Paolo Albani
LA TELEFONATA

    È una domenica mattina (non ricordo più se di aprile o maggio, il mese comunque non ha importanza). Mi alzo tardi, verso mezzogiorno, perfettamente in forma, pregustando il sapore di una giornata rilassante, divisa a metà fra la lettura di un buon libro e l'abbandono più libidinoso all'ozio.
    Ancora in pigiama, vado ad aprire la finestra di camera mia, spalanco le persiane e faccio un bel respiro a pieni polmoni. Poi guardo davanti a me e dopo un po' mi accorgo, con allarmante stupore, che fuori non c'è più niente! Proprio così: niente, nel senso in cui il termine «niente» indica uno stato di nullità, di assenza totale e basta.
    Mi stropiccio gli occhi, controllo meglio, ancora incredulo, ma il panorama fuori non cambia. Davanti a me ho sempre un'indistinguibile cortina di fumo bianco, una caligine vaporosa, densa, un nulla glaciale che è un po' come dire un vuoto assoluto o se preferite una perfetta mancanza di tutto.
    Un'illusione ottica, mi dico ancora assonnato, stirandomi fra uno sbadiglio e l'altro. Durante la notte sarà calata giù la nebbia, una nebbia fitta, vallepadanina e così ecco spiegato il fenomeno del «Nulla». Certo, però, che una nebbia di questa stagione è un fenomeno un po' strano. E allora, mi dico: che sia scoppiata la prima guerra nucleare, senza che nessuno abbia avuto il tempo di avvertirmi, e questa nebbia non sia che l'effetto di un catastrofico «day-after»?
    Fantasie! Sorrido all'idea di una guerra non annunciata dalla televisione.
    Poi telefono subito a Giancarlo che, in linea d'aria, abita poco distante da me, per domandargli del tempo e se per caso non sia calata la nebbia anche dalle sue parti.
    Al principio, quando si è coinvolti in avvenimenti che hanno del misterioso, il fatto di non comprenderne le cause ci porta inconsciamente a pensare che ne siano responsabili chissà quali fenomeni atmosferici. È una deduzione che viene spontanea. D'altra parte è sempre stata questa (d'incolpare la natura) la più antica arma di difesa dell'uomo ‑ da quello «sapiens» in poi ‑ di fronte all'ignoto. E buon sangue non mente mai.
    Aspetto qualche minuto. Il segnale di libero continua ininterrotto. Giancarlo non risponde. Riprovo pazientemente, due, tre volte. Niente, non risponde. Alla fine rinuncio. «Sarà uscito», mi dico.
    Dopo un attimo d'indecisione, chiamo Rosanna. Lei è sicuramente in casa. Da circa un mese ha avuto una bambina, quindi niente di più facile che trovarla in casa. Sarà tutta premurosa dietro alle poppate, indaffarata a lavare tutine, a cambiare pannolini, a cantare ninnananne per addormentare la pupetta, ecc.
    Formo il numero, lentamente, attento a non sbagliare, ma anche lei non risponde.
    «Strana coincidenza», penso.
    Mi viene un sospetto. Forse ho il telefono guasto. Spesso, qui da me, in campagna, accade di restare isolati telefonicamente per diverse ore. La linea si sovraccarica di chiamate e zac! s'interrompono le comunicazioni tagliandoti fuori dal resto del mondo, con buona pace per parenti, amici ed ogni altro genere di scocciatori.
    Meglio non insistere con il telefono, allora.
    A questo punto c'è un solo modo di accertare la verità.
    Senza pensarci su due volte, attraverso di corsa il corridoio che, dalla mia camera da letto, porta direttamente nel piccolo atrio dell'appartamento, raggiungo velocemente l'uscita, apro di scatto la porta e...
    Di nuovo ecco ricomparire lo spettacolo della nebbia. Davanti a me si presenta ancora uno schermo diafano, incolore, privo di consistenza.
    Avanzo timidamente di un passo. Sento che mi manca il terreno sotto i piedi. È una percezione che non si può descrivere, astronautica. Oltre la soglia dell'ingresso di casa mia non c'è rimasto più niente. Soltanto uno sterminato, impalpabile ed angosciante nulla, un nulla integrale. Sopra, sotto, dappertutto.
    «Allora sono sospeso nel vuoto», mi dico con terrore.
    Mi affaccio fuori della porta, allungando il collo come una giraffa in amore, aggrappato ad uno spigolo della porta. Scruto a destra, a sinistra, fino a che non mi rendo conto di essere circondato per una distanza imprecisabile da un bagliore diffuso, all'interno del quale non s'intravede alcuna presenza che possa ricordare, dalla forma, un oggetto fisico, una geometria solida, una corporeità familiare. Non un fiore, insomma, non un pezzetto di terra, non un albero. Nulla. Tutto sparito, cancellato, dissolto, volatilizzato. Anche la scala che avevo appoggiato sul muretto pericolante dietro l'orto, anche Thomas il mio cane, la falciatrice dell'erba, la pompa dell'acqua, ecc. Tutto, come se l'appartamento, sradicato dalle fondamenta, stesse volando nel cielo aperto, dentro uno strato di nuvole, e così in alto da non lasciar distinguere ad occhio nudo il paesaggio sottostante.
    La realtà sembra essersi completamente smaterializzata, trasformata in un deserto di cera, di lava bianca. Qualcosa come un'enorme campana di vetro opaco, un gigantesco involucro di cellophane ne ha sostituito la consistenza fisica.
    Spaventato dalla scena agghiacciante apertamisi davanti, urlo più forte che posso, nella speranza che qualcuno mi senta. Ma chi? Intorno alla casa non c'è anima viva. Anche i miei vicini, in genere così rumorosi e poco amanti della privacy, sono svaniti nel nulla.
    In preda ad una forte agitazione, mi precipito nel bagno, dalla parte opposta dell'appartamento. Spalanco l'unica finestra che c'è da cui, un tempo, drizzandosi sulla punta dei piedi, si godeva una magnifica vista della campagna. Salgo in fretta sopra uno sgabello ed osservo fuori.
    «Dio mio, fa che torni la realtà!», piagnucolo.
    Ma il panorama è sempre lo stesso. Anche da qui, dalla finestra del bagno, vedo soltanto «l'immensa profondità che avvolge il contenitore di uno spazio vuoto», eufemistica locuzione per dire che non vedo assolutamente nulla. Nulla.
    Ne approfitto per un bisogno impellente che la paura mi ha stimolato. Poi mi dirigo verso la porta d'ingresso, rimasta semiaperta. Correndo, inciampo in un tappetino di paglia; cado a terra e scivolo sul pavimento di cotto che la donna di servizio ha lucidato il giorno prima. Vi struscio sopra, a gambe levate, per qualche metro. Quindi vengo catapultato all'esterno.
    Da questo momento ha inizio la mia rocambolesca odissea.
    Precipito nel vuoto. In quale direzione? Non lo so. Sono troppo terrorizzato per avere un'idea di dove sto precipitando.
    «Forse è un sogno», mi dico. A chiunque, credo, sarebbe venuto questo pensiero. Il classico sogno in cui si ha la sensazione di cadere nel vuoto e la sensazione è così realistica che, alla fine, uno s'immedesima nella parte del «paracadutista» e soffre (fisicamente intendo dire) proprio come se fosse sveglio.
    Secondo l'interpretazione degli psicanalisti questo tipo di sogni rappresenta il simbolo della paura dell'evirazione conseguente alla pratica dell'onanismo. E siccome io, in questi ultimi anni, se devo essere sincero, l'abitudine di masturbarmi non l'ho mai persa, ho buone speranze di ritenere che si tratti veramente di un sogno.
    Se le cose stanno così, fra poco riprenderò i sensi. Mi sveglierò e tutto ritornerà al suo posto, esattamente come l'ho lasciato prima di addormentarmi, con la stessa naturale densità, la stessa luce impastata di ombre, lo stesso vitalismo, gli stessi rumori, ecc.
    E invece no. Altro che sogno masturbatorio!
    Sto precipitando davvero nel vuoto. Il volo è di una concretezza allucinante. Il mio corpo fende l'aria ad una velocità paurosa. Allargo le braccia nel tentativo disperato di rallentare la caduta, ma inutilmente. Volteggio su me stesso. D'un tratto la pressione dell'aria mi lacera la giacca del pigiama e mi ritrovo a testa in giù. Capovolto, perdo i pantaloni del pigiama che mi escono dal fondo delle gambe, violentemente risucchiati all'indietro.
    Sono nudo e sfreccio nel vuoto. Ho freddo.
    Sopra di me, in lontananza, vedo il cubo di cemento della mia casa che vaga, senza una mèta precisa, sullo sfondo biancastro del cielo. Ne distinguo perfettamente il tetto spiovente con il minuscolo camino, le persiane verdi delle finestre, la porta spalancata, il piccolo terrazzo con i vasi da fiore sulla ringhiera, ecc.
    La casa rimpicciolisce a vista d'occhio fino a diventare un puntino confuso, invisibile.
    Mi sfracellerò, questo è sicuro. Prima o poi questa folle corsa si arresterà, non può essere senza fine ed io mi schianterò su qualche superficie dura frantumandomi in mille pezzi. Chiudo gli occhi in attesa dell'urto violento.
    Ormai, è come se fossi già morto. Sto per svenire. Ecco, sono spacciato. Addio. Addio per sempre...

    Riprendo conoscenza sdraiato sopra un divano, al centro di una stanza il cui arredamento mi è completamente sconosciuto. Due bambini mi guardano con l'espressione del viso raggiante, come se fossi un marziano piovuto dal cielo od uno di quei personaggi mostruosi dei film di fantascienza.
    Sono avvolto in un plaid. Qualcuno mi bagna le labbra con un fazzoletto imbevuto di cognac. Poi si ritira in punta di piedi, lentamente, senza fare rumore. Sento una voce maschile, capto il suono ovattato di una frase.
    ‑ Credo che sia sveglio.
    Mi sollevo a fatica sul busto. La testa mi gira. Ho le ossa doloranti. Dietro lo schienale del divano, un uomo ed una donna mi sorvegliano premurosi.
    ‑ Dove sono? ‑ domando ancora un po' frastornato.
    ‑ L'abbiamo raccolta sul tetto ‑ risponde la donna. ‑  Era svenuto, sanguinante. All'inizio abbiamo pensato che fosse morto. Che spavento ci ha fatto prendere! È caduto sopra una fila di pannelli solari. Ce ne siamo accorti dal crepitìo dei vetri rotti.
    Sussurro un: ‑ Mi dispiace ‑ di convenienza, un po' teatrale.
    ‑ Non si preoccupi ‑ aggiunge la donna marcando l'inflessione calda della sua voce da crocerossina. ‑ L'importante è che lei sia ancora vivo.
    D'improvviso, mi ricordo della caduta nel vuoto. È come un lampo, un rapido clic nella scatola nera della mia memoria. Balzo in piedi e mi dirigo, zoppicante, verso la vetrata del salotto. Apro la tenda con un gesto brusco fino quasi a strapparne il tessuto dagli anelli che la sorreggono all'asta di ottone; mi avvicino alla vetrata e guardo fuori, ansioso.
    L'uomo mi segue temendo che possa commettere un gesto sconsiderato. Mi trattiene per una spalla, con un'aria decisa, protettiva. Il suo intervento è comunque inutile perché la scena oltre la vetrata mi raggela. Rimango allibito, incapace di muovermi. Il paesaggio, fuori, è di una vuotezza impressionante.
    Non si vede che un'immensa pianura nebulosa, prosciugata in ogni lato dal più piccolo granello di oggettività, investita dalla stessa luce fredda ‑ color «assenza» ‑ che avvolgeva il mio appartamento.
    ‑ Perché sei uscito di casa? ‑ mi chiede la bambina arricciandosi una ciocca dei capelli biondi. M'interroga con la timidezza disarmante dei bambini, sospinta da una maliziosa curiosità. È troppo seria per ignorare che non sono un angelo in missione esplorativa.
    ‑ La mamma ci sgrida quando ci avviciniamo alle finestre o se cerchiamo di aprire la porta ‑ aggiunge respirando a grandi boccate.
    Interviene l'altro bambino. La rimprovera educatamente, recitando la parte dell'adulto responsabile, pieno di saggezza.
    - Lascia in pace il signore, Federica, ‑ dice ‑ non vedi che è molto stanco.
    Sono confuso, debolissimo. Mi rivolgo all'uomo che suppongo sia il padre dei due bambini.
    ‑ Le sarei molto grato se potessi fare una telefonata.
    ‑ Certo, l'apparecchio è lì ‑ risponde l'uomo indicandomi un tavolinetto a tre piedi, accostato al muro di un corridoio poco lontano da dove stiamo parlando. Sopra il tavolinetto, uno specchio ovale; infilata fra il listello di legno dorato della cornice e la superficie dello specchio la cartolina di una spiaggia anonima, affollata di bagnanti e di ombrelloni, ricordo di un mondo esterno sulla cui permanenza comincio a dubitare.
    Nervosamente compongo il numero di Giancarlo.
    Questa volta sono fortunato. Giancarlo è in casa e risponde. Di fronte alle mie imprecazioni, cade dalle nuvole.
    ‑ Scusami, ma stavo facendo la doccia ed avevo la radio accesa.
    Mi colpisce la sprezzante tranquillità con cui si giustifica.
    Dal timbro della sua voce non traspare alcun segno d'inquietudine.
    ‑ E Rosanna? ‑ gli chiedo, nella speranza di chiarire quelle strane telefonate disattese, sebbene mi renda conto che Giancarlo non può capire il vero senso della mia domanda.
    ‑ Rosanna? Sono settimane che non ci sentiamo. Ha cambiato casa, lo sapevi? Posso darti il suo nuovo indirizzo. Ma dove sei? Cos'è successo? Ti sento un po' strano.
    Sarebbe troppo lungo star lì a spiegargli, per telefono, l'acrobatica disavventura di quella mattina, raccontargli del mio salto nel vuoto, del miracolo dei pannelli solari che mi hanno salvato, della famiglia che mi ha raccolto ed assistito con tanta premura, ecc.
    ‑ Hai visto fuori della finestra? ‑ aggiungo in modo sbrigativo.
    ‑ Sì, perché? ‑ risponde lui, sorpreso.
    ‑ Ed hai il coraggio di chiedermelo?
    Restiamo qualche secondo in silenzio.
    Per non farmi prendere da una crisi di nervi, mi concentro sul ritmo affannoso del mio respiro.
    Poi Giancarlo apre di nuovo le ostilità esclamando:
    ‑ Ah, credo di aver capito! ‑ e scoppia in una risata fragorosa che mi costringe ad allontanare la cornetta dall'orecchio.
    Giudico infantile, oltre che poco delicato, il suo comportamento. Ma la cosa non mi stupisce. In fatto di sensibilità, Giancarlo non è mai stato un campione.
    Sono impaurito, confuso. Nel cielo viaggiano milioni di appartamenti abbandonati al loro destino e di fronte a questa terribile prospettiva l'idiota non trova di meglio che riderci sopra.
    Lo aggredisco senza mezzi termini.
    ‑ Sei un incosciente! ‑ gli grido facendo appello alle poche forze che mi sono rimaste.
    Ma il mio sfogo non ottiene alcun effetto. Giancarlo non si scompone, continua a ridere divertito.
    ‑ Cosa vuoi che m'importi di quello che sta succedendo fuori ‑ risponde con un tono di voce a metà fra il serio ed il canzonatorio. ‑ Sono anni ormai che non vedo più nessuno. Mi sono comprato uno splendido televisore a colori, novantanove canali, un videoregistratore, un personal computer, un lettore compact disc. Ascolto della musica, leggo. La sera mi guardo un bel film in televisione. Insomma non mi manca niente. E allora perché dovrei...
    Non lo lascio finire. Gli sbatto la cornetta del telefono in faccia. Sono furibondo. Non posso permettere che mi si diano lezioni di cinismo, tanto più ora che non si sa bene cosa stia accadendo, là fuori.


A proposito di questo racconto, ecco cosa mi scrisse Luigi Malerba il 22 gennaio 1984 (almeno questo sembra l'anno guardando il timbro postale sulla busta della lettera):



Il libretto cui si riferisce Malerba nella lettera è il mio Parole in difficoltà (Tam Tam 1983).
"Il Cavallo" è il Cavallo di Troia, trimestrale della cooperativa scrittori e lettori, diretto da Paolo Mauri, di cui Malerba era un  membro del Comitato di direzione, insieme a Gianni Celati, Giampaolo Dossena, Gaio Fratini, Giuliano Gramigna, Angelo Guglielmi, Alfredo Giuliani, Walter Pedullà e Antonio Porta.
Su il Cavallo di Troia (4, inverno/primavera 1982-1983, p. 136) pubblico un raccontino intitolato L'ombra.

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Questo racconto, con alcune piccole varianti, è stato ripubblicato
nel mio libro Il complesso di Peeperkorn. Scitti sul nulla,
edito da Italo Svevo Editore nella collana
"Piccola Biblioteca di Letteratura inutile",
ideata e curata di Giovanni Ricci.
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