LA PAROLA
COME OGGETTO ANOMALO, ANCHE

1. Introduzione
Dal gennaio al marzo del 2000 ho tenuto presso l’Università
del Progetto di Reggio Emilia, un “ambiente progettuale” che svolge
le proprie attività nel design e nella comunicazione, un corso di
sensibilità alle parole intitolato, parafrasando una celebre opera
di Marcel Duchamp:
La parola come oggetto anomalo, anche.
Il corso prevedeva al mattino lo svolgimento di lezioni, con ausilio
di strumenti audiovisivi, schede riassuntive riguardanti concetti, esempi
di testi creativi, note su autori, bibliografie orientate, insieme alla
riproduzione di immagini da libri d’artista, da cataloghi di mostre e simili,
proiettate su grande schermo, e poi ancora con letture, improvvisazioni
e performance dal vivo, e al pomeriggio una fase applicativa di esercitazioni
a tema. Per grandi linee espongo qui di seguito l’organigramma delle mie
lezioni e quella dei laboratori.
Dopo alcuni cenni introduttivi sulle diverse modalità d’approccio
alla parola Parola, ovvero sulle funzioni del linguaggio, sulle
caratteristiche fonetiche e grafiche e sulle articolazioni dei segni linguistici,
il corso si è preoccupato di analizzare alcuni aspetti insoliti
e bizzarri dell’oggetto-parola, investigando su:
• la parola inesistente (ad es.: neologismi, lingue fantastiche,
glossolalie dei pazzi);
• la parola musicale (ad es.: fonosimbolismo, poesia sonora,
linguaggi onomatopeici);
• la parola figurata (ad es.: tecnopegnio, parole in libertà,
calligrammi, poesia visiva);
• la parola divertita (ad es.: giochi poetici, letteratura potenziale,
ludolinguistica);
• la parola comica (ad es.: lapsus, nonsense, spropositi letterari,
parodie scientifiche).
Nell’introduzione generale al corso mi sono soffermato sul concetto
di parola come oggetto, utensile, congegno, strumento materiale
da modificare, plasmare, manipolare, e su quello di anomalia, intesa
come deviazione o difformità da una regola, da una struttura o da
un comportamento considerati normali. Tutto ciò finalizzato a sorprendere
il linguaggio nei suoi aspetti insoliti, singolari, in qualche modo anomali.
Come il designer deve conoscere le potenzialità del materiale
(ferro, legno, plastica, ecc.) dell’oggetto che intende progettare, così
per giocare con le parole bisogna conoscere le potenze bifide, deflagranti
del linguaggio. Acquisire questa conoscenza è possibile per via
sperimentale, procedendo attraverso le anomalie, le bizzarrie, le stravaganze,
le curiosità del linguaggio.
L’approccio al linguaggio ha preso in esame principalmente:
• le sue caratteristiche visive dove quello che domina è l’elemento
ottico, pittorico della scrittura, la sua geometria, la sua spazialità,
dove cioè le parole sono assunte come puri oggetti estetici, autonomi
dal loro significato;
• le sue caratteristiche sonore dove l’attenzione è posta sul
dato fisico-acustico della parola, sulla sua musicalità, sulla sua
sostanza fonica, anche qui sganciata, autonomizzata dal livello semantico
codificato;
• le sue caratteristiche di veicolo della fantasia, dell’immaginazione:
il linguaggio non solo come strumento di comunicazione, ma come una meravigliosa
macchina capace di comporre con venticinque o trenta suoni un'infinita
varietà di parole (anche inesistenti, nonsensiche), un congegno
sempre in divenire, che si trasforma e non è mai compiuto, con un'illimitata
potenzialità espressiva;
• le sue caratteristiche di spiazzamento nei confronti della logica,
dell’ordine conosciuto delle cose attraverso i meccanismi del gioco e della
comicità.
Una fase di rodaggio per prendere familiarità con alcune
nozioni elementari di semiotica, in particolare con i concetti di comunicazione,
segno e struttura, è servita ad offrire un’idea generale, da un
lato, del funzionamento dei segni e della loro influenza sociale e, dall’altro,
del modo in cui sono costituiti i testi (opere letterarie, immagini, produzioni
audiovisive, oggetti artistici, manufatti) (Eco 1973; Volli 2000).
Nel primo laboratorio del corso abbiamo composto degli “esercizi
di stile” alla maniera di Raymond Queneau ovvero, partendo da un testo
“banale”, lo abbiamo riscritto usando vari stili (telegrafico, metaforico,
onomatopeico, gergale, ecc.) (Queneau 1983).
2. La parola inesistente
Dopo una sintetica esposizione sul rapporto comunicazione e retorica,
in cui si è parlato delle figure retoriche (di morfologia, di sintassi,
di significato, di pensiero) e del legame che intercorre fra immagini (in
specie quelle pubblicitarie) e retorica (Napoli 1995), il corso si è
inoltrato nel mondo magico della parola inesistente, procedendo fra neologismi,
capaci di condensare in un segno unico tutto un sistema descrittivo, e
lingue immaginarie congegnate in letteratura (fantastica, fantascientica,
ludica e sperimentale) e in altri settori della ricerca artistica: si pensi
ad esempio allo scat, tecnica vocale del jazz consistente nell’imitazione
di uno strumento da parte della voce, con sillabe o parole senza senso
(Albani e Buonarroti 1994). In questa sezione del corso abbiamo parlato
di false etimologie (Sebregondi 1988), del grammelot di Dario Fo, un’emissione
di suoni che riproduce, in modo burlesco, la struttura sonora di una determinata
lingua senza però pronunciare parole reali (Pozzo 1998) e delle
fanfole di Fosco Maraini, divertenti “poesie metasemantiche” composte per
lo più di parole inventate (“Ci sono giorni smègi e lombidiosi/
col cielo dagro e un fònzero gongruto/ ci son meriggi gnàlidi
e budriosi/ che plògidan sul mondo infrangelluto…”) (Maraini 1994).
E poi ancora delle parole-valigia, ottenute saldando la testa di una prima
parola con la coda di una seconda (smoke + fog = smog) e di altre forme
di ibridi linguistici, citando, fra le altre cose, i neologissimi
di Luigi Malerba (“Scemiologia: scienza generale degli scemi, da non confondere
con la semiologia, scienza generale dei segni”) (Malerba 1977) e i finneghismi
(termine
ripreso dal titolo del libro di James Joyce Finnegans Wake, 1939)
di Umberto Eco, cioè parole-macedonia accompagnate da una definizione
plausibile, sul tipo di colfinger: agente segreto sotto le mentite
spoglie di collaboratrice domestica; arfabeto: sistema di scrittura
per cani; carneaficina: massacro di filosofi greci ignoti ai più
(Eco 1995).
Abbiamo visitato alcune biblioteche immaginarie, prima fra tutte quella
dell’abbazia di San Vittore descritta da François Rabelais nel Gargantua
e Pantagruele (contenente libri quali Il Pissipissi dei Padri Celestini
o Il Coglionamento dei promotori), e letto e discusso una serie
di recensioni a libri inesistenti, come quella di Eco sul testo intitolato
Aspetti
iniziatici della supposta (Eco 2000: 290-291). Abbiamo infine preso
contatto con il meraviglioso scientifico, cioè con le scienze anomale
e immaginarie, elaborate da “pazzi letterari”, da studiosi eterodossi o
partorite dalla fantasia di alcuni scrittori, visitando curiose Istituzioni
come il Collegio di ‘Pa-tafisica, la Facoltà di Scienze inutili
di Barcellona, la Società degli Onironauti che studia la materializzazione
dei sogni e la Facoltà di Irrilevanza Comparata dove s’insegnano
discipline come Fonetica del film muto e Urbanistica tzigana
(Albani
e della Bella 1999).
Su questa tematica abbiamo approntato il nostro laboratorio, inventando
“finneghismi”, “parole-valigia”, “fanfole”, abbozzando la descrizione di
libri fantasma e poi ancora creando scienze, discipline e teorie strampalate,
Accademie e Università anomale e improbabili.
3. La parola musicale
Introducendo la parte del corso sulla parola musicale si sono fatti
alcuni cenni sulla distinzione fra foni, fonemi e allofoni, sul ruolo dei
tratti soprasegmentali (tonalità della voce, interruzioni, sospiri,
sbadigli, pianto, ecc.) e del sistema intonativo (“non è quello
che dici, ma il modo in cui lo dici”) e sull’incandescente eloquenza delle
onomatopee (primarie, secondarie o inventate) (Crystal 1993: 160-175).
Quindi abbiamo affrontato la problematica della musicalità delle
parole, concentrandoci sul ritmo in poesia, ovvero su quella trama di attese,
appagamenti, disappunti e sorprese che il succedersi delle sillabe comporta.
Abbiamo analizzato rime e rimari stravaganti insieme ad alcuni esempi di
armonie imitative escogitate dai poeti, dal verso di Francesco della Rovere,
poeta cinquecentesco, che dice “Farò durundandà; tu fa’ dindino”
fino al linguaggio dei passeri che Giovanni Pascoli nei Canti di Castelvecchio
esprime con un ripetuto telterelltelltelltelltell e oltre (Scarlatti 1988:
210-232).
Dopo una breve digressione sul fonosimbolismo, cioè sull’idea
che il significante possa avere una significazione autonoma affidata al
puro gioco dei suoni, siamo infine approdati all’esperienza della cosiddetta
“poesia sonora”, una poesia che privilegia la parola come dato fisico-acustico,
come puro suono, rumore, musica, con un volo che ci ha portati dalla declamazione
futurista fino alla ricerca contemporanea di nuove sonorità, sostenuti
dall’ascolto di audio-esemplificazioni (Lora Totino 1989). Abbiamo così
sentito brani della lingua trasmentale (la zaum’) dei futuristi
russi, una lingua priva di regole grammaticali, di prescrizioni sintattiche,
di convenzioni semantiche e di norme stilistiche, creata per esprimere
le emozioni e le sensazioni primordiali che vanno perdute nei significati
della lingua comune, frammenti di poesie fonetiche nate durante l’esperienza
del movimento Dada e vari funambolismi vocali delle più recenti
sperimentazioni della neo-avanguardia. In questo modo abbiamo esplorato
le straordinarie potenzialità espressive legate all’uso della voce,
sempre più valorizzate dall’impiego di tecnologie elettroniche (D’Ambrosio
1979).
Il laboratorio sugli aspetti musicali della parola prevedeva la stesura
di una poesia fonetica usando esclusivamente onomatopee alla maniera dei
dadaisti, mescolando parole di un ipotetico linguaggio primitivo con altre
di sapore infantile.
4. La parola figurata
Per introdurci alla plasticità della parola figurata siamo
partiti dai concetti di grafo, grafema e allografo, esaminando poi un vasto
campionario di “alfabeti animati” e variegate espressioni di poesia visuale,
come il tecnopègnio (dal greco téchne, arte,
e páignon, gioco) e i calligrammi di Guillaume Apollinaire,
dove la diversa lunghezza e la disposizione dei versi disegnano il profilo
di un elemento materiale (nave, piramide, anfora, pioggia, fumo, ecc.)
(Apollinaire 1986; Massin 1995; Pozzi 1981). Le tavole parolibere dei futuristi
e in particolare le pubblicità di Fortunato Depero ci hanno offerto
ulteriori spunti di riflessione sul rapporto parola-immagine. Un approfondimento
è stato dedicato ai termini “simultaneismo percettivo”, “multi-medialità”,
“arte totale, sinestetica, plurisensoriale”, in vario modo esprimenti il
coinvolgimento simultaneo di tutti i sensi che oggi sempre più caratterizza
la fruizione dell’opera d’arte contemporanea (Pignotti 1990).
Le esercitazioni di un primo laboratorio sulla parola figurata erano
così strutturate: disegnare delle parole con una forma grafica che
ne metta in evidenza il significato; far parlare un oggetto (un uovo, una
sedia, una lampadina, ecc.) dando alle sue parole un aspetto grafico che
permetta all’oggetto stesso, sebbene mai nominato, di essere riconoscibile
solo dai lineamenti della scrittura; inventare un calligramma alla maniera
di Apollinaire.
Sempre pensando alla parola dipinta (in primo luogo alle vocali
colorate di Arthur Rimbaud) e agli innumerevoli artifici per l’occhio abbiamo
ricostruito in estrema sintesi un piccolo catalogo di tecniche visive:
collage, décollage, assemblage, combine-painting, frottage e rollage
(Grassi e Pepe 1994). Uno sguardo abbiamo rivolto alla scrittura verbo-visuale
e più in dettaglio alla Poesia visiva, una sorta di pittura
da leggere o di poesia da guardare, movimento artistico nato negli anni
sessanta con intenti bellicosi di “guerriglia semiologica”, inscenata per
capovolgere il significato dell’informazione diffusa dai media attraverso
l’ironica utilizzazione di immagini e slogan di vasta circolazione, per
lo più ripresi dalla pubblicità, dalla stampa e dalla cartellonistica
(Pignotti e Stefanelli 1980; Spatola 1978).
Un testo può vibrare anche in virtù delle suggestioni
di un ritmo visivo, come accade nei pittogrammi di Raymond Queneau,
storie raccontate per immagini, usando grafie inconsuete (Queneau 1981:
167-175). Ancora un passo in avanti e la nostra analisi del linguaggio
visuale è approdata in prossimità dei logotìpi e dei
marchi commerciali, segni disincantati di un moderno connubio tra parola
e immagine.
Gli esercizi di un secondo laboratorio sulla parola figurata erano:
delimitare lo spazio del foglio con una figura geometrica (quadrato, rettangolo,
cerchio, losanga, ecc.) di varia dimensione, quindi inserire una o due
parole al massimo usando alcuni artifici grafici (ingrandimenti, riduzioni,
spezzature, sovrapposizioni, ecc.); costruire un’immagine con una o più
lettere o segni d’interpunzione (punto, virgola, ecc.); fare un collage
combinando parole e immagini con ritagli di riviste.
5. La parola divertita
Per affrontare con serietà la parola divertita abbiamo
inizialmente scomodato le elaborazioni teoriche sul gioco di Johan Huizinga
e Roger Caillois, ormai dei classici della giocologia (Caillois
1989; Huizinga 1982). Come in un campo minato ci siamo mossi guardinghi
fra alcuni tentativi di classificazione dei giochi di e con
le parole, affrontando le trappole dei lapsus e delle contrepèterie,
gli slittamenti degli spoonerismi, gaffe create dall’inversione
di lettere o sillabe (DettaTura/TettaDura), che prendono il nome dal prete
anglicano William Archibald Spooner (1844-1930), uomo irascibile, famoso
per i suoi spropositi linguistici, e la ricchezza immaginativa degli errori
di stampa, così cara a Johann Wolfgang Goethe (“Penso sempre, quando
vedo un errore di stampa, che qualcosa di nuovo è stato inventato.”)
e ad Alberto Savinio (“Alcuni errori sono più che felici, sono provvidenziali.”)
(Dossena 1999; Pozzi 1984; Zamponi 1986). Il saggio Come ho scritto
alcuni miei libri (1935) di Raymond Roussel, in cui lo scrittore francese
svela il suo procedimento di scrittura basato sulle allitterazioni e sui
doppi sensi delle parole, ci è servito per discutere i rapporti
fra letteratura e giochi di parole. Il primo laboratorio dedicato al gioco
proponeva di cercare gli anagrammi del proprio nome e cognome e con essi
costruire, se possibile, un testo (ogni riga un anagramma); di comporre
un acrostico o un mesostico; di prendere una parola a caso, di scriverla
come inizio di frase, quindi di formare un testo con parole che iniziano
con l’ultima sillaba della parola precedente (il sorriso soffice celava
vari ritorni).
In una successiva lezione abbiamo parlato dei giochi inventati
dai surrealisti, grandi manipolatori del linguaggio, e dell’esperienza
dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle-Opificio
di Letteratura Potenziale), gruppo di scrittori e ricercatori scientifici
fondato a Parigi nel 1960 da François Le Lionnais e Raymond Queneau,
cui parteciparono, fra gli altri, Georges Perec e Italo Calvino (Garrigues
1995; Oulipo 1985).
Il “potenziale” della letteratura oulipiana sta a significare che si
tratta di una letteratura ancora da farsi, inesistente, da scoprire in
opere già prodotte o da inventare attraverso l’uso di nuove procedure
linguistiche, una letteratura mossa dall’idea che la creatività,
la fantasia trovano uno stimolo nel rispetto di regole, di vincoli, di
costrizioni (contraintes) esplicite, come ad esempio quella di scrivere
un testo senza mai usare una determinata lettera (lipogramma). La costrizione
è strumento creativo, che amplifica le probabilità di raggiungere
soluzioni originali, bizzarre: l’essere costretti a seguire certe regole
induce uno sforzo di fantasia; la costrizione non limita l’orizzonte delle
strategie narrative dello scrittore, al contrario ne allarga le “potenzialità
visionarie”, paradossalmente è “un inno alla libertà d’invenzione”,
capace, come ha scritto Calvino, “di risvegliare in noi i demoni poetici
più inaspettati e più segreti”. Senza dimenticare che esiste
sempre la possibilità di “una leggera deriva” in grado di distruggere
il sistema stesso delle costrizioni, uno scarto giocoso e liberatorio che
Perec chiama clinamen (nella fisica epicurea, una deviazione spontanea
degli atomi).
Questa volta gli esercizi del laboratorio riguardavano la tecnica del
lipogramma (riscrivere un determinato testo senza usare la lettera “a”
oppure la “e”); il metodo S + 7 (sostituire a ogni sostantivo di una frase
di partenza il settimo sostantivo successivo in ordine alfabetico di un
vocabolario); l’aggiunta poetica (partendo dal verso di un poeta famoso,
scriverne un altro della stessa misura, o quasi, che faccia rima con il
primo; esempio: Nel mezzo del cammin di nostra vita / Accesi la TV per
la partita).
6. La parola comica
Nell’ultima parte del corso ci siamo occupati del lato “divertente”
del gioco linguistico, muovendo dal presupposto che diverte chi è
capace di stupire in modo originale ovvero chi riesce a mostrare un aspetto
sorprendente, inatteso, nuovo, inusitato del codice linguistico, generando
nel lettore sorpresa e spaesamento. Difficilmente definibile in modo esaustivo
per la sua enorme e continua libertà d’invenzione, il comico, genericamente
inteso come tutto ciò che è capace di produrre il riso o
il sorriso, e dunque di riflettere e di ricreare una delle fondamentali
esperienze umane, è stato un terreno fertile per la fioritura di
molte teorie. Fra le più importanti quella di Henry Bergson per
il quale il riso nasce dall’evidenza della meccanicità della vita
e del corpo ridotto a burattino, a oggetto; quella di Sigmund Freud secondo
cui il motto di spirito è una scarica di energie psichiche represse
e quella di Luigi Pirandello che definisce l’umorismo come il “sentimento
del contrario” (Ferroni 1974; Santarcangeli 1989). Abbiamo parlato anche
dell’umorismo nero di André Breton e dell’umorismo involontario,
forse il più sublime, come quello di Pierre-Alexis Ponson du Terrail
(1829-1871), autore del popolare ciclo di Rocambole, 22 volumi usciti nel
periodo 1859-1867, che scrive frasi di questo tipo: “Con la mano destra
afferrò il pilota, con la sinistra strinse a sé la fanciulla,
e coll'altra chiamò al soccorso!”; oppure: “Egli passeggiava su
e giù pel giardino con le mani dietro la schiena, leggendo tranquillamente
il giornale”; e ancora: “Ah! Ah! - fece egli in portoghese”; “E la carrozza
partì al rapido trotto di due cavalli lanciati al galoppo!”; “Si
toccò la mano... Orribile!! La sua mano era viscida e ghiacciata
come quella di un serpente!”
Un certo rilievo abbiamo dato alla comicità scientifica, dirompente
negli articoli raccolti negli Annals of Improbabile Research, la
rivista americana che assegna ogni anno gli Ig-Nobel, gustosi contro-Nobel
che premiano indagini scientifiche di esilarante assurdità. Gli
Annals
hanno ospitato studi sulla misurazione delle onde cerebrali di un campione
di volontari nell’atto di masticare chewing-gum di diversi colori o sullo
spennamento delle galline come indicatore della velocità degli uragani
(Abrahams 1999).
Abbiamo speso due parole anche sul sorriso che provocano gli oggetti
anomali, da quelli d’affezione di Man Ray, di cui resta famoso il ferro
da stiro con la parte liscia della piastra costellata di chiodi, a quelli
introvabili di Carelman, noto per la sua caffettiera del masochista che
ha il manico dalla parte sbagliata, per finire con quelli inutili di Bruno
Munari progettati per suonare il piffero, prevedere l’aurora, mortificare
una zanzara ed altro (Carelman 1978; Man Ray 1970; Munari 1994).
Il laboratorio di questa sezione era indirizzato a descrivere
un oggetto improbabile, sulla falsariga dell’acchiappa-nuvole, un marchingegno
per fare ombra d’estate sulle spiagge assolate o della bi-pentola progettata
per cuochi gemelli o infine dell’agitatore di coda per cani pigri.
Il corso è terminato con una breve escursione intorno alla letteratura
del nonsenso, là dove il comico si maschera fra le pieghe di
un vertiginoso e caotico pastiche di parole (Rinaldi 1997). Qui abbiamo
familiarizzato con il limerick, una specie di filastrocca nonsensica
resa famosa dallo scrittore e pittore inglese Edward Lear (1812-1886),
che scrisse molte di queste poesiole assurde per i suoi nipotini (Lear
1970; Manfredi e Trucco 1994). Ecco un esempio di limerick leariano: “C’era
un vecchio di palude/ di natura futile e rude/ seduto su un rocchio/ cantava
stornelli a un ranocchio/ quel didattico vecchio di palude”. Alla tecnica
di costruzione del limerick ci ha introdotto Gianni Rodari, delizioso conoscitore
della grammatica della fantasia (Rodari 1973: 43-45). Il discorso ha spaziato
infine sul plurisignificato delle parole e sugli slittamenti semantici,
vale a dire sull’ambiguità nutritiva del linguaggio, tanto più
stimolante, specie nel campo poetico-letterario, quanto più ingenera
dubbi e incertezze fruttiferi, cortocircuiti della fantasia, un ampliamento
degli orizzonti interpretativi.
Nel menu del nostro ultimo laboratorio erano suggeriti due esercizi:
1. scrivere un limerick; 2. prendere un proverbio, una frase famosa,
un luogo comune e stravolgerne il senso con il semplice cambio di una lettera
o di una parola; ad es.: Meglio tarli che mais, Chi dorme non spoglia peschi,
Ogni nodo sviene al petting, Una parola stira l’altra.
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Pubblicato sulla rivista, diretta da Raffaele Simone,
Italiano &
oltre, 5, 2000, pp. 236-241.
Questo saggio è stato ristampato anche nel libro Un'idea
tira l'altra. Esercizi di scrittura ri-creativa, a cura di Elisabetta
Pertoldi e Virginia Boldrini, Campanotto Editore, 2004.
Il libro è
stato recensito da Giampaolo Dossena su "Domenica"
de Il Sole 24 ore del 30 ottobre 2005, p. 48.
Per vedere i
laboratori di scrittura ri-creativa da me tenuti cliccate
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