oltre che di alcuni testi di Stéphane
Mallarmé
(Théodore de Banville, n. 10, 1960, e Conflitto,
n.
5 6, 1972) e di Arthur Rimbaud (Voyelles, n. 2, 1962).
Negli anni sessanta settanta il Caffè agisce
dunque
come portabandiera in Italia del beffardo spirito 'patafisico.
Orgogliosa
di questa funzione, sul n. 4, 1967, la rivista dà notizia della
nomina del suo direttore a Reggente di Rogmologia del Collegio di
'Patafisica.
4. Fra i membri del
Collegio di 'Patafisica, vi sono
Raymond Queneau
e François Le Lionnais, il primo come Trascendente Satrapo ed il
secondo come Sommo Reggente.
E qui affiora il secondo anello dell'intreccio informe
'patafisico
oulipista. Sì, perché Le Lionnais e Queneau,
Plenipotenziari
della ricostituita Accademia degli Informi, sono anche i fondatori
dell'Oulipo
(Ouvroir de Littérature Potentielle). Per l'esattezza il primo,
Le Lionnais, è anche l'ispiratore negli anni ottanta
dell'Oulipopo
(Ouvroir de Littérature Policiere Potentielle), dell'Oucuipo
(Ouvroir
de Cuisine Potentielle) e dell'Oupeinpo (Ouvrier de peinture
potentielle),
oltre che membro di un altro gruppo, chiamato "Nicolas Bourbaki",
associazione
di matematici, quasi tutti francesi, che dal 1939 pubblica scritti
ispirati
a una concezione assiomatica della matematica, derivata dal formalismo
hilbertiano (Alain e Odette Virmaux, 1992, pp. 54-55).
Come si sa, l'Oulipo non è altro che una delle numerose
Sottocommissioni di Lavoro del Collegio di 'Patafisica (si vedano a
questo
proposito il n. 17 de Les Cahiers du Collège de 'Pataphysique,
il n. 17 de Les Dossier Acenonètes du Collège de
'Pataphysique
ed il n. 15 dei Subsidia 'Pataphysica editi dal Collegio di
'Patafisica),
commissione ascesa a tale importanza che il presidente in carica (1991)
dell'Oulipo, Noël Arnaud, è stato negli anni ottanta anche
Reggente di 'Patafisica Generale, carica cui è affidata una
perenne
ridefinizione (impossibile) dei limiti (inesistenti) della 'Patafisica.
In estrema sintesi, usando le parole di Le Lionnais, possiamo
dire che:
Lo scopo della letteratura potenziale è fornire agli scrittori
futuri tecniche nuove, che consentano di mettere da parte l'ispirazione
dell'affettività. Ne deriva la necessità di una certa
libertà...
Ci sono dunque due Lipo [Littérature potentielle]: una analitica
e una sintetica. La Lipo analitica cerca possibilità che si
trovano
in certi autori senza che gli autori stessi ci abbiano pensato. La Lipo
sintetica costituisce la grande missione dell'Oulipo, si tratta di
aprire
nuove possibilità sconosciute agli autori antichi... Chiamiamo
letteratura
potenziale la ricerca di forme, di strutture che siano nuove e che gli
scrittori potranno utilizzare a piacere. (Jean Lescure, "Petite
histoire
de l'Oulipo", in Oulipo, 1973, p. 33; trad. it. pp. 37 38).
Dal flauto magico della
letteratura potenziale escono le
note
dei giochi oulipisti (il metodo S + 7, la scrittura lipogrammata, i
palindromi,
i tautogrammi, la letteratura definizionale, le poesie booleane, i
testi
con vocabolario limitato, le olopoesie, ecc.), di cui Cent Mille
Milliards
de Poèmes (1961) di Raymond Queneau, E (1967) di
Jacques
Roubaud, Zinga 8 (1967) di Jacques Duchateau e La
disparition (1969)
di Georges Perec assumono ben presto l'aureola di repertorio classico
(per
i 52 opuscoli dell'Oulipo finora pubblicati: Oulipo, 1990; ancora
sull'Oulipo:
Bens, 1980 e Roubaud, 1981).
Ma facciamo un passo indietro.
Quando, il 24 novembre 1960, un gruppo di scrittori e di
ricercatori
scientifici, soprattutto matematici (Jean Queval, Raymond Queneau, Jean
Lescure, François Le Lionnais, Jacques Duchateau, Claude Berge e
Jacques Bens) si riunisce nella cantina del ristorante "Il Vero
Guascone"
a Parigi, l'Oulipo ancora si chiama Seminario di letteratura
sperimentale.
Soltanto un mese dopo, il 19 dicembre, grazie all'intervento di Albert
Marie Schmidt, il Seminario cambia nome e diventa l'Ouvroir de
littérature
potentielle (Jean Lescure, "Petite histoire de l'Oulipo", in Oulipo,
1973,
p. 26; trad. it. p. 30).
E' dunque con estremo tempismo che il Caffè s'interessa
allo svolgimento dell'invenzione oulipista se già nel n. 1 del
gennaio
1960 la rivista di Vicari pubblica alcuni testi di François Le
Lionnais
(che certo risentono della partecipazione di quest'ultimo al movimento
Dada e della sua lunga amicizia con Marcel Duchamp) fra cui queste
poesie
composte negli anni 1957-1958:
Sur le bout de la langue
........................
........................
........................
........................
La poésie à
l'état de traces
1, 2, 3, 4, 5.
6; 7; 8; 9; 10.
12?
11!
Reduction d'un poème
à une seule lettre
T.......................
Poème composé
d'un seul mot
Fenouil
(François Le Lionnais, "La
recerche", il
Caffè,
n. 1, 1960, pp. 43-44)
e se ancora nel 1961 pubblica i
lavori di due membri storici
dell'Oulipo:
un'antologia di scritti (Texticules, Zazie nella sua
più
giovane età, I romanzi che non si raccontano, Vieni
vai, Ricordo di Cerisy, Istante finale, Il
canto dello
Stirene) di Raymond Queneau (n. 6) insieme ad alcune poesie della
raccolta Drailles (n.
2) e al Metodo del discorso, ovvero chi fa dei racconti fa i suoi
conti.
Dalla matematica all'umore si può mattare ciò che muore.
Fiutar l'odore della tematica (n. 6) di Jean Lescure.
Né va tralasciato che gran parte del n. 4, 1965 della
rivista è dedicato a Jean Tardieu (di cui sono già
apparsi
alcuni scritti sui numeri 7 8, 1960 e 2, 1961), poeta e drammaturgo dai
toni sarcastici, ricercatore di linguaggi perduti, il cui nome figura,
anche in virtù dei suoi paradossali esercizi di stile, fra gli
"invitati
d'onore" alle riunioni dell'Oulipo. Nella nota di commento, Vicari cita
questo breve "divertissement" di Tardieu tratto da Musique de
Scène
pour une thèse (senza nessuna indicazione editoriale):
Langage
lang âge
langue âge
lent gage
l'an gage
l'engage
langage langage langage langage langage langage
(Giambattista Vicari, "L'arpa di
Tardieu", il Caffè,
n.
4, 1965, p. 51)
piccolo esempio dell'importanza
che Tardieu attribuisce al
suono costruito
come sequenza naturale di note nei significati verbali.
Alla la fine degli anni sessanta, in "L'apocrifo? Borges e la
mistificazione. L'Oulipo in azione" (il Caffè, n. 2,
1968),
Vicari torna a parlare dell'Oulipo per via di un'articolo di Pierre
Berloquin
apparso sul supplemento dei libri di Le Monde del 1967,
all'interno
di due paginone centrali dedicate all'interrogativo: "Qu'est-ce que la
'Pataphisique?" (Berloquin, 1967). Dopo aver sottolineato le due
direzioni
in cui si muove il gruppo di ricerca francese, cioè da un lato
"elaborare
dei metodi che rivelino nei testi già esistenti ciò che
nessuno
vi ha mai visto" (la lipo analitica) e dall'altro "cercare delle nuove
strutture per metterle a disposizione degli scrittori stanchi dei
moduli
consueti" (la lipo sintetica), Vicari riprende l'accostamento fra la
potenzialità
dei metodi dell'Oulipo ed il gioco di Jorge Luis Borges di scrivere
delle
pagine che riproducano testualmente due capitoli del Don Chisciotte
(Borges, 1988).
Dopo aver rilevato che la ri scrittura borgesiana può
essere interpretata come una sorta di metodo S + n per n = 0, Vicari,
ancora
seguendo Berloquin, fa notare che quest'ultimo metodo, consistente nel
sostituire ogni sostantivo di un testo con l'n esimo che lo segue in un
dato dizionario, offre altresì una versione di Genesi molto
vicina
a quella che si trova in Comme il faut beau!, sketch di André
Breton,
Robert Desnos e Benjamin Péret, pubblicato sulla rivista
surrealista Littérature
(nuova serie, n. 9, 1 febbraio 1 marzo 1923), che inizia
così:
I. In principio la catena
dell'orologio
creò
il tabacco e l'antracite.
II. Il tabacco era informe e glabro. Le fumate
coprivano la faccia dei passeggiatori e lo
spirito della catenella galleggiava nell'alcool.
III Ora la catenella disse: «che i piombi saltano!» e i
piombi saltarono.
[...]
(Henri Béhar, 1976, p.
140)
Un accenno - sempre ripreso
da Berloquin- viene fatto
anche al
P. A. L. F. (Production Automatique de Littérature
Française),
progetto di "gioco letterario" la cui elaborazione da parte di Georges
Perec e Marcel Bénabou ha inizio nella primavera del 1966,
durante
le riunioni settimanali che, in omaggio a Stéphane
Mallarmé,
si svolgono il martedì pomeriggio a casa di Perec,
indipendentemente
dai lavori dell'Oulipo che ancora, a quei tempi, si muove come una
"società
segreta" (per una storia del P. A. L. F. e per la raccolta completa
della
sua produzione: Bénabou, 1989).
In breve, l'esperimento originale consiste: a) nello scegliere
due parole e/o due frasi possibilmente apodittiche o apoftegmatiche; b)
nel sostituire ad esse le definizioni date dal Dictionnaire de la
langue
française di Émile Littré; c) quindi
nell'ottenere,
attraverso continue trasformazioni, l'equivalenza finale delle due
parole
e/o delle due frasi.
Sarà bene precisare che il metodo della "production
automatique"
non va confuso con l'"écriture automatique" dei Surrealisti:
quest'ultima,
affermano Bénabou e Perec, non ha niente di automatico,
poiché
legata più al "rilassamento" che al "movimento". La definizione
stessa di automatismo implica, non tanto l'assenza di ogni controllo
razionale,
quanto una costruzione rigorosa che porta in sé il principio del
proprio movimento.
In questo senso, i lavori del P. A. L. F., di cui il L. S. D.
(Littérature Semi Défitionnelle) ed il L. S. A.
(Littérature
Sémantique Analogique) non rappresentano che fantasiose varianti
(Bénabou, 1989, p. 26, p. 85 ), appartengono a quella tradizione
letteraria illustrata, tra gli altri, da Raymond Roussel il quale muove
dall'analogia fonica o, al contrario, dalla disarticolazione fonica
d'una
frase per costruire i suoi racconti.
Fra i "plagiaires par anticipation" del P. A. L. F., come ricorda
lo stesso Bénabou, vi sono Raymond Queneau con i suoi esercizi
di
"letteratura definizionale", ma soprattutto lo scrittore inglese,
d'origine
polacca, Stefan Themerson, inventore della cosidetta "Poesia
Semantica",
che fin dal 1945, in alcune parti di un curioso racconto intitolato
Bayamus,
si diverte a sostituire le parole-chiave di una canzone intitolata
"Vive
les étudiants" e quelle della poesia cinese "Bere sotto la luna"
di Li Po con la loro definizione.
Strana coincidenza (si fa per dire!) vuole che in Italia Stefan
Themerson sia una scoperta de il Caffè che pubblica, fin
dagli anni sessanta, insieme a numerosi disegni della moglie
Franciszka,
molti testi dello scrittore inglese fra cui, oltre ad un bel saggio su Gli
ideogrammi di Apollinaire (n. 1, 1970), proprio La storia di
Bayamus
(n. 4, 1963) dove si narra la vita di una specie di mutante con tre
gambe
(per gli altri scritti: il Caffè, n. 3, 1962; n. 1, 3,
1963;
n. 1, 4, 1964; n. 5, 1967).
Resta da aggiungere che, secondo Bénabou, il metodo del
P. A. L. F. si differenzia da tutti gli altri simili perché
introduce,
nella catena troppo rigida delle definizioni, la possibilità di
"une légère dérive" che può distruggere il
sistema delle costrizioni, di uno scarto giocoso e liberatorio che
Perec
ha chiamato clinamen (nella fisica epicurea, una deviazione spontanea
degli
atomi), principio di cui egli ha fatto un uso magistrale nelle sue
opere
oulipiane, e specialmente ne La vita istruzioni per l'uso (1978). Di
passaggio
noteremo che già in Alfred Jarry troviamo un riconoscimento
dell'importanza
de "la bête imprévue Clinamen" di Epicuro, filosofo che
per
primo ha osato mettere "un'indeterminazione" al centro di ogni
possibile
spiegazione del mondo (Arnaud, 1967).
Al termine della sua nota informativa sull'attività
dell'Oulipo,
Vicari comunica che "le sedi radiali de 'il Caffè' di Reggio
Emilia
[Corrado Costa? Giulio Bizzarri?], di Ca' Gallo (Urbino)
[località
della casa di campagna di Vicari chiamata "Casino del Sole"], e di via
Andrea Costa (Bologna) [Adriano Spatola?] stanno attrezzando laboratori
dove verranno collaudate esercitazioni di tal genere, su materiali
nostrani."
I primi semi dell'oulipismo italiano sono così gettati.
A tenere i contatti con il "gruppo madre" di Parigi è
naturalmente
Italo Calvino, nominato dall'Oulipo "invité d'honneur" il
mercoledì
8 novembre 1972 e poi "membre étranger" il mercoledì 14
febbraio
1973 (Bénabou, 1990, p. 41).
Da lì a qualche anno sarà fondato l'Istituto di
Protesi Letteraria (I. P. L.) italiano.
5. Preparatorio alla
costituzione dell'I. P. L., si apre
un dibattito
intorno alla letteratura combinatoria (la definizione risale al 1961 ed
è di François Le Lionnais nella postfazione ai Cent
Mille
Milliards de Poèmes di Raymond Queneau) che coinvolge Italo
Calvino, Giambattista Vicari e Cesare Milanese sulle pagine de il
Caffè.
Lo spunto per la discussione è offerto da un articolo
di Calvino "Appunti sulla narrativa come processo
combinatorio"
apparso sul n. 46 47 del 1968 della rivista Nuova Corrente (ora
anche in versione ampliata in Calvino, 1980, pp. 164 181).
In esso, dopo aver accennato, da un lato, ad alcune analisi in
cui le possibilità narrative sono assunte come il risultato di
un
gioco combinatorio (gli studi di Vladimir Jakovlevic Propp sulle fiabe
russe, quelli dei formalisti russi e della scuola semiologica di Roland
Barthes insieme al lavoro creativo degli scrittori del gruppo Tel Quel
e naturalmente dell'Oulipo francese) e, dall'altro, alla nuova tendenza
in atto nella cultura contemporanea di vedere il mondo sempre
più
come discreto, nel senso matematico del termine, cioè composto
di
parti separate, e non come continuo (il riferimento è ai modelli
interpretativi di scienziati come Claude Shannon, Norbert Wiener, John
Von Neumann, Alan Turing, Noam Chomsky, Julien Algirdas Greimas, ecc.),
Calvino s'interroga sul senso della letteratura.
Essa non si risolve in un problema d'ispirazione discesa da
chissà
quali altezze o d'intuizione pura o di rispecchiamento delle strutture
sociali o di presa diretta della psicologia del profondo, come vogliono
le varie estetiche del novecento. E' piuttosto "un'ostinata serie di
tentativi
di far stare una parola dietro l'altra seguendo certe regole definite,
o più spesso regole non definite né definibili ma
estrapolabili
da una serie di esempi o protocolli, o regole che ci siamo inventate
per
l'occasione cioè che abbiamo derivato da altre regole seguite da
altri".
In queste operazioni, continua Calvino, la persona io si
frammenta
in figure diverse, in un io che sta scrivendo e in un io che è
scritto;
l'io dell'autore nello scrivere si dissolve, tende a scomparire (si
avverte
qui l'eco delle teorizzazioni di Umberto Eco sull'opera aperta).
Ma se la letteratura è un gioco combinatorio che segue
le possibilità implicite nel proprio materiale,
indipendentemente
dalla personalità del poeta, va detto anche, aggiunge Calvino,
che
tale gioco ad un certo punto si carica di significati inattesi, di
effetti
imprevisti (il clinamen perechiano), come nel procedimento del
gioco
di parole.
Nell'esempio caro a Calvino, ciò succede anche al
narratore
della tribù che "procede imperterrito a permutare giaguari e
tucani,
fino al momento in cui da una delle sue innocenti storielle esplode una
rivelazione terribile: un mito, che esige d'essere recitato in segreto
e in luogo sacro", mito che tende subito a cristallizzarsi, a comporsi
in formule fisse.
La letteratura si eleva allora a sforzo per uscire fuori dai
confini del linguaggio, diventa uno strumento per navigare nel mare del
non dicibile. La sua linea di forza risiede nel dare la parola a tutto
ciò che nell'inconscio sociale o individuale è rimasto
non
detto. E' per questa via di libertà aperta dalla letteratura,
attraverso
un insieme variegato di giochi combinatori che si vestono di contenuti
preconsci, che gli uomini conclude Calvino
acquistano
lo spirito critico e lo trasmettono alla cultura e al pensiero
collettivo.
Sul n. 2 3, 1969 de il Caffè, che non a caso
riporta
un esempio di letteratura combinatoria, il famoso Un racconto a
modo
vostro (1967) di Raymond Queneau, sia Vicari (Il significato
inatteso)
che Milanese (Dal processo combinatorio alla teoresi mitopoietica)
discutono l'articolo di Calvino.
Il primo per sottolineare come la lotta della vera arte, sempre
compiuta per allargare all'infinito il potere dell'immaginazione, sia
protesa
verso l'indicibile, il significato inatteso. Ma precisando che, se non
si vuole produrre soltanto degli automatismi formali di mera tradizione
manieristica spingendo il pedale delle permutazioni molteplici, bisogna
proporsi sempre di ordire una burla alla ricerca dell'imprevisto, come
insegnano Gadda, Palazzeschi, Delfini e per l'appunto Calvino e
Queneau.
Il secondo per rimarcare in primo luogo i limiti della
letteratura
del rispecchiamento, giudicata decadente in quanto sottrae alla mente
la
fiducia nel proprio potere di giudizio e nella propria facoltà
di
trasformazione del reale; secondariamente, proponendo di allargare la
nozione
di processo combinatorio a quella di "modello", poiché la
realtà
che l'artista veramente inventa non è l'opera, ma lo strumento,
l'"organon" che rende possibile l'opera: un modello appunto, una
macchina;
infine, ricordando che lo scrittore, di qualunque fabula parli, alla
fine
si riduce a parlare sempre di una sola ed unica cosa: la storia del
proprio
processo di individuazione.
Nella sua risposta, in forma di lettera (il Caffè,
n. 5 6, 1969), Calvino sottoscrive le preoccupazioni espresse da Vicari
sui pericoli di tecnicismo nell'"ars combinatoria", anche se osserva
che
"il ripetitivo cui vuoi sfuggire poi lo ritrovi come significati
elementari
e immagini primarie, cioè non altro che strutture mitiche
fondamentali,
che il linguaggio continuamente veicola, cela e rivela." Comunque,
anche
per Calvino non va dimenticata l'importanza del gioco, dell'aspetto
ludico
utile a dissolvere "la gravità sempre ideologica che tende a
cristalizzarsi
attorno ai discorsi letterari". Quanto al "modello operativo
(l'organon)"
di Milanese, propone di chiamarlo modello spastico, nel senso in cui
l'aggettivo
"spastico" è usato da Carlo Emilio Gadda, ovvero per qualificare
le deformazioni dell'espressione letteraria vista come "tensione (o
spasmo)
poetica", "tensione spastica dell'intelligenza dell'autore e del
lettore".
Prima della risposta di Calvino, va segnalato un altro articolo
che, in modo creativo, s'inserisce a pieno titolo nella discussione
sulla
"letteratura combinatoria". Si tratta delle Esplorazioni d'ingegneria
letteraria
di Gabriel Zaid, poeta ed ingegnere "economista" messicano arrivato
alla
rivista tramite lo scrittore spagnolo Max Aub (il Caffè,
5 6, 1968).
Il fine ultimo delle "esplorazioni" di Zaid è dimostrare:
1) che esiste solo un numero finito di buoni sonetti che si può
produrre meccanicamente, cioè con l'aiuto di un cervello
elettronico;
2) che il famoso Teorema di Max Aub ("se io ho due genitori, e ognuno
di
essi a loro volta ne ha altri due, e così via, il numero dei
miei
antenati è immenso; la popolazione dunque era una volta
più
numerosa di adesso") è fallace. Vengono inoltre date istruzioni
su come fare poesia di protesta e su come automatizzare l'industria
dell'elogio.
Per finire, si tracciano le linee di un nuovo gioco chiamato "La
Bambola
di Carta" che consiste nel prendere una recensione, nel ritagliare il
titolo
del libro recensito insieme al nome dell'autore e ad altri connotati
delatori
ed infine nell'applicarli ad un altro libro.
6. Dopo queste prime
avvisaglie teoriche, e l'uscita
estemporanea,
dal sapore perechiano, di due cruciverba letterari attribuibili a Pier
Francesco Paolini (il Caffè, n. 3 4 e n. 5 6, 1971), allo
scoccare del ventesimo anniversario della rivista, nasce presso la sede
dell'Accademia degli Informi in Cal Porcaro di Urbino, su licenza del
gruppo
francese dell'Oulipo, l'Istituto di Protesi Letteraria che inizia la
sua
attività come Seminario Permanente di Letteratura Sperimentale.
La terminologia è quella coniata da François Le
Lionnais nel secondo Manifesto dell'Oulipo, là dove si dice:
[...] spero mi si consenta di porre l'accento su una fondazione che
sembra, ma sembra soltanto, modesta. Si tratta dell'Istituto di Protesi
letteraria. Chi non ha avvertito leggendo un testo (qualunque ne sia la
qualità) l'interesse che ci sarebbe a migliorarlo con qualche
ritocco
pertinente? Tutta la letteratura mondiale dovrebbe essere oggetto di
protesi
numerose e giudiziosamente concepite. (François Le Lionnais, "Le
second manifeste", in Oulipo, 1973, p. 22; trad. it. p. 25).
L'annuncio della "data
storica" (così si esprime
la rivista)
compare sul numero triplo 4 5 6 del settembre ottobre-novembre 1973 de il
Caffè dove, fra l'altro, si riportano le prime adesioni al
neo-nato
Istituto: Guido Almansi, Alfredo Giuliani, Saverio Vòllaro,
Giambattista
Vicari, Carlo Contreras, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Corrado
Costa,
Luigi Malerba, Nico Orengo, Giorgio Celli, Cesare Landrini.
In data 8 febbraio 1974, Calvino scrive a Vicari da Parigi:
Caro Vicari,
i membri dell'Ou.li.po. sono stati molto contenti del proclama del
Caffè (il titolo Una data storica li ha entusiasmati) e
François
Le lionnais mi ha pregato di chiederti di mandargli una dozzina di
copie
del numero 4/5/6 da distribuire tra gli oulipiani.
(Forse una dozzina è esagerato: pensando che il pagamento
oltrefrontiera può essere complicato e che nessuno
dell'Ou.li.po.
capisce una parola d'italiano, credo vada bene mandargli 4 o 5 copie,
riservando
un invio più nutrito per un numero del Caffè in cui i
contributi
dell'Istituto di Protesi siano più robusti).
L'indirizzo è: M. François Le Lionnais 23, Route
de la Reine 92100 Boulogne-sur-Seine. E' un personaggio molto
simpatico:
matematico, campione di scacchi, patafisico, oltre che fondatore con
Queneau
dell'Ou.li.po.
Un caro saluto
tuo
Calvino
(lettera appartenente
all'"Archivio de il Caffè",
per
gentile concessione di Anna Busetto Vicari)
Riguardo alle
finalità dell'Istituto, si parla
della "produzione
automatica di letteratura italiana", di "un'azione da compiersi nella
sfera
e secondo gli stimoli della genetica combinatoria" che, com'ha scritto
Calvino, "smuova l'enciclopedia del possibile", di "una
disponibilità
intellettuale e spirituale che possa consentire un automatismo
distensivo
e liberatorio in questi truculenti tempi di tensioni [non gaddianamente
spastiche, bensì] velleitarie e di problematiche gelide".
Il programma dell'Istituto si articolerà, secondo le
intenzioni
dei suoi fondatori, in una serie infinita di generatori inimmaginabili
di cui si offre un primo elenco di esempi, ripresi dall'edizione
Gallimard
1973 dell'antologia oulipiana La littérature potentielle
(Créations
Re-créations Récréations): Intarsi, Centoni,
Olorime,
Zagagliamenti, Crittografie, Giochi polisemici, Poesie tangenti,
Racconti
intersecati, Racconti a cassetti, Tautogrammi o Circoli Viziosi, Versi
eurofallici (croissants), Contrazioni alfabetiche, Teste coda
anastrofiche,
Permutazioni, Poesia antonimica, Lipogrammi, Chimere, Tautofonie,
Racconti
diramati, Trasformazioni per proiezione, ecc.
Accompagna il lancio della fondazione dell'I. P. L. italiano
un primo esempio di protesi letteraria: a firma di G.[uido]
Cer.[onetti]
riprende il volo l'aforistico balbettìo linguistico demenziale
della Nuova
Vaselina Sinfonica:
Proustituta: meretrice che
è anche lettrice di Proust.
Lisbica: lesbica libica.
L'imperatrice Deodora di Busanzio. Circo Culo.
E' l'ora del prepuziolo; ci nutriremo di glande.
Il supplemento erotico dell'Osservatore Romano: Il Voyeur Romano.
Un testimone (di Geova) nel carcere di reBibbia.
(Guido Ceronetti, "Nuova Vaselina
Sinfonica", il
Caffè,
n. 4 5 6, 1973, p. 27)
Da segnalare, su quello
stesso numero, all'interno di
una piccola
antologia consacrata alla ricorrenza del centenario manzoniano, un
intervento
di Cesare Landrini dove, sulla base di un falso inedito proveniente dal
Fondo Imbonati Malpighi, si attribuisce ad Alessandro Manzoni un gioco
tipicamente oulipista. Soffrendo di una particolare forma di nevrosi
intellettuale
("slittamento ansioso"), il grande scrittore lombardo si sarebbe
divertito
a sostituire nel famoso attacco: "Addio, monti sorgenti dall'acque, ed
elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi"
del capitolo VIII de I Promessi Sposi le parole suggeritegli
dall'inconscio
con quelle successive e/o precedenti del vocabolario sortendo, sulla
scia
del metodo s ± 1, l'effetto che segue:
Addipanare montiano sorgentifero
dall'acquacedrata ed
elevatore al cifosi
cimanalisi Inelegante notizia a chiacchiera; cresima tozzo voglioso.
oppure applicando sempre le
regole di slittamento del medoto s
±
1:
Addimostrare montessoriano
sorella dallato a cotiledone
d'elevatezza
al ciellenista cilindroide inefficiente notocorda a chetone. Di
crescione
trabacca voialtri (Cesare Landrini, "Addio monti", il Caffè,
n. 4 5 6, 1973, p. 128).
Successivamente, nel corso
del 1974, sulle pagine di
alcuni numeri
della rivista (il Caffè: n. 2 3; n. 7 8; n. 10; n. 11) si
aprono delle "finestre" che annunciano la preparazione di un fascicolo
de il Caffè dedicato all'Oulipo francese, con testi inediti
scritti
per l'occasione e l'aggiunta di un'appendice, curata da Giambattista
Vicari
con la supervisione di Jean Lescure (membro storico dell'Oulipo,
inventore
del "metodo S + 7"), di testi "oulipisti" italiani.
Nonostante le ripetute promesse, l'antologia degli scritti degli
oulipisti francesi non vedrà mai la luce.
In attesa di una messa a punto del materiale per la presentazione
italiana da parte dell'Istituto parigino, escono sul n. 5 6, 1975 della
rivista i primi lavori dell'I. P. L. italiano e cioè: Mongòlital
e Bacedìfo di Giampaolo Dossena; il Saggio di
letteratura
pitagorica. Il numero segreto delle "Città invisibili" di Italo
Calvino di Cesare Milanese; Giocate con me[erda] di Saverio
Vòllaro, quindi L'ipotesi nodulare di Cesare Landrini ed
infine altri frammenti della Nuova vasellina sinfonica di
Guido
Ceronetti.
Successivamente, sul n. 2, 1977, gli esercizi dell'I. P. L. si
arricchiscono de I neologissimi di Luigi Malerba e de Il
Dahlia
Anagrammatico. Saggio strutturale di Gianni Nicoletti. Sul n. 3,
1977
escono poi 3 esercizi di protesi letteraria e 1 esercizio
letterario
di protesi politica ancora di Saverio Vòllaro ed un altro
saggio
di Giampaolo Dossena intitolato Le cerniere del colonnello.
L'I. P. L. nasce sotto gli auspici dell'Accademia degli Informi
di Roma e del Laboratorio di Scrittura di Urbino. Quest'ultimo è
un Istituto di ricerca e analisi del discorso che opera presso
l'Università
di Urbino. Il suo Consiglio Direttivo, formato dai professori Bruno
Gentili,
Pino Paioni e Mario Petrucciani, è presieduto da Carlo Bo, a suo
tempo (10 settembre 1959) nominato da Antonio Delfini Gran Conservatore
Agostiniano dell'Accademia degli Informi. Del Laboratorio di Scrittura
è direttore Giambattista Vicari, docente alla scuola di
giornalismo
dell'Università di Urbino (per alcune notizie sul Laboratorio di
Scrittura: il Caffè, n. 3 4, 1972).
In qualità di corrispondente dell'Oulipo di Parigi, l'I.
P. L. è presentato come "il risvolto per così dire
'tecnico'
dell'azione che 'il Caffè' va perseguendo da oltre vent'anni nel
tentativo di rinnovare i registri del nostro organo letterario" (il
Caffè, n. 5-6, 1975, p. 26).
In questo senso, vengono accomunati nell'attività di
sperimentazione
dell'I. P. L., in alcuni casi forse troppo generosamente, altri
scrittori
come Gaio Fratini, Gianni Celati, Augusto Frassineti, Guido Almansi,
Alberto
Arbasino, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, Antonio Pizzuto, Umberto
Eco,
Alfredo Giuliani, Corrado Costa, Vico Faggi, Giordano Falzoni, Giuliano
Gramigna, Carlo Contreras, Pier Francesco Paolini, Franco Palmieri,
Nino
Ravenna, Luigi Brioschi, Gianni Rodari, Umberto Simonetta, Antonio
Tabucchi,
Mario Biondi, Giuseppe Bonura, Aldo Buzzi, Giuseppe Conte, Italo
Cremona,
Roberto Mazzucco, Gianni Nicoletti, Nico Orengo, Marilla Battilana,
Anna
Mongiardo, ecc. (il nome di Italo Calvino figura fra quelli dell'Oulipo
francese).
Sempre sul n. 5-6 del 1975 de il Caffè, nella
breve
presentazione non firmata che accompagna i testi dell'I. P. L., viene
avanzato
il proposito di "una riunione congiunta, qui in Italia, di operatori
dell'OuLiPo
e dell'Istituto di Protesi Letteraria" da attuarsi al più
presto,
di cui però non si hanno notizie.
Il riconoscimento di un'adesione allo spirito dei giochi
oulipistici
più ampia di quella sancita dalle macchinose vie tipografiche
è
importante. Ancor più se si pensa che non di rado Giambattista
Vicari
si dimentica di apporre il marchio dell'Istituto là dove non
avrebbe
sfigurato. Così che testi che alla "protesi letteraria"
appartengono
de iure finiscono per restare misteriosamente privi di un'omologazione
ufficiale.
Ne sono un esempio eclatante il celebre Piccolo sillabario
illustrato di Italo Calvino, ispirato al Petit
abécédaire
illustré (1969) di Georges Perec, e gli Pseudobifronti
di Giampaolo Dossena, entrambi usciti sul n. 1, 1977 della rivista
senza
l'etichetta dell'Istituto.
Altri esempi d'"involontaria omissione di protesi" potrebbero
essere rintracciati. Fra questi, forse, i Versi in proprio e
mistraduzioni
di Guido Almansi (il Caffè, n. 7 8, 1974), comprendenti
una
"ri-scrittura" de L'infinito leopardiano:
Colle Cor Guardo Immensità
Mare Orizzonte
Parte Pensier (2) Piante Quiete Siepe Silenzio
Spazi Stagioni Suon Vento Voce
Annega Comparando Esclude Fingo
Fu
Mirando Ode Naufragar Sedendo Sovvien
Paura Stormir Vo
Caro Dolce Ermo Eterno Infinito
Indeterminati
Mio Morte Poco Presente Profondissima
Questo Tanto Ultimo Viva
Così Là Dove E (10)
Ma
Io (2) Lei Mi (4) Quella Quelle
Quest'
Questa (2) Queste Si
A Da (2) Dell' Di (2) Fra In Nel
Per Tra
Il (6) L' La Le
ed alcune "mistranslations" come
questa da John Keats:
Ode on
Melancholy Ode alla Malinconia
No, no! go not to
Lethe, Non, no! va' no' 'ntel
Lete
neither twist. E bala minga el twist.
(Guido Almansi, "Versi in proprio
e mistraduzioni", il
Caffè,
n. 7-8, 1974, pp. 12-15)
Sebbene sprovvisti della
griffe di riconoscimento,
potrebbero
appartenere all'I. P. L. anche i Colloqui intimi fra l'ermafrodito e
l'androgino
di Corrado Costa (il Caffè, n. 4, 1975) disseminati di
giochi
di parole sul tipo di questi:
- Stavo per pestare una biscia.
- Con la b?
- No, non con la b, con il tallone. Io bestavo la biscia con il tallone
e la biscia languiva.
- L'anguis, languiva?
- Sì, sì, languiva languidamente, l'anguisdemente. Era
una cosa biscia, una melmosa liscia che dilagava, dileguava per terra.
[...]
- Attenzione alla biscia, che t'imbiscia addosso.
- Non si poteva trattenere era tutta liscia, scorreva via, filtrava
attorno senza fibra.
- L'esangue angue.
- L'angue che langue.
- La langue langue.
- La lingua langue.
- La lingua è languida.
- La lingua è liquida.
(Corrado Costa, "Colloqui intimi
fra l'ermafrodito e
l'androgino", il
Caffè, n. 4, 1975, pp. 22-23)
Del resto, in alcuni numeri
de il Caffè
(ad esempio
n. 1 e n. 2-3, 1974), fra gli annunci riguardanti i "Testi per
l'Istituto
di Protesi lett.[eraria]", vengono segnalati dei Logogrifi di Corrado
Costa.
Tuttavia, per una corretta attribuzione all'I. P. L., senza prove e
confessioni
in carta da bollo, meglio - come suggerisce il noto aforisma di
Wittgenstein
- tacere.
7. Sulla natura dei testi
legati a questa prima
esperienza di
"protesi letteraria" italiana, ci limiteremo a notare che, in gran
parte,
essi mostrano, rispetto a quelli francesi rigidamente strutturati in
una
ragnatela di regole vincolanti, una maggiore propensione verso
l'effetto
ludico, verso lo slittamento comico.
Si pensi ad esempio agli aforismi di Guido Ceronetti:
Tra i filologi c'è la
crisi del Petronio.
Andiamo al mare a farci due risacche.
Regaliamo a Strehler un paio di brechtelle.
(Guido Ceronetti, "Nuova
Vasellina Sinfonica", il
Caffè,
n. 5-6, 1975, p. 63)
oppure ai neologissimi di Luigi
Malerba:
Motònomi. Si
distinguono dagli autonomi soltanto
per un
dato esteriore: mentre gli autonomi si spostano in automobile, i
motonomi
viaggiano in motocicletta.
Pseudogàdda.
Adottato per la prima volta da
Giambattista
Vicari a proposito di un testo autentico, ma non firmato, di Carlo
Emilio
Gadda (autenticato da Gian Carlo Roscioni) pubblicato su il
Caffè
n. 1 del 1969. Si può usare anche, in modo ancora più
pertinente,
per quegli imitatori del gran lombardo che hanno sempre evitato con
cura
di citare il loro modello.
Scemiologìa.
Scienza generale degli scemi, da
non confondere
con la semiologia, scienza generale dei segni.
Vaffancàrlo.
Imprecazione composita con suffisso
variabile
(vaffan giulio, vaffan giorgio, eccetera). Il messaggio acquista
efficacia
con l'identificazione del destinatario.
(Luigi Malerba, "I neologissimi",
il Caffè, n.
2, 1977,
pp. 10-12)
o al coprogioco di Saverio
Vòllaro il cui meccanismo
consiste
nello scegliere parole che comincino con la lettera D o con vocale e
farle
precedere dalla particella mer, e nello scegliere parole che, per
affinità
di suono, siano capaci di "inglobare" le suddette due particelle (ad
esempio:
commerdatore) oppure infine ad alcuni esercizi - sempre del
Vòllaro
- giocati sul filo del tautogramma:
"Letterario" di protesi politica
in "pe" e "p"
Parecchi personaggi politici d'un
partito pervicacemente al
potere,
ma poco pratici e previdenti, reputarono di prelevare dalle pensioni
dei
poveracci l'importo indispensabile per coprire una pesante
passività
e presentarono una proposta proprio puzzolente: il pensionato non
può
produrre e, appecorandosi in posizione di preghiera permanente,
prenderà
le poche palanche periodiche ripudiando ogni opera in più, sia
pure
indispensabile per sopravvivere.
(Saverio Vòllaro, "3
esercizi di protesi letteraria e 1
esercizio
letterario di protesi politica", il Caffè, n. 3, 1977,
p.
13)
Con Cesare Milanese, Cesare
Landrini e Gianni Nicoletti,
entriamo
nel campo della saggistica ri creativa, essendo quello del primo un
"saggio
di letteratura pitagorica", quello del secondo un "saggio tecnico
scientifico"
e quello del terzo un "saggio strutturale".
Attraverso un procedimento trasformazionale operato sull'indice
preposto a Le città invisibili (1972) di Italo Calvino,
Milanese
ottiene il numero finale 666, numero indicante la Bestia
dell'Apocalisse
la cui presenza invisibile determina il senso generale del libro
calviniano
(in una lettera privata a Milanese, Calvino giudicò interessante
questo scritto perché contribuiva a liberarlo dall'etichetta
d'illuminista,
diventata ormai un luogo comune).
L'"ipotesi" su cui ruota il lavoro di Landrini è che,
una volta individuate le caratteristiche nodulari di un soggetto, i
relativi
collegamenti tra noduli e le aree di conoscenza, sia facile
confezionare
un messaggio capace di essere recepito appieno (per "nodulo", situato
in
un luogo ben preciso del corpo umano, s'intende la quantità di
conoscenze,
pregiudizi, informazioni e tabù esistenti su uno specifico
elemento
generale della vita quotidiana: agilità, attenzione,
insicurezza,
virilità, ecc.). La trama di un racconto o di un romanzo o di
una
poesia verrà quindi scelta a seconda delle zone che si vogliono
colpire. In questo modo la letteratura cesserà di essere
fraintesa
come scrittura e diverrà azione, causa motrice poiché ad
ogni iniziativa conseguirà sempre una reazione.
Sull'anagramma del nome Hadaly (= Dahlia), l'automa femminile
del romanzo Eva futura (1886) di Philippe Auguste Mathias conte
di Villiers de l'Isle Adam, ruota invece il saggio di Nicoletti, in cui
le lettere dell'alfabeto ed i simboli numerici corrispondenti assumono
insospettabili valori semantici.
Più strettamente implicati nello schema dei giochi
oulipistici
appaiono infine i contributi di Italo Calvino e di Giampaolo Dossena.
Per quanto riguarda Calvino, assiduo collaboratore della rivista,
il
Caffè gli dedica nel 1964 un numero quasi monografico (n. 4)
contenente alcuni racconti - La distanza dalla Luna, Sul
far
del giorno, Un segno nello spazio, Tutto in punto -
tratti
da Le Cosmicomiche, con disegni di Chago ed una nota dello
stesso
Calvino, insieme ad articoli di André Pieyre De Mandiargues,
François
Wahl e Stefan Themerson. In una lettera del 9 marzo 1963 indirizzata a
Giambattista Vicari, Calvino scrive:
la tua proposta di dedicarmi un
numero del Caffè
mi ha
lasciato oltre che commosso e grato e inorgoglito, anche un po'
sbalordito.
Avete fatto il numero per Palazzeschi, che compie 77 anni, mentre io ne
compio solo (al prossimo ottobre) 40. (Calvino, 1991, p. 429)
Sul Piccolo sillabario
illustrato, in
particolare, sappiamo
che fu stimolato dalla proposta di un'edizione italiana del libro Oulipo,
La littérature potentielle (1973) avanzata nel 1975 da
Ruggero
Campagnoli e da Yves Hersant all'editore Einaudi, ma realizzata solo
dieci
anni più tardi per la Clueb di Bologna nella collana "Biblioteca
di Sisifo", diretta dallo stesso Campagnoli e da Gualtiero Calboli,
come
si legge in Campagnoli, 1987.
Più in generale, possiamo distinguere, come fa Marcel
Bénabou (Bénabou, 1990, p. 42), la produzione del Calvino
oulipista in due gruppi di lavori. Da un lato, una serie di testi
relativamente
brevi fra i quali, oltre al già citato Piccolo sillabario
illustrato,
figurano: Poème à lipogrammes vocaliques progressifs (1977),
in omaggio a Raymond Queneau, apparso sul n. 4 della
Bibliothèque
Oulipienne (Oulipo, 1990, vol. 1, p. 63), pubblicato in italiano per la
prima volta in Dossena, 1979, p. 61 ed ora anche in Dossena, 1988a, pp.
89-90; Extension sémantique de la méthode S + 7
in
Oulipo, 1981, pp. 169-170; ed infine la poesia Georges Perec,
oulipien
sull'opuscolo n. 23 della Bibliothèque Oulipienne dedicato "A
Georges
Perec" (Oulipo, 1990, vol. 2, p. 110). Dall'altro, spiccano due grandi
romanzi: Il castello dei destini incrociati (1973) e Se una
notte
d'inverno un viaggiatore (1979). Sulla struttura e sulle regole che
stanno alla base dei dieci "inizi" di quest'ultimo romanzo Calvino si
sofferma
in Comment j'ai écrit un de mes livres (1978) uscito sul
n. 20 della Bibliothèque Oulipienne (Oulipo, 1990, vol. 2, pp.
26
44) e nell'articolo Se una notte d'inverno un narratore apparso
sulla rivista Alfabeta (Calvino, 1979, pp. 4-5) (su Calvino ed
i
giochi di parole ancora: Palmarini, 1985; Dossena, 1987-1988).
Fra i progetti oulipisti non realizzati da Calvino,
Bénabou
ricorda Les mystères de la maison abominable, un testo a
base informatica da trasformare in un racconto o romanzo intitolato
L'ordre
dans le crime, in cui quattro personaggi perversi perpretano 12 crimini
lasciando al lettore il compito di scoprire "chi ha commesso che cosa".
Questo progetto è descritto da Calvino nel capitolo 5 "Prose et
anticombinatoire" dell'Atlas de littérature potentielle
(1981,
pp. 319-321). Vi sono poi l'idea di riscrivere l'Amleto cominciando
dalla
fine e l'Odissea immaginando un Ulisse assolutamente incapace di
muoversi
(ritroviamo l'Amleto e l'Odissea in primo piano nella riflessione di
Calvino
su I livelli della realtà in letteratura, saggio del
1978,
ora in Calvino, 1980, pp. 310-323).
Com'è noto, nei 19 esercizi di sillabario, per limitare
il nostro discorso all'esperienza oulipista de il Caffè, Calvino
compone altrettante storie la cui chiave di lettura è data da un
altro testo di poche sillabe a sua volta equivalente dal punto di vista
fonetico alla successione di una consonante e delle cinque vocali come
avviene per l'appunto nei sillabari. Ad esempio:
CIA - CE - CI - CIO - CIU
L'istituzione delle Comuni, nella
Cina di Mao, si
scontrò agli
inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei generi
alimentari
avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico
restavano
talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che
chiedeva
allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le
scorte
erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del
primo
ministro appeso al muro.
- Ci ha ceci? - Ci ho Ciu.
(Italo Calvino, "Piccolo
sillabario illustrato", il
Caffè,
n. 1, 1977, p. 9)
Ripubblicando nel 1978 il Piccolo
sillabario
illustrato
nell'opuscolo n. 6 della Bibliothèque Oulipienne (Oulipo, 1990,
vol. 1, pp. 97-121), Calvino adottò per la lettera p (PA - PE -
PI - PO - PU) la soluzione avanzata nel 1977 da Tristam, alias
Giampaolo
Dossena, nella rubrica "I giochi" della rivista di fumetti alter alter
in cui si legge:
Vi prego di ricapitolare
attentamente: leggevo Desiderius
Papp, e Pippo,
pùm, mi salvò dalla disperazione. Papp, e Pippo,
pùm,
PA - PE - PI - PO - PU, è una storia vera, ma è
anche
un gioco che ho inventato io nel settembre 1943 (Dossena, 1977, p. 75).
Impegnato a mettere ordine
in quel vasto territorio
traboccante
di trabocchetti che è l'immaginario linguistico troviamo, fra i
collaboratori de il Caffè, Giampaolo Dossena, il cui
nome
è indissolubilmente legato all'invenzione del Bacedìfo.
Nel saggio Mongòlital e Bacedìfo (ora in
una nuova versione: Dossena, 1992b), Dossena si occupa di lingue
"inaudite,
inventate, mostruose" ed in particolare del mongòlital o
italiano
mongoloide, lingua congetturale ottenuta attraverso il procedimento del
Bacedìfo. Secondo la definizione di Dossena,
l'Ur-bacedìfo
(dove il prefisso "ur" sta per il tedesco "antichissimo, primo,
originale")
è gioco orale o canoro consistente nell'emettere i suoni
vocalici
di una lingua x secondo il loro ciclo di comparsa nell'ordine
alfabetico
della lingua in questione, inframmezzati ai suoni consonantici, anche
questi
secondo il loro ciclo di comparsa nell'ordine alfabetico. In italiano,
da b-c-d-f-g ecc., inframmezzando a-e-i-o-u, si ha
"b-a-c-e-d-i-f-o-g-u-h-l-e-m-i...".
Dalle prime quattro sillabe deriva il nome del gioco. Partendo dalla
famosa
strofetta:
Garibaldi fu ferito
fu ferito 'n una gamba,
Garibaldi che comanda
che comanda i suoi soldà.
applicando il procedimento sopra
descritto, dopo aver
eliminato tutte
le geminate (le cosidette "doppie"), gli incontri di due o più
consonanti
diverse, i dittonghi, i trittonghi e gli iati, si arriva a:
Bacedìfo guhalémi
nopuqàre sitovùza,
becidòfu gahelìmo
nupaqéri sotuvàz.
che, scritta in prosa, con
l'aggiunta delle lettere mancanti
("considerate,
deplorevolmente, alla stregua di 'consonanti'") j, k, w, x, y, diventa:
bacedifoguhajekilomunapeqirosutavewixoyuza, testo che, a sua volta,
"opportunamente
tagliato a fette e spruzzato di segni diacritici", può leggersi:
Bacedìfo guhà Jekilòmu. "Napeqìro?"
sutàv.
"Ewìxo yu zâ!" ed interpretarsi così: Il sovrano
chiamò
a sé il Grande Sacerdote. "Si sono avverati i presagi?" gli
chiese
con irruenza. "I tempi sono maturi!". In quanto gioco scritto il
Bacedìfo
consiste nell'estrarre dalle griglie omonime, attraverso un
procedimento
di "lettura automatica", parole e frasi di una lingua immaginaria,
totalmente
sconosciuta, a cui si attribuisce un senso per via di "traduzione
immaginaria"
ovvero di una lingua congetturale (per l'italiano, il
mongòlital),
assimilabile alla lingua madre del giocatore, largamente inquinata da
echi
dialettali o di lingue finitime. Per griglia del Bacedìfo
s'intende
una successione di lettere ottenuta inframmettendo le vocali di una
lingua
x alle consonanti, entrambe secondo il loro ciclo di comparsa
nell'ordine
alfabetico. Naturalmente esistono diverse varianti delle griglie del
Bacedìfo
a seconda dell'alfabeto adottato (latino-inglese di 26 lettere o
latino-italiano
di 21 lettere) e della lettura più o meno bifronte dei cicli
consonantici
e/o vocalici (lettere consonantiche e vocaliche da sinistra a destra o
da destra a sinistra; lettere consonantiche da sinistra a destra e
lettere
vocaliche da destra a sinistra e viceversa).
Detto questo, soffermiamoci brevemente su un po' di storia del
Bacedìfo. Come ricorda lo stesso Dossena, il Bacedìfo
scritto
o milanese (per la versione orale, risalente all'inverno 1949-1950 o
1950-1951,
si parla di Bacedìfo pavese o Ur-bacedìfo) è
inventato
da un certo Giovanni, dirigente industriale e ex-copywriter,
nell'estate
(probabilmente fine luglio) del 1965. Successivamente, nel marzo 1972,
con una lettera ai Wutki, sigla collettiva dei responsabili di una
rubrica
di giochi della rivista Linus, il "linguaggio universale"
Bacedìfo
viene presentato ai lettori della rivista che sono esortati a decifrare
questa frase, scritta in Bacedìfo, posta a titolo della pagina:
"Wuxa-yezi, bocu da fegi: hoju kale mi no puqare, s'itovú",
(Wutki,
1972a, p. 47). Tutto ciò si consuma dopo una serie di puntate
dedicate
alla divulgazione del gioco oulipista "metodo S + 7", metodo che ha una
qualche concretezza, mentre il Bacedìfo, classificabile come una
"manipolazione letterale", è "quintessenza di astrazione"
(Dossena,
1992, p. 69). Fra gli undici lettori che scrivono ai Wutki per spiegare
come hanno capito e apprezzato il gioco del Bacedìfo si
distingue
il colonnello Mario Zaverio (o Xavier) Rossi, di Mirandola (Modena),
già
addetto all'Ufficio Cifra del SIM, ateo, robustamente antifascista e
antimonarchico,
grande amante delle "rimes à l'oeil" ed autore di alcuni
epigrammi
pubblicati su il Caffè, n. 1 del 1965. Il colonnello
ribadisce
che il Bacedìfo "si può definire linguaggio universale in
quanto chiunque può scriverlo, con risultati identici, su tutta
la faccia della terra, purché usi naturalmente il nostro
alfabeto
latino di ventisei lettere dall'A alla Z" (Wutki, 1972c, p. 40). Le
osservazioni
del colonnello Mario Zaverio Rossi vanno prese in seria considerazione
perché egli, oltre ad assistere alla nascita del Bacedìfo
nel 1965, ne è anche, fin dagli anni d'insegnamento presso le
cattedre
di Messaggi Cifrati e di Istituzioni Retoriche all'Accademia Militare
di
Modena, il primo vero "artefice" (1913). Di più, nel 1914 la sua
carriera viene spezzata proprio perché sorpreso dal Duca di
Spoleto
mentre fa cantare agli Allievi il Bacedìfo sull'aria della
Marcia
Reale: "Bacedì foguhà leminò/ puqàre
sitovù
zà-zà". Fra i possibili precursori del Bacedìfo lo
stesso colonnello cita alcuni progettisti di lingue universali del
secolo
XVIIº come il pedagogista ceco Jan Amos Komensky, il filosofo
inglese
George Dalgarno e il filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (per la
storia del Bacedìfo, oltre ai testi già citati, si vedano
ancora una lettera ai Wutki del colonnello Mario Zaverio Rossi in
Wutki,
1972b, p. 48, e gli articoli di Giampaolo Dossena su Il
Venerdì
di Repubblica, 1988b, p. 123; 1988c, p. 178; 1989a, p. 173,
contenente
il primo haiku in Bacedìfo; 1989b, pp. 144-150; 1989c, pp.
147-149;
1990, p. 138; 1992a, p. 143).
Lo scritto intitolato Pseudobifronti di Dossena è un
affresco,
ricco di esemplificazioni e di riferimenti bibliografici, su "uno dei
giochi
più belli di tutte le lingue alfabetizzate": il gioco del
palindromo
e del bifronte che il colonnello Mario Zaverio Rossi, dalle cui carte
Dossena
trae non pochi spunti di riflessione, chiama il Gioco degli Specchi:
"specchio
limpido come l'occhio d'un fanciullo, il palindromo [anilina-anilina];
specchio appannato da suffumigi faustiani, il bifronte
[enoteca-acetone]!".
Per quanto riguarda gli pseudobifronti, definiti come una serie di
lettere
che, lette da sinistra a destra, danno una o più parole, mentre
lette da destra a sinistra danno un quid a cui, con opportuna
scansione,
per lettura automatica e per traduzione immaginaria, si può
attribuire
un certo significato in una lingua congetturale (ad esempio: brutto =
otturb;
Paolo = Oloap; ecc), ne riproduciamo uno in versi, costruito su nome e
cognome di alcuni letterati italiani, particolarmente significativo:
I tre Bigiùl
i dra', i cnai, Bona i' cul:
«e t’ naròm a slè»
O marèla, allibìs!
a n'à p' mac o nid
oivo borébil.
I cnoll è ba i ram,
i niròtt i vòile
azzèl le boi rad.
I noz na mord n'asséla.
(Giampaolo Dossena,
"Pseudobifronti", il Caffè,
n. 1,
1977, p. 45)
di cui lo stesso Dossena offre
questa traduzione: "I tre
Luigioni (Bigiùl
accrescitivo-spregiativo di Bigio: tre giovinastri giganteschi, tutt'e
tre a nome Luigi, come capita nei paesi)/ dragano, quelle canaglie,
Bona
(una giovinetta, o una sposa) nel culo (la sodomizzano con impeto da
ruspa,
da caterpiller)/ «e ti andremo a gelare!» (le dicono: ti
faremo
rabbrividire vieppiù)./ O piccola madre, allibisci!/ non
c'è
più al (nel) nido/ (un solo) uovo bevibile./ Le cornacchie sono
basse ai (stanno sotto ai) rami,/ i passerotti volano/ in mezzo al
bosco
rado./ Le noci ci (dativo etico) morde uno scricciolo." (Giampaolo
Dossena,
"Pseudobifronti", il Caffè, n. 1, 1977, pp. 45-46).
La trilologia dosseniana progettata nell'ambito dell'I. P. L.
si completa con Le cerniere del colonnello, dove "colonnello" sta per
il
già citato Mario Zaverio Rossi, mentre il termine "cerniera" si
riferisce al gioco consistente nell'accostamento di tre parole la terza
delle quali ottenuta dalle prime due mediante la formula: xa/bx = ab
(esempio:
dro-ga/la-dro = gala). Il saggio di Dossena espone i risultati cui egli
è pervenuto dopo l'esame di un quaderno del colonnello Mario
Zaverio
Rossi intitolato Apologia dell'aplologia, una specie di diario di
ricerca,
iniziato il 30 settembre 1930, sulla classificazione e "codificazione
antinomenclatoria"
di alcuni giochi di parole, culminante nella proposta di raggruppare
sotto
l'unico nome di cerniera le quattro filiazioni della sciarada
incatenata
(ax/xb = axb come in prete/tesa = pretesa) e cioè:
1. ax/xb = ab (casco/scovolo =
cavolo) lucchetto
2. xa/bx = ab (droga/ladro = gala) cerniera
3. xa/xb = ab (sciame/scialo = melo) lucchetto alterno, secondo
Musetti, 1970, p. 157.
4. ax/bx = ab (pesche/lische = peli) lucchetto alterno,
secondo Paracelso, 1964, p. 53.
accompagnate rispettivamente
dagli aggettivi, dedotti da
"certe elucubrazioni
della retorica classica", anadiplosico (1), epanadiplosico (2),
anaforico
(3) ed epiforico (4).
Nel finale le carte del colonnello Mario Zaverio Rossi contengono
le istruzioni per costruire una "macchinetta generatrice di cerniere".
Per capire di cosa si tratta serviamoci di un esempio molto semplice
esibito
da Dossena. Prese quattro parole bisillabiche aventi una combinazione a
bifronte sillabico (seme, mese, meno, nome) e disposte secondo i
quattro
tipi di cerniera precedentemente visti, si ottiene:
1. seme/meno seno
2. mese/nome seno
3. mese/meno seno
4. seme/nome seno
Al colonnello queste
quattro parole-chiave,
"incernierate" fra
loro, servono da "contrainte" (costrizione) per elaborare un breve
testo
ludico-letterario:
Il mio seme, come da se stesso
mosso, ti viene a cercare; si
spande
per le terre, le sommerge, giunge a lambirti i piedi, ti sale al seno.
Non posso più fare a meno di te. Grido il tuo nome nei deserti.
Fra un mese, fra un anno... (Giampaolo Dossena, "Le cerniere del
colonnello", il
Caffè, n. 3, 1977, p. 48).
8. L'Istituto di Protesi
Letteraria sopravvive al suo
pigmalione.
Dopo la morte di Giambattista Vicari (1978), vero folletto
catalizzatore
delle "giocose" istituzioni informe 'patafisico oulipiste, escono
ancora
due pezzi a nome dell'I. P. L. in una nuova serie (IX) della rivista: Quattro
minuti del Giorno del giudizio di Saverio Vòllaro (n. 162,
1980),
lungo poema scritto in un linguaggio falsamente dotto, e L'autogenito
di
Sal Kierkia, alias Salvatore Chierchia, noto anche con il nome di
Magòpide
nel mondo enigmistico (n. 163 164, 1981), racconto breve basato sul
gioco
dello shehfu cinese, altrimenti chiamato dai linguisti e dal colonnello
Mario Zaverio Rossi (il Caffè, n. 3, 1977) aplologia o
più
comunemente lucchetto dagli enigmisti, che consiste, come abbiamo
già
visto, nel legare due parole secondo la formula dell'esempio seguente:
LIbro + broDO = LIDO.
Poi con la definitiva chiusura de il Caffè (dopo
il 1981, escono tre numeri coordinati da Cesare Landrini: n. 0, aprile
1985; n. 1, 1 settembre 1986; n. 1, marzo 1988), anche l'Istituto di
Protesi
Letteraria si scioglie. Almeno formalmente, in quanto movimento
"istituzionale".
Perché, al contrario, lo spirito che ne ha mosso
l'esperienza,
nonostante l'atmosfera seriosa calata sulla cultura letteraria italiana
dopo di allora, le defezioni all'immortalità, i ripensamenti e
l'asssenza
di figure vicaresche, quello spirito si può dire che...
gennaio 1993
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
(esclusi i testi apparsi su il Caffè)
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L'età
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n. 5, p. 48.
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______________________________________
Il libro Le cerniere del colonnello
era il
primo di una collana da me curata per l'editore Ponte
alle Grazie di Firenze. In effetti uscì soltanto un altro testo Bisticci
classici di Vincenzo Trambusti, con una nuova appendice di
testi
latini curata da Paolo Panizza e una postilla di Giampaolo Dossena.
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Una curiosità. Il 6 ottobre 1981 all'Alliance
française di Melbourne Georges Perec tenne una conferenza
intitolata
"Discussione sulla poesia". Durante il dibattito gli fu chiesto se
esistevano
gruppi simili all'Oulipo in altri paesi. Perec rispose che ce n'erano
in
Germania, in America e anche in Italia. Per quest'ultimo paese
citò
l'"Istituto d'ipotesi [sic] letteraria" che "è - disse -
leggermente più scherzoso di noi, ma la cosa non ci dispiace".
Nella nota 27 a pagina 292 del libro di Georges Perec, Entretiens
et conférences, volume II 1979-1981, Joseph K. 2003, i
curatori
Dominique Bertelli e Mireille Ribière scrivono:
"Il s'agit de l'Istituto di Protesi Letteraria, qui trouve son nom
dans "Le second Manifeste" (1973) de François Le Lionnais. Sa
naissance
est annoncée en septembre 1973, quelques mois après la
parution
en France du volume collectif La Littérature
potentielle,
dans Il Caffè (n. 4-5-6), revue fondée et
dirigée
par Giambattista Vicari qui accueillera de nombreux travaux du groupe
jusqu'en
1977. L'Istituto comprend à ses débuts une douzaine de
membres
dont Guido Almansi, Giambattista Vicari, Guido Ceronetti et Luigi
Malerba.
Ses travaux s'inspirent de près des premières productions
oulipiennes (voir l'anthologie composée par Paolo Albani en
1991: Le
Cerniere del Colonnello), et manifestent comme le note ici Perec
une
très nette propension à toutes les formes de comique.
C'est
un groupe différent qui, en novembre 1990 à Capri,
créera
l'homologue italien de l'Oulipo, l'Oplepo (Opificio di Letteratura
Potenziale)".
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